Queens of Langkasuka

Queens of Langkasuka

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Queens of Langkasuka segna il ritorno alla regia di Nonzee Nimibutr, tra i padri fondatori della new wave thai nel corso degli anni Novanta. Un’opera mastodontica dal sapore d’altri tempi, presentata fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

Che la forza del Du Lam sia con te

Queen Hijau (la “regina verde”) di Pattani affronta il tentativo di colpo di Stato del ribelle Raw Rawai, alleato del capitano pirata Black Raven. I pirati tentano di catturare un enorme cannone costruito dall’olandese Janis Bree e dall’inventore cinese Lim Kiam, ma la nave olandese che trasporta il cannone si fa esplodere e i cannoni affondano nel mare. Nel frattempo, un orfano zingaro di nome Pari (che significa “pastinaca”) si trova in un villaggio di pescatori che è costantemente sotto attacco da parte delle truppe di corvi neri. Il ragazzo è dotato nell’arte magica di Du Lam… [sinossi]

È triste dover constatare, anno dopo anno, come il cinema thailandese continui a rimanere un divertissement per pochi, anche nella cerchia della cinefilia dura e pura; per la maggior parte degli addetti ai lavori la scena cinematografica di Bangkok è ancora un oggetto misterioso ed esotico, da guardare quasi con sospetto.
L’ennesima dimostrazione di questo atteggiamento la si è avuta durante la visione di Puen-Yai-Jom-Sa-Lad/Queens of Langkasuka, ritorno alla regia di Nonzee Nimibutr dopo un lustro di silenzio (fatta eccezione per il corto The Ceiling): proiezione pressoché disertata, e soprattutto risate in sala che hanno riportato alla mente quelle, ancor più dolorose, che accompagnarono il capolavoro di Apichatpong Weerasethakul Sang sattawat/Syndromes and a Century appena un paio di anni fa. Quel che è grave non è solo la mancanza di rispetto che si dovrebbe mostrare verso qualsiasi opera cinematografica – ancor più se le risate di contorno appaiono decisamente preventive -, ma la totale ignoranza verso l’oggetto sul quale si stanno posando gli occhi: per quanto Queens of Langkasuka non sia un film inattaccabile, è indiscutibile che si tratti di un prodotto edificato con una cura certosina. Ed è ancor più indiscutibile che la rentrée registica di Nimibutr sia una notizia di quelle che avrebbero dovuto far tenere il fiato sospeso a tutti gli accreditati del Lido: si sta infatti parlando del padre, insieme a Pen-ek Ratanaruang, della new wave thai che ha iniziato a far parlare di sé nella seconda metà degli anni Novanta.

Dang Bireley and the Young Gangsters, l’esordio alla regia di Nimibutr, è infatti il film che, con Fan Bar Karaoke di Ratanaruang, ha dato il la all’intero movimento cinematografico thailandese. Si era nel 1997, tre anni prima dell’esordio di Weerasethakul (con il misconosciuto e ammaliante Mysterious Object at Noon) e Wisit Sasanatieng (Le lacrime della tigre nera), e i più esperti conoscitori dell’ex reame del Siam al massimo avevano avuto modo di vedere i film del principe Chatrichalerm Yukol e di Bhandit Rittakol. Insomma, Nonzee Nimibutr è un vero e proprio gigante del cinema contemporaneo, uno di quei nomi che bisognerebbe segnarsi e sottolineare con un pennarello indelebile: il suo è un cinema puramente di genere, in cui la derivazione cinematografica occidentale si mescola a una profonda e stratificata rete di rimandi all’universo culturale thailandese. È così anche in Queens of Langkasuka, fantasy marittimo che narra le peripezie del giovane Pari, iniziato alle arti magiche del Du Lam, che vedrà la propria vita incrociarsi con il destino del piccolo e illuminato regno di Langkasuka: in un rutilare di eventi il film mette in mostra tutte le sue intenzioni di puro intrattenimento. Non c’è nessuna chiave intellettuale da dover ricercare nel tessuto narrativo architettato da Nimibutr insieme allo sceneggiatore Winn Leawwarin, perché Queens of Langkasuka è un film che lavora esclusivamente di pancia, agendo direttamente sulle pulsioni più superficiali e immediate dello spettatore. Il film diventa così un susseguirsi di scene climatiche, non tutte gestite con la stessa ispirazione, che producono un effetto di continuo accumulo: ed è qui che probabilmente Nimibutr perde, seppur in minima parte, le coordinate della messa in scena.

Nella voglia di riuscire a narrare una vicenda che conta almeno una decina di protagonisti, il regista thailandese si trova costretto a sacrificare una serie di approfondimenti in grado di donare alla pellicola il respiro epico che sembra il suo naturale punto di approdo. Queens of Langkasuka è un film che, per lo meno in queste vesti, avrebbe meritato di essere spalmato su più capitoli: si è invece costretti a una corsa sfrenata, che a volte permette di alzare ulteriormente il livello emozionale del film, ma più spesso finisce per non convincere appieno. Sia chiaro, sono queste pochezze che non inficiano il prodotto finale, che mantiene intatta una carica di fascino e di coinvolgimento (e i produttori nostrani dovrebbero chiedersi perché solo il cinema italiano, tra le grandi produzioni mondiali, non trova il coraggio di sperimentare i più disparati linguaggi narrativi), ma che impediscono di innalzare Queens of Langkasuka al livello di altri film di Nimibutr come il già citato Dang Bireley and the Young Gangsters e la splendida love story horror Nang nak. Probabilmente la lunga assenza dietro la macchina da presa ha prodotto in Nimibutr una inarrestabile vena logorroica e affabulatoria.
Per ora si saluta il suo ritorno con gioia, con la consapevolezza che almeno un paio di sequenze del film permarranno a lungo negli suardi cinefili, nella speranza che non si debba attendere nuovamente così tanto per apprezzare il cinema di questo grande cineasta. Poi verranno nuovamente le incomprensioni critiche, le risatine sommesse, gli sguardi perduti nel nulla degli accreditati; ma questo è un gioco, francamente, che ha sempre interessato poco e ora si è fatto ancor più stancante.

Info
Il trailer di Queens of Langkasuka.
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