La siciliana ribelle

La siciliana ribelle

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Finché ci si muove nell’entroterra siculo tutto ciò funziona molto bene, i problemi semmai nascono nello spostarsi verso l’ambientazione romana, dove il regista sembra perdere un po’ il filo del discorso. Ma ciò che più conta è che ne La siciliana ribelle riesca comunque a emergere questa figura emblematica di impegno civile, morta in mezzo a tanti peana come tutti gli eroi di questo paese senza faccia.

Io unn’iscrivo minchiate!

Una mattina di novembre del 1991, una ragazzina di 17 anni con lo zainetto della scuola sulle spalle si presenta al Procuratore di Palermo per vendicare gli assassini del padre e del fratello, entrambi mafiosi. Per la prima volta una ragazzina di famiglia mafiosa si ribella apertamente all’organizzazione tradizionalmente maschilista. Da questo momento, i giorni di Rita sono contati. Come tutte le altre donne di mafia siciliane, Rita dovrebbe piegarsi alla legge del silenzio. Dovrebbe chiudere gli occhi, sottomettersi, come sua madre e la madre di sua madre. Ma Rita non è come le altre. La sua vita è una sfida al destino e possiede l’intensità di un racconto epico… [sinossi]

Si narra che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, siciliani dall’umorismo a volte molto nero ed entrambi fumatori accaniti, proprio riguardo al fumo amavano dire: «Fumare uccide? Magari potessimo morire di cancro». Avevano ragione. Così come Rita Atria, collaboratrice di giustizia che proprio a Borsellino si legò come a un padre, che dopo la strage di Via d’Amelio disse che senza di questi sarebbe morta anche lei. Così fu e senza aver compiuto 18 anni si suicidò una settimana dopo la morte del giudice. Rita è ovviamente La siciliana ribelle, colei che con il suo diario denso di aneddoti e retroscena sulla costellazione mafiosa a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta – diario pieno di verità («Io unn’iscrivo minchiate!» urlava con la tutta la fierezza che aveva in gola) tutte ovviamente molto scomode – permise di dirimere molte nubi sulla guerra di mafia che portò al potere il clan dei corleonesi.

Proprio il clan di Riina e Provenzano è ancora una volta al centro del cinema di Marco Amenta, siciliano doc, che sembra non volersi staccare dalla propria terra d’origine: è stato così per Il fantasma di Corleone – docu-fiction su Bernardo Provenzano divenuto un piccolo caso dopo l’arresto del protagonista, avvenuto la settimana successiva dell’uscita del film… –, ed è stato così anche per Diario di una siciliana ribelle, documentario realizzato proprio sulla figura di Rita Atria. E forse per non ripetersi la protagonista de La siciliana ribelle diventa Rita Mancuso, come a voler comunque fondare il tutto su di un terreno di fiction (seppur ispirato a una storia vera, ovviamente). Amenta gira un film che sarebbe fin troppo facile definire impegnato, certamente didascalico, ma senza dubbio coraggioso e molto onesto nel voler restituire quest’immagine di donna che sfida sia la Mafia che tutte le convenzioni sociali che ne stanno alla base (la sudditanza femminile, la connivenza tra i vari livelli del potere).

Nel seguire la sua giovane eroina, zaino Invicta in spalla come si conviene a un qualunque italiano in movimento, Amenta sembra concentrato soprattutto nel rendere i colori della sua terra, quei colori forti tipici del Sud Italia. Colori che sono anche odori e rumori (come quelli del kalashnikov neomelodico di Gomorra), colori che si ripetono nel nero dei vestiti delle donne a lutto, del bianco candido delle vesti della domenica ma anche delle lenzuola stese sui cadaveri in piazza, ma soprattutto del rosso denso e acre del sangue dei morti ammazzati a pistolettate, della polpa di pomodoro perennemente servita a tavola e del rossetto steso su labbra carnose e vive. E finché ci si muove nell’entroterra siculo tutto ciò funziona molto bene, i problemi semmai nascono nello spostarsi verso l’ambientazione romana, dove il regista sembra perdere un po’ di più il filo del discorso. Colpa soprattutto di uno script non eccelso, che non segue perfettamente il passaggio vendetta-giustizia della propria protagonista e che si perde in alcune parabole parallele a quelle di Rita (come quella del giudice, vagamente ispirato a Borsellino, le cui diatribe familiari sono piuttosto superflue). Proprio in questi passaggi si nota come il film abbia alcuni debiti poco gratificanti verso l’appiattimento estetico di certa televisione d’impegno (pensiamo soprattutto alle ultime apparizioni de La piovra, ma anche a tante biografie di eroi comuni che popolano i nostri schermi), soprattutto (come detto) nel frammento romano (da cui si riscatta in parte in una bellissima scena ambientata sul litorale romano di Ladispoli, dove un vento minaccioso fa da terzo incomodo alla réunion familiare tra madre e figlia). Ma ciò che più conta è che ne La siciliana ribelle riesca comunque a emergere questa figura emblematica di impegno civile, morta in mezzo a tanti peana come tutti gli eroi di questo paese senza faccia.

Info
Il trailer de La siciliana ribelle

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