Cry me a river

Cry me a river

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Con il cortometraggio Cry me a river Jia Zhangke sceglie come location la Venezia d’Asia, Suzhou. Un’occasione per un viaggio nella memoria, intima e di una nazione. A Venezia 2008.

Suzhou, la luna e tu

Due coppie di ex-amanti, un tempo compagni di università, si ritrovano a distanza di dieci anni per festeggiare il compleanno del loro professore… [sinossi]

Questo il semplice spunto narrativo su cui si innesta Heshang de aiqing/Cry Me a River, il cortometraggio che Jia Zhangke ha regalato a Venezia 65, quasi un risarcimento del “tradimento” a favore di Cannes dove quest’anno ha presentato il suo ultimo lungometraggio 24 City. Scherzi a parte, la collocazione nel Fuori Concorso di Cry Me a River fa proseguire la linea ideale che dal 2004, anno di Shi Jie/The World, ha legato Jia al festival diretto da Marco Müller (con tanto di due premi consecutivi, il Leone d’Oro 2006 a Still Life e la vittoria di Orizzonti 2007 con Wu Yong/Useless). A collegare ulteriormente il nome del più importante cineasta cinese contemporaneo a Venezia è la location scelta per girare Cry Me a River: considerata la “Venezia d’Oriente” per via della struttura a canali e per lo splendore storico e il valore archeologico che rappresenta, Suzhou è una delle città più antiche della Cina, avendo alle spalle ben 2500 anni di storia, dalla civiltà Wu fino ai giorni nostri.

In questo reticolo d’acqua, tra l’imponenza delle pagode e l’innaturale e immota calma dei ponti, Jia racconta la sua generazione, con le disillusioni alle quali è andata incontro. Sfruttando uno schema narrativo che lo avvicina a un certo cinema americano – sarebbe interessante un raffronto con Il grande freddo di Lawrence Kasdan e, più ancora, con The Return of Secaucus Seven di John Sayles -, Jia abbandona almeno apparentemente il discorso sulla Cina contemporanea e il drammatico scontro tra le esigenze della popolazione e la spinta quasi fantascientifica verso il futuro degli apparati di potere, e si concentra su uno studio minimale dell’umanità.
Con sguardo partecipe ma mai forzatamente empatico, il trentottenne regista di Fenyang disegna le coordinate di una commedia umana, dove il tempo e lo spazio (pur così fondamentali da un punto di vista prettamente sinottico, con quel mood à la The Way We Were che è di fatto la ruota motrice dell’intero ingranaggio) acquistano un valore a sé stante, lontano dalle logiche alle quali siamo abituati. Come i quattro personaggi si perdono letteralmente tra i monumenti di Suzhou e l’acqua del fiume azzurro che ne lambisce gli argini, inseguendo le memorie del tempo che fu, così Jia spinge gli spettatori a immergersi completamente nel film, abbandonandosi alla sottile coperta di nostalgia che viene loro rimboccata con cura. Forse l’unico modo per entrare realmente in contatto con quest’opera e comprenderne il valore sentimentale, quasi privato, con cui Jia l’ha edificata.

Molti, durante le giornate della Mostra, hanno mostrato il loro disappunto verso quello che, evidentemente, considerano un clamoroso passo falso del regista di Platform e Unknown Pleasures; ci permettiamo di dissentire da questa opinione. Cry Me a River è una piccola gemma, che con l’amaragnolo sapore dell’arcaico ci descrive la caducità del tempo e l’irreparabile accavallarsi degli anni: e questa è una sfida dalla quale è davvero difficile uscire vincitori.

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