24 City
di Jia Zhangke
24 City, il viaggio del regista cinese Jia Zhangke a metà tra documentario e totale ricreazione della realtà. In concorso al Festival di Cannes nel 2008.
La città verrà ricostruita all’alba
Chengdu, oggi. La fabbrica statale 429 chiude per dare avvio alla costruzione di un complesso di appartamenti di lusso chiamato «24 City». Tre generazioni, otto personaggi: vecchi lavoratori, dirigenti della fabbrica e yuppies. Vicende individuali che rispecchiano la storia della Cina… [sinossi]
Abbiamo ancora nelle orecchie i commenti che accompagnarono la visione veneziana del sommo Still Life, presentato da un sempre più lungimirante Marco Müller come evento a sorpresa del concorso del 2006; sentenze cupe e in parte rabbiose, alle quali fecero seguito interventi critici spesso e volentieri ciechi, incapaci di comprendere la grandezza di un’opera che faceva irruzione nel panorama cinematografico mondiale con una forza innovativa sconvolgente.
Non ci hanno dunque stupito più di tanto le reazioni di fronte a Er shi si cheng ji/24 City, prima a Cannes e in seguito al Torino Film Festival: dopotutto, se possibile, l’ultima fatica di Jia Zhangke è ancora più stratificata e densa di significato di quanto non fosse il già citato Still Life.
A prima vista 24 City può apparire come un documentario solido, che segue con una cura certosina le regole non scritte del genere, spinto verso la messa a fuoco di una società cinese in sommovimento, area geografica in continua evoluzione, dove niente può restare uguale a sé stesso, mai. E in dei conti una lettura di questo tipo si approssima alle soglie della verità: è infatti indubbio che l’intento di Jia sia quello, film dopo film, di descrivere la realtà di Pechino e dintorni, soffermandosi in particolar modo sull’idea di una terra in perenne e infinita rivoluzione, che (ri)costruisce su sé stessa senza sosta, procedendo per accumulo di strati. È questa la storia di Still Life e di Dong – suo fratellino documentario -, ed è in fin dei conti anche quella del superbo Platform e di The World; perfino Useless, il documentario con cui Jia trionfò nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia del 2007, altro non era se non un giro panoramico sul neocapitalismo cinese. Al di là della semplice questione culturale, e della lettura personale della sua patria, il regista di Fenyang compie però con 24 City un passo ulteriore, che apre nuovi varchi alla sua carriera autoriale: dopo aver messo in scena, in Still Life, una sorta di “fantascienza del contemporaneo”, ossimoro che è proprio della Cina post-Mao e post-Tienanmen, con quest’ultima opera Jia prende di petto i dogmi del documentario e li deturpa, in un attacco alla prammatica cinematografica che non ha moltissimi eguali nel giorno d’oggi.
24 City è strutturato in maniera molto semplice: a raccontarci la storia della gloriosa fabbrica statale 429 sono gli operai che vi hanno speso all’interno gran parte della loro vita, o i loro figli che non riescono ancora a comprendere appieno il ruolo che una macchina industriale può aver giocato all’interno delle vite dei genitori. Sarebbe dunque tutto nella norma, se Jia non si prendesse una libertà che molti potrebbero leggere come un vero e proprio sacrilegio: a fianco di una seria documentazione storica, inappuntabile ed estremamente precisa, il regista pone una serie di interviste create ad hoc, con attori a interpretare il ruolo degli operai dell’impianto 429 oramai in dismissione. Né documentario né mockumentary, 24 City finisce per collocarsi all’interno del panorama della settima arte come creatura aliena, distante da qualsiasi logica di apparentamento di genere: dopotutto non esiste forse modo migliore per descrivere la storia cinese dalla nascita della Repubblica Popolare in poi. Così come era necessario affidarsi ai dischi volanti per comprendere l’azione futuristica messa in atto dal governo nella zona delle sette gole, è indispensabile mescolare realtà e finzione, fino a non saperne distinguere i tratti, per mettere in scena l’avvicendarsi degli eventi nella Cina socialista e comunista. Attraverso gli sguardi dei veri operai della fabbrica, e di attori come Joan Chen (da lacrime il suo racconto, figura di donna mai disposta a cedere ai compromessi del suo aspetto fisico, in perenne lotta con il suo tempo), Zhao Tao e Chen Jianbin, Jia Zhangke riesce a creare un’istantanea della Cina dall’impatto sconvolgente.
In perenne conflitto tra tradizione e fascinazione neocapitalista (con tanto di rimandi all’odiato vicino Giappone, si veda la canzone Arigato anata e la citazione del serial televisivo Minaccia rossa), la patria descritta da Jia è una terra in sommovimento, in cui il passato viene cristallizzato senza avere la reale volontà di metabolizzarlo – e questo punto ci riconduce anche all’ottimo cortometraggio Cry Me A River, visto all’ultimo festival di Venezia. Chengdu verrà ricostruita, per essere poi distrutta e ricostruita nuovamente, in un processo di rinnovamento apparente che non sembra avere una conclusione possibile. Se qualche sprovveduto potesse ancora nutrire dubbi sull’importanza capitale dell’esperienza autoriale di Jia Zhangke, speriamo di cuore che un’opera trattenuta e dolorosa come 24 City serva a fugarli una volta per tutte.
Info
24 City, il trailer.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Er shi si cheng ji
- Paese/Anno: Cina, Giappone, Hong Kong | 2008
- Regia: Jia Zhangke
- Sceneggiatura: Jia Zhangke, Zhai Yongming
- Fotografia: Wang Yu, Yu Likwai
- Montaggio: Kong Jinglei, Lin Xudong
- Interpreti: Chen Jianbin, Joan Chen, Lu Liping, Zhao Tao
- Colonna sonora: Giong Lim, Yoshihiro Anno
- Produzione: Bandai Visual, Bitter End, China Resources, Office Kitano, Shanghai Film Group, XStream Pictures
- Durata: 107'



Jia Zhangke, un gars de Fenyang
Intervista a Yu Likwai
Il tocco del peccato – A Touch of Sin
I Wish I Knew