The Mist

The Mist

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La nebbia e i suoi orrori, fattore dall’alto tasso metaforico, è l’input capace di dare corpo alle peggiori dimensioni del nostro essere. The Mist è un film che funziona anche nelle sue strutture d’intrattenimento. La tensione palpabile caratterizza numerose scene, capaci di integrare una paura visiva (le creature) a quella più ancestrale del non visto (nebbia, buio). Darabont dà prova di saper gestire anche un’epica che mai ci saremmo aspettati: un viaggio nel fantastico, nello sconosciuto, in silenzio.

La nebbia siamo noi

David Drayton e suo figlio Billy fanno parte di un numeroso gruppo di abitanti di una piccola città, terrorizzati e intrappolati in un supermercato da una strana nebbia soprannaturale. David è il primo ad accorgersi che qualcosa si aggira nella nebbia, qualcosa di letale e spaventoso, creature di un altro mondo. La sopravvivenza dipende dall’unione di tutti quelli che si trovano nel supermercato ma, data la natura umana, sarà possibile? Mentre la razionalità va in pezzi davanti alla paura e al panico, David comincia a chiedersi cosa lo spaventi di più… [sinossi]

Tratto da un racconto breve di Stephen King, The Mist si propone come una fra le pellicole migliori degli ultimi anni tratte dal Re del Brivido. Non a caso, alla regia c’è un kinghiano DOC: quel Frank Darabont che aveva anche dato corpo agli incubi carcerari di Le ali della libertà e Il miglio verde. Darabont si conferma regista dotato, capace di riflettere pesantemente sull’umano muovendosi all’interno delle strutture di genere, territorio sempre più adatto per analisi di questo tipo. Appare chiaro, comunque, che a Darabont interessi soprattutto ragionare circa le pressioni della società nei confronti dell’individuo e sulle conseguenze che tali pressioni hanno sulle dinamiche interpersonali. Se nei titoli precedentemente citati, al centro del discorso c’era il sistema giudiziario con le sue schizofrenie, e in The Majestic la Storia (in particolare il maccartismo) con le sue logiche spietate, in The Mist Darabont preferisce gettarsi a corpo morto negli ambienti del fantastico orrorifico per sondare ancora una volta le idiosincrasie tipiche dell’uomo.

La nebbia e i suoi orrori, fattore dall’alto tasso metaforico (si veda The Others di Ameñabar), è l’input capace di dare corpo alle peggiori dimensioni del nostro essere. Non a caso, i momenti di vera crisi avvengono quando la microsocietà che si è creata all’interno del supermercato fa riaffiorare tensioni personali, politiche, razziali, religiose insite in ciascuno dei personaggi. «Come specie noi siamo malata. Perché credi abbiamo inventato la politica e la religione?», afferma Ollie, come a dichiarare la totale sfiducia nel genere umano. Pochi titoli come The Mist hanno saputo ragionare sulla degradazione dell’uomo e della società: fra questi La cosa di John Carpenter (citato a inizio film, quando nello studio di David s’intravede la bellissima cover del film). In entrambi i casi è il fantastico a fornire le condizioni ideali per dimostrare la spietatezza dell’uomo, in entrambi i casi i risultati sono disastrosi.

The Mist è un film che funziona anche nelle sue strutture d’intrattenimento. Innegabile la tensione palpabile che caratterizza numerose scene, capaci di integrare una paura visiva (le creature) a quella più ancestrale del non visto (grazie al mezzo narrativo della nebbia e del buio). Nel finale Darabont dà prova di saper gestire anche un’epica che mai ci saremmo aspettati: un viaggio nel fantastico, nello sconosciuto, in silenzio.
Il pessimismo radicale che permea la conclusione, conferma tutte le tesi proposte nel corso della pellicola. Una radicalità di sguardo e d’intenti insostenibile, una lucidità nel discorso rara e intensa.

Info
Il trailer originale di The Mist.
Il trailer italiano di The Mist.
The Mist sul canale YouTube Movies.
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