The Hurt Locker

The Hurt Locker

di

Con The Hurt Locker, presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Kathryn Bigelow mira a ricordarci che la guerra è droga, e chi entra nel suo vortice non avrà mai la possibilità di uscirne indenne. L’ennesima dimostrazione di come Hollywood sappia leggere la realtà contemporanea – la seconda guerra del Golfo, nello specifico – senza retorica, e senza voltare lo sguardo da un’altra parte.

La guerra della dipendenza

In un’epoca in cui gli eserciti non sono formati da militari di leva ma da volontari e gli uomini si lanciano di buon grado nell’azione militare, a volte la guerra corteggia in maniera potente e seducente fin quasi a diventare vera e propria dipendenza, come una droga… [sinossi]
La pace è guerra con spreco di licenze
la guerra è pace con spreco di ordinanze
CCCP-Fedeli alla linea, Guerra e pace

Al di là di qualsivoglia diatriba critica, un film come The Hurt Locker di Kathryn Bigelow è l’ennesima dimostrazione di come l’inferno iracheno non sia stato vissuto dall’industria cinematografica statunitense con la stessa ignavia che contraddistinse la guerra del Vietnam: se trenta e passa anni fa si dovette aspettare la fine del conflitto per intraprendere un doloroso percorso di recupero di quel gran rimosso che aveva trascinato la più potente nazione mondiale sull’orlo del baratro, nel corso degli ultimi anni sono state molte le opere che hanno osato sfidare la contemporaneità e concentrarsi sul conflitto contro l’Iraq. Per arrivare a The Hurt Locker si può infatti tracciare una linea (retta?) che passa da Redacted a Nella valle di Elah, consci che detriti di questa nuova ferita sono possibili da rintracciare, tanto per restare tra i film presentati in questa edizione veneziana, sia in Rachel Getting Married di Jonathan Demme che in Vegas di Amir Naderi. Sintomo che la guerra si è infiltrata in profondità nel tessuto sociale degli Stati Uniti, intaccandone le certezze e propagando un sottile e inarrestabile stato di ansia perenne, angoscia del vivere; per questo e per molti altri motivi consideriamo vacuo il comportamento di chi ha interpretato il ritorno sulle scene della Bigelow come un “semplice” viaggio instabile e adrenalinico nel caos di Bagdad.

Letto in una chiave interpretativa semplicistica, The Hurt Locker può effettivamente apparire come un war movie sull’Iraq, ma siamo convinti che la collocazione geografica della pellicola sia dettata esclusivamente da una contingenza temporale. The Hurt Locker non è una reprimenda sulle risoluzioni unilaterali condotte dal governo di Washington (ma stia ben attento chi ha accusato la pellicola di fascismo: un errore di questo stampo, tipico di una vena manichea propria di un certo approccio critico militante, è forse il più grave che si può commettere nei confronti della Bigelow), né pretende di svelare chissà quale verità sui comportamenti dei marines nelle azioni di guerra. La Bigelow, con la maestria tecnica che da sempre contraddistingue il suo cinema – e che qui deflagra nella straordinaria sequenza del conflitto a fuoco nel deserto, con i partigiani iracheni nascosti nel fortino – narra la guerra come se stesse raccontando una storia di tossicodipendenza. Così come metteva in scena l’amore e il dolore della memoria alla stregua di una vera e propria dose di droga in Strange Days, qui svela fin dall’incipit lo slogan su cui si muoverà la sua ricerca: “War is Drug”.

La guerra è droga, e chi entra nel suo vortice non avrà mai la possibilità di uscirne indenne. È così per lo sminatore William James (interpretato da un anaffettivo, gelido, statuario Jeremy Renner, con lo sguardo che sembra perennemente “altrove”), che sul territorio nemico veste i panni dello smargiasso, talmente sicuro di sé – o meglio, talmente consapevole del proprio destino – da gestire anche le situazioni più problematiche e spinose con una noncuranza notevole. Il suo ritorno a casa, che poco alla volta scopriamo essere il motivo conduttore di un film volutamente antinarrativo, scandito esclusivamente dai doveri militari che la compagnia Bravo si trova a espletare (ed è proprio la sequenza che spezza questo tran tran, con il tentativo di vendetta personale di William, ad apparire la meno riuscita, staccata com’è dal contesto nel quale si trova), è solo l’illusione della pacificazione. Nell’opulenza statunitense, a suo modo così distaccata dalla realtà feroce e barbarica in cui è precipitata la nazione, non c’è posto per chi ha vissuto la furia della guerra, per chi ha visto i suoi compagni morire e ha ucciso senza provare il benché minimo rimorso: in uno spezzone di film che ricorda da vicino il ritorno a casa di Robert De Niro ne Il cacciatore di Michael Cimino, comprendiamo finalmente in pieno il senso di un’opera come The Hurt Locker. Che non è, lo ribadiamo, un film di denuncia: è solo lo studio, l’analisi spietata, di un processo irriversibile, il progressivo abbandono del senso della normalità da parte di chi si è abituato a vivere a pochi passi dal big bang, caos primigenio nel quale ci si può gloriare solo con il record di bombe sminate. Non hanno più senso le motivazioni alle spalle dell’invasione (ma l’hanno mai avuto?), non si capisce più perché e cosa si sta facendo, oramai si è arrivati alla conclusione che “Victory Sounds Better Than Liberty”. Come il Matthew Modine di Full Metal Jacket anche il disinnescatore di bombe James non ha più paura: non ha più paura della guerra, ma fugge per sempre dalla sua vita. Non ci sarà più un ritorno a casa, perché non esiste più una casa che possa essere considerata tale.
la droga della guerra entra in circolo non c’è disintossicazione che tenga. E il ciclo della rotazione nella compagnia può ricominciare.

Info
Il trailer di The Hurt Locker.
  • the-hurt-locker-2008-kathryn-bigelow-11.jpg
  • the-hurt-locker-2008-kathryn-bigelow-14.jpg
  • the-hurt-locker-2008-kathryn-bigelow-15.jpg
  • the-hurt-locker-2008-kathryn-bigelow-16.jpg
  • the-hurt-locker-2008-kathryn-bigelow-17.jpg
  • the-hurt-locker-2008-kathryn-bigelow-18.jpg
  • the-hurt-locker-2008-kathryn-bigelow-19.jpg

Articoli correlati

  • In sala

    Billy Lynn – Un giorno da eroe

    di Affrontando il fertile tema del conflitto iracheno, Ang Lee dissemina il suo Billy Lynn - Un giorno da eroe di buone suggestioni e di sequenze pregevolmente costruite, a dispetto di una struttura diseguale e di un plot non privo di lungaggini.
  • Archivio

    Point Break RecensionePoint Break

    di Ispirato al cult movie magistralmente diretto da Kathryn Bigelow nel 1991, il Point Break di Ericson Core intrattiene con qualche prodezza atletica, ma scivola nel ridicolo per la sua scrittura maldestra.
  • Archivio

    American Sniper RecensioneAmerican Sniper

    di Clint Eastwood firma la roboante agiografia di un eroe militare statunitense, ma lo fa con uno stile registico impeccabile e corroborante.
  • Archivio

    Lone Survivor RecensioneLone Survivor

    di Il cinema americano continua a riflettere sulle sue guerre e torna, senza falsi pudori, ad abbracciare la retorica dell'eroe valoroso e super-addestrato.
  • Archivio

    Zero Dark Thirty RecensioneZero Dark Thirty

    di Inevitabilmente ambigua, e sin troppo attenta a non prendere posizione su nulla, le nona regia della Bigelow è un'opera importante più per quel che porta sullo schermo che per il modo in cui lo fa.
  • Archivio

    Code Name: Geronimo

    di Nessuna sfumatura e troppe finte certezze nel resoconto dell'operazione che portò all'uccisione di Osama bin Laden firmata da John Stockwell.
  • Archivio

    Act of Valor RecensioneAct of Valor

    di , Il più elitario, meglio addestrato team di guerrieri del mondo moderno entra in azione quando il rapimento di un agente della CIA smaschera un complotto terroristico mirato a uccidere centinaia di persone negli Usa.
  • Archivio

    L'uomo che fissa le capre RecensioneL’uomo che fissa le capre

    di Il giornalista Bob Wilton è a caccia della sua prossima grande storia quando si imbatte in Lyn Cassidy, un personaggio ombroso che afferma di far parte di un’unità militare sperimentale degli Stati Uniti. Secondo Cassidy, il New Earth Army sta cambiando il modo di fare la guerra...
  • Roma 2017

    Detroit

    di Detroit cala il cinema di Kathryn Bigelow negli scontri urbani che nel 1967 videro protagonisti la polizia e la popolazione afrodiscendente ghettizzata. Un'immersione nell'America mai pacificata, al Festival di Roma e nelle sale a partire dal 23 novembre.
  • Buone feste!

    il buio si avvicina recensioneIl buio si avvicina

    di Il buio si avvicina è l'opera seconda di Kathryn Bigelow, un dolente e sensuale punto d'incontro tra l'immaginario western e l'horror vampiresco. A oltre trent'anni dalla sua realizzazione, uno dei più squarcianti film statunitensi del periodo.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento