Zohan – Tutte le donne vengono al pettine

Zohan – Tutte le donne vengono al pettine

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Presa per buona la vena demenziale del lungometraggio e apprezzate alcune gag, è innegabile che Zohan sia un film dal fiato corto, costruito su una struttura che non ha lo spessore per reggere gli eccessivi centotredici minuti: il materiale avrebbe già posto dei problemi sui canonici novanta minuti e più di un taglio avrebbe giovato.

I magnifici anni in cui sprofondammo nel kitsch

Zohan Dvir, membro delle forze israeliane, è un agente impegnato contro il terrorismo. Dotato di grandi abilità e apparentemente imbattibile, Zohan è bravo ad affrontare le donne come lo è con i nemici, compresa la sua nemesi: il terrorista palestinese Phantom. Ma Zohan ha un segreto: nonostante ami il suo Paese, è stanco di combattere e desidera avere l’opportunità di prendersi una pausa dall’esercito per esprimere la sua creatività come parrucchiere. Zohan ha la possibilità che cercava quando Phantom riappare. Invece di sconfiggerlo, mette in scena la propria morte e scappa, fuggendo su un aereo a New York con soltanto un sogno e i vestiti che ha indosso… [sinossi]

Altro che Zohan! Adam Sandler è un (bravo) attore che raramente azzecca un film. Spulciando la sua filmografia ci si può imbattere in titoli come L’altra sporca ultima meta di Peter Sagal, remake-oltraggio del noto film di Robert Aldrich, e Ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson, ottimo film e ottima interpretazione. Insomma, non un esempio di coerenza artistica.
Nella tripla veste di attore, produttore e sceneggiatore, Sandler è protagonista del demenziale Zohan – Tutte le donne vengono al pettine, bizzarra e squinternata pellicola che mette alla berlina il conflitto israeliano-palestinese, le fobie americane post 11 settembre, il machismo esasperato e via discorrendo. La comicità è di grana grossa e l’aria che si respira, non solo per lo stile dell’impresentabile eppur invincibile protagonista, è quella dei mai troppo lontani anni Ottanta, decennio in cui il nostro pianeta rischiò di sprofondare nel kitsch. L’insuperabile eroe israeliano, più che ricordare Munich, è un incrocio tra Hot Shots! e Mr. Crocodile Dundee.

Presa per buona la vena demenziale del lungometraggio e apprezzate alcune gag (non tutte a base di volgarità, pur essendo quest’ultima la cifra stilistica dominante), è innegabile che Zohan sia un film dal fiato corto, costruito su una struttura che non ha lo spessore per reggere gli eccessivi centotredici minuti: il materiale avrebbe già posto dei problemi sui canonici novanta minuti e più di un taglio avrebbe giovato. L’idea del superuomo che aspira a una carriera da parrucchiere – la normalità come rifiuto di un conflitto insensato e interminabile – non può reggere un film intero, soprattutto in assenza di una sceneggiatura calibrata. Zohan, di cui possiamo apprezzare un certo cinismo (ma alla resa dei conti…), alterna sequenze che fanno il verso a Matrix, allusioni sessuali più o meno pesanti, satira politica e buoni sentimenti: ma quando l’innamoramento viene suggerito dalla “salsiccia depressa” e poi si gioca la carta troppo facile degli estremisti americani in tenuta da caccia (segnaliamo una battuta: “mettere a posto ebrei e terroristi nella stessa serata è come Natale a luglio”), scivolando verso un finale tremendamente banale, i limiti della pellicola non possono che saltare agli occhi. Non sono sufficienti i cammei di John McEnroe e Henry Winkler, i capelli cotonati, i colori sgargianti, le improbabili t-shirt, le acrobazie del protagonista e tutto quel che segue per salvare un film (pur)troppo esile. Non giova, infine, il doppiaggio e la presenza di John Turturro assomiglia tanto a uno spreco. Ci saranno altre occasioni per tornare ad apprezzare Adam Sandler, magari in Bedtime Stories di Adam Shankman e Funny People di Judd Apatow.

Info
Il trailer italiano di Zohan – Tutte le donne vengono al pettine.
Zohan sul sito della Sony Pictures.
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