Aspettando il sole

Aspettando il sole

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I personaggi di Aspettando il sole diventano fantasmi di un mondo che sembra disperso nel nulla, e che non è altro che il nostro paese, hotel a ore scricchiolante e vagamente squallido, ma che ancora non ha perso speranza nella purezza, ma pare già attratto da sirene equivoche. Un esordio incoraggiante, forse impreciso ma per troppo amore; e questo è un difetto che ci viene naturale perdonare.

Tutto in una notte

Italia, qualunque posto negli anni Ottanta. Tre balordi si imbattono in un hotel fuori mano, fuori posto: un rifugio ai confini del mondo. Ma questa non è solo la loro storia. Perché al Bellevue Hotel esistono altri ospiti, respiri o pianti dietro una porta dai numeri consumati, gesti d’amore o di disperazione, voci sussurrate o urla. Nell’intreccio di ciascuna di queste storie le pareti si annullano e le porte si aprono, svelando il filo che lega i destini di tutti gli ospiti… [sinossi]

C’era chi un tempo pensava che l’Italia non fosse un paese povero; era l’epoca del boom, o giù di lì, e il fermento culturale di una nazione che si ridestava finalmente (e, in maniera ideale, definitivamente) dall’obnubilante cappa del fascismo e della seconda guerra mondiale, dava vita a una cinematografia viva, pulsante, creativa eppure mai dimentica dell’amaro retrogusto di ogni realtà. Così nasceva, e ci si perdonerà la semplificazione, la commedia all’italiana, ruota portante di un ingranaggio produttivo che darà vita ai migliori anni del nostro cinema.
Ma parliamo di quaranta e passa anni fa: ora stiamo attraversando una crisi economica di cui ancora non si scorge lo spiraglio per poter tornare a veder la luce, e il nostro cinema non nuota più in acque limpide da almeno due decenni. Si discute oramai da tempo immemore della formula migliore per dare nuovo smalto alla nostra malmessa industria delle meraviglie, e in molti pensano che la soluzione sia da ricercare proprio in quell’ age d’or degli anni sessanta e settanta, quando il grande cinema d’autore e l’artigianato d’intrattenimento si muovevano l’uno accanto all’altro senza mai pestarsi i piedi e, in alcuni dei casi più sublimi (Mario Bava, Dino Risi, Ettore Scola, Sergio Leone), arrivavano addirittura a compenetrarsi alla perfezione. A provare nell’impresa di riproporre le regole non scritte – che sia stato questo il problema? – del tempo che fu non sono stati in pochi: uno degli esempi a noi più vicini è senz’ombra di dubbio rappresentato da Ago Panini e dal suo esordio alla regia. Aspettando il sole è una commedia morale, o perlomeno si avvicina molto a tale descrizione, che non può non riportare alla mente le evoluzioni corali di cui furono capaci alcuni dei nostri cineasti più ispirati – e torniamo nuovamente a citare Risi e Scola.

Dopotutto l’intento di fondo è innegabile, e mai sottaciuto: tentare di raccontare l’Italia di oggi e di ieri (il film è ambientato in pieni anni ’80, l’inizio del crollo della credibilità del nostro cinema agli occhi del mondo) con uno sguardo ironico, sardonico ma mai incline alla burla fine a sé stessa. Per far ciò si fa leva su un lavoro corale (i protagonisti sono una quindicina) spezzettando la narrazione in una serie di micro-eventi: non è un film a episodi, Aspettando il sole, ma poco ci manca, e l’impressione è che l’esordiente Panini – ma alle sue spalle c’è una gavetta decennale in radio – si trovi più a suo agio nell’accumulo di piccoli dettagli. Come sovente accade con le opere programmaticamente frammentate, non tutto alla fine dei giochi ci appare essenziale e irrinunciabile: avremmo forse fatto a meno del losco personaggio del figuro che si chiude in camera da letto con il suo amato cane – ma non necessariamente per il primo motivo che potrebbe venirvi in mente – e non è probabilmente calibrato al millimetro neanche il personaggio interpretato da Raoul Bova (che sfodera comunque una interpretazione sorprendente, per intensità e sommessa capacità caricatuale), ma si tratta essenzialmente del classico dazio di inesperienza che Panini deve pagare all’arte con la quale si sta confrontando.

Altrove Aspettando il sole ci sembra funzionare invece meglio, ed esattamente nel momento in cui si raccontano, o si ipotizzano, rapporti interpersonali: che sia il caso di un portiere d’albergo alle prese con due guasconi forse malintenzionati o forse no (ottimi Giuseppe Cederna, Claudio Santamaria e Michele Venitucci), o di una scalcinata e dolcissima troupe di un film porno, quello che ci resta appiccicato addosso è un senso di sottile incapacità di vivere, impossibilità del normale, vana ricerca di una pace che si fa, passo dopo passo, sempre più irraggiungibile. È questo l’aspetto che più ci convince di Panini e della sua messa in scena: al di là delle sequenze più divertenti – in Aspettando il sole si ride, e quasi mai nella maniera più ovvia – e delle digressioni smaccatamente surreali e grottesche, si respira un sottofondo di angoscia, una sottile soffocante nebbia che copre tutto e lo rende ovattato. Così i personaggi di Aspettando il sole diventano fantasmi di un mondo che sembra disperso nel nulla, e che non è altro che il nostro paese, hotel a ore scricchiolante e vagamente squallido, ma che ancora non ha perso speranza nella purezza, ma pare già attratto da sirene equivoche (l’ossessionante televendita che funge da ideale fil rouge).
Un esordio incoraggiante, forse impreciso ma per troppo amore; e questo è un difetto che ci viene naturale perdonare.

P.S. Un plauso doveroso all’operazione di casting, puntuale e sempre convincente. Ci sembra giusto riportare, in calce alla recensione, l’intero cast in ordine alfabetico: Sergio Albelli, Raoul Bova, Giuseppe Cederna, Massimo De Lorenzo, Corrado Fortuna, Gabriel Garko, Claudia Gerini, Vanessa Incontrada, Raiz, Rolando Ravello, Claudio Santamaria, Bebo Storti, Alessandro Tiberi, Thomas Trabacchi, Michele Venitucci.
Info
Il trailer di Aspettando il sole.
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