Un Barrage contre le Pacifique

Un Barrage contre le Pacifique

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Un Barrage contre le Pacifique permette a Rithy Panh di proseguire il suo discorso sull’Indocina anche affrontando un film di finzione.

Una risaia vi seppellirà

Nell’Indocina francese, all’inizio degli anni Trenta una vedova, la signora Dufresne, si sforza di ricostruire le barriere per proteggere le sue risaie dai tifoni del mar della Cina mentre i suoi figli Joseph e Suzanne pensano solo a lasciare le loro miserabili esistenze e il bungalow familiare per cercare una vita migliore in città… [sinossi]

In pochi sembrano essersene accorti al sempre più tonitruante Festival del Film di Roma, a giudicare dalla proiezione stampa, ma uno dei (pochi, almeno sulla carta) veri colpi messi a segno dall’edizione di quest’anno è stato Un barrage contre le Pacifique, ultimo parto della mente di Rithy Panh; un Rithy Panh che mette da parte i pugni nello stomaco documentari di S-21, la machine de mort Khmère Rouge, Le Papier ne peut pas envelopper la braise, La Terre des âmes errantes, ma non abbandona neanche per un millimetro la sua poetica. Il suo cinema è un doloroso scandaglio, metronomico e devastante, della realtà cambogiana, prima e dopo l’abdicazione di Norodom Sihanouk: raramente si è avuto modo di entrare in contatto con un’urgenza espressiva così profondamente legata alla propria terra di origine.
Anche per questo motivo è impossibile non collocare Un barrage contre le Pacifique all’interno di un percorso autoriale dominato da un’estrema coerenza: partendo da un romanzo di Marguerite Duras del 1950, tradotto in Italia con il titolo Una diga sul Pacifico, nel quale la scrittrice, nata a Saigon, mette in scena cenni di autobiografismo arrivando a tracciare un ritratto del colonialismo francese quantomai laido, pur appropriandosi di eroi tutt’altro che senza macchia (ambiguità interessante da annotare, soprattutto se si considera che sempre nel 1950 la Duras fu espulsa dal Partito Comunista Francese in quanto considerata dissidente), il cineasta cambogiano trova l’occasione giusta per portare alla ribalta i primi vagiti di rivolta della popolazione cambiogiana nei confronti del dominatore europeo.

Al di là di tutto, è proprio la ricostruzione scenica dell’umanità colonizzata a rappresentare l’aspetto più convincente della pellicola: la pruriginosa e sudaticcia storia d’amore tra l’adolescente figlia della protagonista (interpretata da una brava Astrid Berges-Frisbey, capace di cogliere le sfumature di immaturità proprie dei sedici anni che cozzano duramente contro la baldanzosa crescita fisica) e il ricco cinese finisce ben presto per annoiare. Si nota qui tutta l’artificiosità della mano di Panh, palesemente non troppo interessato alle dinamiche sentimental-esotiche che potevano solleticare il pubblico borghese europeo della prima metà dello scorso secolo; ben altro si fa il discorso quando a essere messo al centro dell’attenzione è l’universo cambogiano. Sia che venga visto con gli occhi dei bianchi sia che a osservarlo siano gli occhi indigeni degli khmer, il territorio cambogiano diventa nelle mani di Panh un caleidoscopio di ipotesi, possibilità, pulsioni ed emozioni. Nello scontro con questa terra aspra e rigogliosa allo stesso tempo, la malinconia per una vita che non è più stata e mai più sarà quella che si poteva prospettare agli occhi dei coloni che andavano a rischiare la fortuna in oriente prende il sopravvento; ed è proprio qui, nella seconda parte dell’opera, che si riescono a cogliere le sfumature più complesse del pensiero del cineasta.
Si prendano a esempio un paio di dialoghi, a nostro parere fondamentali per riuscire a comprendere appieno il senso di questa riduzione cinematografica. Il primo si svolge a tavola, tra la madre e i due figli, e riguarda la loro condizione sociale: immaginando un futuro colmo di ricchezze, i tre si ritrovano a sghignazzare pronti, una volta diventati finalmente benestanti, di poter schiacciare, con il loro peso sociale, i poveri che si ritrovano intorno. Il secondo, ancor superiore da un punto di vista filosofico e teorico, è faccenda a due tra madre e figlia: leggendo una lettera del figlio, andato a vivere a Saigon, Isabelle Huppert nota come lo scritto sia infarcito di errori d’ortografia, e se ne rammarica profondamente. Poco male, le suggerisce la figlia, suo fratello ha così tante risorse che se vorrà imparare l’ortografia non ci metterà nulla; ma la madre non è d’accordo, e sentenzia “se non conosci l’ortografia è come se ti mancasse un braccio”. Due paradigmi di come l’unico vero centro narrativo del film riguardi lo sdradicamento dalla propria realtà (quante volte abbiamo avuto modo di vedere dei colonizzatori a loro volta sfruttati e maltrattati dai loro “pari”?) e la spinta prettamente occidentale al dominio sugli altri, al soverchiamento del più debole. Un barrage contre le Pacifique è un film a suo modo discontinuo, ma capace di raggiungere picchi di intensità non comuni: doti che confermano Rithy Panh come autore assolutamente da non snobbare. Chi ha orecchie per intendere…

Info
Il trailer di Un barrage contre le Pacifique.
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