Quantum of Solace

Quantum of Solace

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Torna l’agente segreto James Bond incarnato efficacemente dal freddo e muscolare Daniel Craig, ma Quantum of Solace non è tra le sue migliori sortite sul grande schermo e la regia di Marc Forster lascia qualche dubbio.

Il lato oscuro di Bond

Il lavoro di intelligence collega un agente MI6, che ha tradito l’agenzia, ad un conto bancario a Haiti dove, per uno scambio di persona, Bond conosce la bella e aggressiva Camille, una donna che ha una vendetta personale da portare a termine. [sinossi]

Letteralmente rinato con Casino Royale – che non è un’eresia definire come uno dei migliori Bond di sempre – l’agente segreto di Sua Maestà James Bond sembra rivivere una seconda (o terza? o quarta?) giovinezza cinematografica anche grazie all’interpretazione fredda e muscolare di Daniel Craig, l’attore britannico qui al secondo film nei panni di 007. Liberamente ispirato da un racconto breve del padre legittimo di Bond Ian Fleming, Quantum of Solace, è sceneggiato dallo stesso trio del precedente (Neal Purvis & Robert Wade, e il pluripremio Oscar Paul Haggis) ma diretto con mano vergine (bondianamente parlando…) da Marc Forster e non da Martin Campbell che invece aveva diretto con mano più che sicura Casino Royale e GoldenEye.

E qui sta la prima grande differenza: Campbell ha saputo manovrare agilmente la maschera dell’agente segreto più famoso al mondo, trovando poi con Craig la personificazione più riuscita possibile; Forster, al contrario, si è dimostrato ben più indeciso sullo spirito con cui condire questa sua nuova avventura cinematografica, così distante dalle sue precedenti esperienze sul grande schermo.

Schiacciato da una sceneggiatura piuttosto farraginosa, Forster ha tratteggiato per quel che ha potuto un Bond davvero allucinato, anche sciatto addirittura, lontanissimo dalla raffinata eleganza dei tempi di Connery per intenderci. E questo non sarebbe stato necessariamente un difetto, anzi, il problema è stato poi nel relazionarsi con tutto il resto dell’universo Bond, soprattutto con la sua componente da blockbuster spettacolare che con Forster finisce immancabilmente con l’arenarsi verso un action fracassone e basta. Per cui le sovrabbondanti scene d’azione hanno praticamente portato 007 al pari di un supereroe da fumetto senza tuttavia portarsi in dote tutto quell’universo iconico che spesso contraddistingue questo genere di operazioni (pensiamo agli ultimi Batman, per esempio). Il Bond di Forster, quasi un cattivo accecato solamente da una sete di vendetta figlia del precedente film (Quantum of Solace, in pratica, è il sequel di Casino Royale, con James che deve vendicare la morte della sua amata Vesper), finisce dunque con l’essere quasi privo dello spessore psicologico che ha da sempre contraddistinto le migliori avventure di 007. Non va poi meglio al villain della situazione che, seppur incarnato dal solitamente validissimo Mathieu Amalric, risulta poco più di una macchietta un po’ laida e melliflua, cosa che non fa un buon servizio a uno degli interpreti migliori del cinema contemporaneo.

Certo, questa deriva bondiana verso il male non può che stuzzicare le fantasie più perverse degli spettatori alle prese con il lato oscuro dell’agente segreto, ma senza dubbio l’operazione risulta riuscita solo a metà ed è un gran peccato perché il materiale era potenzialmente molto valido. Il problema, come accennato, è sia narrativo che visivo e in sostanza è come se nella decodificazione di questa nuova immagine bondiana gli autori – sia gli sceneggiatori che il regista – si siano trovati di fronte ad un quantum (nomen omen, è il caso di dirlo) fin troppo sfuggente e incatalogabile, una massa indistinta di sensazioni, istinti e desideri che non sono riusciti a tradurre in qualcosa di cinematograficamente interessante e, soprattutto, di compiuto.

Resta solo da sperare che James Bond ritrovi mani più sicure – come quelle di Campbell, per esempio – anche perché il volto, oramai, sembra davvero averlo definitivamente ritrovato, ed è quello spietato e brutale di Daniel Craig…

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