Southland Tales – Così finisce il mondo

Southland Tales – Così finisce il mondo

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Southland Tales è un film clamorosamente sbagliato, imperfetto per eccesso, soffocato dall’afflato epico e post-tutto che lo anima. Eppure nell’opera seconda di Richard Kelly, già autore del cult Donnie Darko, è impossibile non ritrovare schegge di cinema potenti e stordenti. In dvd con Universal.

Mentre l’intera popolazione degli Stati Uniti d’America è terrorizzata dalla minaccia di un attacco nucleare, la stella del cinema Boxer Santaros pianfica il prossimo film con l’aiuto dell’ambiziosa attrice porno Krysta Now e del tormentato poliziotto Roland Taverner. Il clima circostante non è favorevole, la continua insurrezione di alcuni gruppi filo marxisti ed il controllo paranoico dei servizi segreti rende le riprese impossibili da terminare. [sinossi]

Esistono film clamorosamente sbagliati, imperfetti per eccesso. Opere in cui l’afflato epico diventa preponderante, la logorrea prende il sopravvento sulla narrazione e la smania di accumulo finisce per far traballare le fondamenta dell’edificio che si è costruito. Cionondimeno molti di questi film, per i medesimi motivi che spingono a storcere il naso, irradiano dalla propria essenza un fascino unico, irripetibile: una malìa alla quale risulta davvero difficile non arrendersi. È questo il caso, oramai lo avrete capito anche da soli, dell’opera seconda di Richard Kelly, l’enfant prodige che iscrisse con decisione il suo nome tra le colonne portanti del cinema americano contemporaneo grazie a un esordio sorprendente, miracoloso incrocio di fantascienza apocalittica e romanzo di formazione adolescenziale: quel film era Donnie Darko, e sconvolse la prassi produttiva a stelle e strisce come pochi altri avrebbero potuto pretendere di fare.

Dall’epoca di Donnie Darko sono passati sette anni, passati da Kelly tra lo script di Domino di Tony Scott e la realizzazione di Southland Tales, lungometraggio nel quale il nostro ha dichiarato di aver investito tempo ed energie innumerabili. E non si fatica di certo a crederlo, anzi: ambientato in un futuro prossimo (all’epoca della sua realizzazione, visto che il film si svolge il 4 luglio del 2008) a Los Angeles, Southland Tales è il racconto elefantiaco di una miriade di personaggi, delle più svariate classi sociali. In poco più di due ore (il film è stato tagliato rispetto alla durata integrale che fu presentata, non proprio trionfalmente, in concorso al Festival di Cannes nel 2006) vediamo scorrere davanti ai nostri occhi le vite e le disavventure di attori, giocatori d’azzardo, spacciatori di droga, veterani della guerra in Iraq, ex porno star,  candidati alla vicepresidenza, terroristi, neo-marxisti, poliziotti, dottori; il risultato è un coacervo infernale di idee, intuizioni, strappi narrativi, nonsense. Chiara l’intenzione, da parte del giovane regista della Virginia, di mettere su pellicola il caos della contemporaneità strizzando l’occhio, più che alle ipotesi corali che furono di Robert Altman e sono di Paul Thomas Anderson – e molta critica è caduta miseramente nell’inghippo -, a una certa letteratura post-modern, stratificata ed estremamente affabulatoria: ben ha fatto chi ha avvicinato il nome di Kelly a quello di Thomas Pynchon, perché se c’è qualcosa che può vagamente assomigliare a Southland Tales è proprio lo stile letterario di questo mostro sacro del romanzo americano.

Pur tenendo presenti i dovuti distinguo (il giovane Kelly ne deve fare di strada prima di poter sperare di raggiungere la sagacia e la straordinaria coerenza narrativa dell’autore de L’arcobaleno della gravità, V. e L’incanto del lotto 49) è possibile rintracciare, nella voragine creata dalla confusionaria arte di Kelly, le direttrici di una messa a fuoco dell’America tutt’altro che allineata, un’istantanea obesa e tracimante detriti che meglio di molte opere a lei coeve riesce a centrare il cuore del crollo di valori del sistema capitalistico. Lo slittamento dell’asse terrestre ipotizzato nel film non è (ancora?) realtà, ovviamente, eppure c’è più sincerità nello sguardo stroboscopico e vagamente drogato di Kelly che in buona parte dei documentari sugli Stati Uniti venuti alla luce nell’ultimo decennio. Una società inconsapevolmente alla deriva, in cui gli ideali (quali essi siano) sono diventati a loro volta una forma di commercio e l’apocalisse è già in realtà arrivata, senza che nessuno se ne accorgesse. Un film completamente imperfetto, Southland Tales, ma di un coraggio e una sfrontatezza che non possiamo non applaudire; se si deve proprio sbagliare, meglio farlo perché si hanno troppe cose da dire piuttosto che per mancanza di qualsiasi idea.

“Love’s the Greatest Thing That We Have. I’m Waiting for That Feeling to Come” cantano i Blur di Damon Albarn sui titoli di coda (notevolissima la colonna sonora, che va dai brani originali composti da Moby, fino ai Radiohead, Louis Armstrong e i Jane’s Addiction), ma non è che nessuno ci creda più molto…

Info
Il trailer di Southland Tales.
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