La banda Baader Meinhof

La banda Baader Meinhof

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Film serioso, lungo, episodico e poco lucido sulla lotta armata in Germania: La banda Baader Meinhof è il tentativo – non riuscito – di raccontare gli anni di piombo attraverso gli strumenti del cinema commerciale.

Del terrorismo e dei modi di rappresentarlo 

Germania Federale 1967. Nel corso di una manifestazione, la polizia uccide lo studente Benno Ohnesorg. La giornalista Ulrike Meinhof, impegnata in una battaglia contro la violenza di Stato e contro la guerra in Vietnam, intervista in carcere Gudrun Ensslin, compagna di Andreas Baader. Affascinata dai due, la donna aiuta Gudrun nell’evasione del suo compagno nella primavera del ’70. Comincia così la storia della RAF (Rote Armee Fraktion). [sinossi]

Sinceramente ci stupisce assai la volontà di realizzare in Germania un film sull’organizzazione terroristica della RAF, se non per schiaffare in un mattone da 150 minuti intere schiere di (notevoli) attori teutonici (Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Simon Licht, Jan Josef Liefers e tanti altri…) o limitrofi (Bruno Ganz e Alexandra Maria Lara). Operazione, ne siamo più che certi, ampiamente ascrivibile al produttore Bernd Eichinger, vero deus ex machina della rinascita (?) del cinema tedesco nella versione più squisitamente commerciale (portano la sua firma Le particelle elementari e la Caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, tanto per fare due titoli…). E visto il successo che il film ha riportato in patria possiamo ben dire che l’operazione è, al solito, perfettamente riuscita.
Ma per noi miseri mortali il terrorismo tedesco al cinema si era concluso con La terza generazione, il magnifico capolavoro firmato da Rainer Werner Fassbinder nel 1979. “Una commedia in sei episodi che tratta di giochi di società pieni di suspense, eccitazione, logica, crudeltà e follia simili alle favole che si raccontano ai bambini per aiutarli a sopportare la loro vita fino alla morte”, come scrisse lo stesso Fassbinder nell’epigrafe del film. Tutto il resto è noia, direbbe il Califfo.

La banda Baader Meinhof, infatti, non è una commedia, seppur surreale e grottesca, ma è un film che vuole terribilmente prendersi sul serio, di quelli che aspirano all’affresco storico nel ricreare le gesta di un manipolo di delinquenti. Questa sorta di romanzo criminale mit krauter è tratto infatti da un bel tomo di qualche anno fa di Stefan Aust, ancora oggi considerato una vera e propria bibbia sul tema degli anni di piombo tedeschi. Ma Uli Edel – celebre per Christiana F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino e per il madonnaro (nella versione Ciccone…) Body of Evidence, rifugiatosi negli ultimi anni in (titaniche) produzioni televisive, vedi Giulio Cesare – è molto più interessato ad affastellare volti, storie e personaggi senza scontentare né dimenticare alcuno, che ad una vera e propria ricostruzione, per quanto sia ossessionato da una storia che in qualunque momento debba farsi Storia, e punti al contenuto a scapito di una forma filmica assolutamente non all’altezza di un percorso socio-esistenziale così complesso e stratificato.
Nella logica dell’accumulazione stravince così la perversione commerciale della semplificazione estrema di tutte quelle istanze che la RAF portava avanti – insieme a tutti i gruppuscoli marxisti che fiorirono tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta – e il film si perde in una miriade di parentesi aperte e mai richiuse, tra personaggi e generazioni che si succedono (mentre la prima generazione è in carcere, quella appunto dei due protagonisti che danno il titolo al film Andreas Baader e Ulrike Meinhof, la seconda e la terza intensificano i loro sforzi bellici) ma che non collidono, né tra loro né con lo Stato. Lo Stato, già, qui (non) è praticamente rappresentato, è solamente un inerte strumento di potere: quando sappiamo benissimo che in Germania lo Stato ha letteralmente sterminato ogni tentativo di lotta armata, non limitandosi a richiudere in galera i protagonisti di quelle lotte.

Molto più semplicemente, e altrettanto probabilmente, il problema di Edel è stato proprio quello di raffrontarsi con uno scheletro piuttosto ingombrante come quello della RAF a distanza di tutti questi anni, sentendosi forse in obbligo di mantenere un’equidistanza che non ha certo giovato alla pellicola. Tutto l’opposto dell’operazione di Fassbinder, certo fredda e distaccata – forse l’opera nella quale l’autore di Querelle de Brest si è messo meno in scena – eppure ha dimostrato che raccontare la lucida follia del terrorismo significa nient’altro che raccontare la disperazione di una vita o meglio della vita.
Vite disperate, insomma, vite che Edel riesce solamente a lambire…

Info
Il trailer di La banda Baader Meinhof su Youtube.
Una clip tratta da La banda Baader Meinhof.
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