Changeling

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Changeling è l’ennesimo tassello della filmografia di Clint Eastwood che si interroga sugli affetti, sulle relazioni umane e sulla società statunitense.

Un mondo (im)perfetto

Los Angeles, marzo 1928: un piacevole sabato mattina in un quartiere popolare alla periferia della città; una madre nubile, Christine Collins saluta il figlioletto Walter di nove anni e si incammina verso la società telefonica dove lavora come centralinista. Rientrata nella modesta abitazione dove vive con il figlio, si trova davanti al peggior incubo di qualunque genitore: la scomparsa del figlio. Le lunghe ed estenuanti ricerche di Walter, che sembra sparito senza aver lasciato traccia, non portano a nulla finché, cinque mesi dopo, un bambino, che afferma di essere Walter, viene riconsegnato alla polizia che non vede l’ora di sfruttare l’ondata di popolarità che seguirà al ricongiungimento della madre col figlio. Stordita dalla confusione di poliziotti, reporter e fotografi e sopraffatta da un insieme di emozioni contrastanti, Christine accetta di riprendersi il ragazzo pur sapendo, nel profondo del cuore, che quel bambino non ha nulla a che fare con il piccolo Walter. Nei vari tentativi per convincere la polizia a riprendere le ricerche del figlio, Christine si rende conto che, nella Los Angeles dell’era del Proibizionismo, le donne non sfidano il sistema e si limitano a raccontare la loro storia… [sinossi]

Chissà cosa penseranno oggi tutti quei critici che all’inizio degli anni Settanta accusarono Clint Eastwood di essere portavoce di un pensiero profondamente reazionario, quando non propriamente fascista, per la sua interpretazione dell’ispettore Callahan (cinque film tra il 1971 e il 1988); invettive che sembrarono trovare conferma nel 1986 quando Eastwood fu eletto sindaco, repubblicano, di Carmel-by-the-Sea, cittadina della California. Nelle divertenti note biografiche presenti alla conclusione di Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano, il libricino di motti celebri creato da Gino&Michele, alla voce dedicata all’attore feticcio del primo Sergio Leone i due curatori scrivevano “l’attore cinematografico di destra più amato dagli spettatori di sinistra”: una verità, per quanto surreale possa apparire la citazione.
Nel corso della sua carriera di regista, che comprende oramai la bellezza di trenta lungometraggi (trentuno, se si prende in esame anche Gran Torino, che uscirà nelle sale americane il 17 dicembre prossimo), Clint Eastwood ha progressivamente smantellato qualsiasi mito della società a stelle e strisce: quello dello sceriffo come incorruttibile tutore della legge nel vecchio west (Gli spietati), dell’epoca d’oro dell’America kennedyana (Un mondo perfetto), della pena di morte come risultato equo e giusto di un processo (Fino a prova contraria), dei doveri di amicizia e lealtà in seno alla società contemporanea (Mystic River). Negli ultimissimi anni Eastwood ha poi addirittura alzato il tiro, arrivando a una sentita e profondamente logica messa in scena dell’eutanasia in Million Dollar Baby e alla messa alla berlina delle guerra in ogni sua prospettiva nel dittico Flags of Our Fathers/Lettere da Iwo Jima. Non è certo lo stupore, dunque, a far capolino durante la proiezione di Changeling. Arrivato in Italia sull’onda lunga del successo di critica e pubblico ottenuto all’ultimo festival di Cannes, Changeling pone lo spettatore di fronte a una storia oramai nota: nel 1928 un bambino di nove anni scomparve di casa. In seguito alla denuncia della madre la polizia si mise a indagare e di lì a qualche mese riportò a casa il pargolo, senza far caso a un trascurabile particolare: non si trattava affatto del bambino scomparso.

Nel prendere per mano una storia (vera) di questo tipo, Eastwood non si limita a una descrizione minuziosa e dettagliata dei fatti, e non sembra neanche particolarmente interessato alla ricostruzione d’ambiente, per quanto questa risulti accurata – e il bianco e nero che immette nella vicenda per poi fare la sua ricomparsa in chiusura sa davvero di bordo ben preciso, quasi che il cineasta stesse ragionando sulla “reale falsità” di ciò che viene mostrato, e rimarcasse ulteriormente allo spettatore la sua operazione di demiurgo -, ma piuttosto pare intenzionato a muoversi in direzione di una ferma e dura condanna. Ed è qui che bisogna avere la forza di distaccarsi dal film per comprendere appieno il pensiero e la volontà di Eastwood: Changeling non è un atto d’accusa contro la polizia corrotta di Los Angeles o, meglio, non è solo questo. Qualora il suo sguardo si fosse fermato a una (pur rispettabile) interpretazione storica di questo stampo, il film avrebbe perso gran parte della forza dirompente con cui colpisce in pieno stomaco; in realtà Changeling scava ben più a fondo nel tessuto sociale statunitense – ma sarebbe più giusto parlare di società di massa in quanto tale, in quanto mai come in questo caso la collocazione geografica della vicenda non appare particolarmente determinante -, arrivando ben presto a cogliere l’urgenza contemporanea dell’atroce storia che sta mettendo in scena. Gli Stati Uniti mostrati in Changeling non hanno nulla di diverso, eccezion fatta per la scenografia d’antan, dal mondo occidentale nel quale si sguazza oggigiorno: la polizia violenta, la minaccia che sovrasta l’infanzia (mostrata tra l’altro quest’ultima in tutta la sua ingenuità, smossa nei propri istinti dall’idea di poter cavalcare con Tom Mix o dalla pura e semplice mancanza della mamma), l’arbitraria selezione dei cittadini considerati mentalmente “sani” da parte del potere, non costringono affatto a una regressione temporale. Ma sarebbe forse riduttivo anche ricondurre l’abbagliante splendore di Changeling alla capacità di Eastwood di comprendere la gramigna che cresce in seno alla società, e che prospera grazie al modus vivendi che, coscientemente o meno, si è portati generazione dopo generazione a replicare; Changeling è un film cangiante (si perdoni il gioco di parole), mutevole per quanto apparentemente cristallizzato nella sua sfavillante composizione fotografica. La sua struttura lineare è continuamente bombardata da irruzioni eversive talmente sottili da essere a tratti difficilmente decodificabili: si prenda il progressivo inserimento nella vicenda del personaggio del detective Lester Ybarra interpretato da Michael Kelly, o l’arguto montaggio alternato tra i due processi in corso. Esempi di libertà narrativa che Eastwood utilizza per dare alla sua creatura un ritmo mai completamente stabile, livellato in modo tale da non essere mai perfettamente omogeneo, ma costretto a procedere a balzi, a strattoni, come le pugnalate metaforicamente inferte alla combattiva madre del giovanotto (una Angelina Jolie sorprendente per bravura e trattenuta enfasi dello sguardo, con un’interpretazione che, per quel che concerne il segmento da women in prison, sarebbe interessante porre in parallelo con quella che la figlia di Jon Voight sfoderò all’epoca di Girl, Interrupted di James Mangold; la crescita artistica della Jolie risulterebbe inequivocabile).

Nel portare sullo schermo un’agghiacciante storia di violenza e abuso di potere, Eastwood e lo sceneggiatore J. Michael Straczynski (potrà sembrare assurdo, ma nel suo curriculum gli episodi de La signora in giallo e Ai confini della realtà brillano come stelle nella notte) scelgono di evitare, per contrasto, di mostrare la violenza in tutta la sua atroce brutalità. Anzi, le due sequenze in cui questa viene messa in scena sono quelle che permettono a Eastwood di toccare l’apice del suo umanesimo: la prima è la rievocazione, tra le lacrime, dei delitti fatta dal bambino sconvolto che è stato costretto a prendervi parte, e la seconda immortala l’esecuzione del pluriomicida. In pochi minuti e una manciata di inquadrature, Eastwood regala con forza la sua poetica, fatta di un diniego privo di compromessi nei confronti del potere dell’uomo sull’uomo, sia esso legalizzato o meno: la richiesta del condannato (personaggio viscido e riprovevole, ma non privo di interessanti sfaccettature psicanalitiche) che qualcuno preghi per lui, lo sguardo attonito del capo delle guardie nell’ascoltare i suoi singhiozzi, le mani delle madri delle vittime che si chiudono le une nelle altre nel momento dell’impiccagione, sono dettagli di una pulizia e di una verità che non è possibile negare e che, di fatto, eleggono Clint Eastwood tra i più grandi autori cinematografici di questi ultimi venti anni.

Info
Il trailer di Changeling.
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