Il giardino di limoni

Il giardino di limoni

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Il giardino di limoni è un film piccolo, interessante ma diseguale, più importante che realmente valido, che lancia dall’interno un grido di preoccupazione sulla politica di Israele nei confronti dei paesi arabi.

Il muro del rimpianto

Cisgiordania. Quando il Ministro della difesa israeliano decide di trasferirsi in una casa vicina a quella di Salma, vedova palestinese che vive ormai da sola, questa ingaggia una battaglia legale con gli avvocati del Ministro che, temendo attentati, vorrebbero far abbattere gli alberi di limoni che sono nel giardino della donna… [sinossi]

Esistono opere che acquistano importanza al di là del mero risultato artistico che riescono a raggiungere, aprendo squarci sulla realtà che ci circonda, interrogandosi sulla contemporaneità. A dir tutta la verità nuda e cruda, non siamo mai stati fautori di un’interpretazione critica strettamente militante, spesso dimostratasi cieca fino all’ottusità verso determinate derive cinematografiche, ma è indubbio che la lettura di un film come Etz lemon/Il giardino di limoni non possa esimersi da una riflessione su ciò che viene messo in scena. Storia di un rapporto di vicinato conflittuale tra una donna palestinese di mezza età che si prende cura del giardino di limoni lasciatole in eredità dall’amato padre e il ministro della difesa israeliano che quella piantagione vuole far abbattere su pressione del Mossad (troppo pericoloso lasciare un’area in cui è così facile mimetizzarsi a ridosso dell’abitazione di una carica istituzionale di siffatta importanza), Il giardino di limoni è un’incursione in una delle zone di conflitto più aspre dell’intero pianeta, resa particolarmente importante dal fatto che sia stata messa in scena da un cineasta e una casa di produzione israeliani (pur con soldi provenienti anche da Germania e Francia): dopotutto Eran Riklis non è nuovo a progetti del genere, come potranno confermare tutti coloro che abbiano una certa dimestichezza con la sua filmografia.

Già il documentario Borders, e il (troppo) celebrato La sposa siriana mettevano ben in chiaro la posizione del cineasta israeliano nei confronti della politica attuata dal suo paese nei confronti della Palestina e dei territori occupati. Il giardino di limoni serve dunque a rincarare la dose, anche grazie a una scelta di location – siamo a ridosso del famigerato muro creato “a protezione” di Israele – e di caratteri (il ministro della difesa è, di fatto, la seconda carica più importante del paese, vista e considerata la continuità delle azioni militari) che presentano i segni inequivocabili di una volontà di metaforizzare l’intera questione dell’integrazione fra i due popoli.
Lo sguardo di Riklis, ora ironico ora drammatico, non sembra aver voglia di cedere al facile ottimismo, tutt’altro: al di là dei personaggi femminili, effettivamente forti e dotati di una coerenza di pensiero in grado di superare ogni difficoltà, il resto del panorama che ci viene mostrato è decisamente desolante. Riklis non risparmia i vertici politici israeliani, accusati di fomentare di fatto l’odio e la paura della popolazione nei confronti dei vicini palestinesi, ma non si mostra una particolare gentilezza neanche verso l’establishment del post-Arafat. La questione mediorientale viene liquidata più volte come “antica” e “irrisolvibile”, neanche si trattasse di un semplice retaggio culturale radicatosi nella tradizione. Un punto di vista severo e deciso a non scadere nella facile retorica, elementi che viene naturale apprezzare: laddove Il giardino di limoni dimostra altresì delle debolezze è proprio nell’impianto narrativo.

Non convincono appieno determinate situazioni appena abbozzate (il figlio della protagonista, trasferitosi a New York è poco più di una caricatura malriuscita), e si ha l’impressione che l’intero segmento del film dedicato all’ammiccante storia d’attrazione tra la donna in lotta per i suoi diritti e il giovane avvocato che si assume l’incarico di perorarne la causa sia un pretesto narrativo esile e del tutto non essenziale, riempitivo inserito a forza più per accaparrarsi l’attenzione del pubblico medio che per reali necessità strutturali – funziona poco, c’è da dirlo, anche l’altra coppia in fieri della pellicola, quella clandestina composta dal ministro e dalla sua assistente. Più azzeccate alcune soluzioni virate verso il grottesco, come la giovane sentinella spaurita e preoccupata più delle audiocassette che lo rendono edotto sulle basi della logica che di controllare la piantagione “nemica”: ma la verità è che Eran Riklis mette l’intera riuscita della pellicola sulle spalle della protagonista Hiam Abbass, che risponde da par suo sfoderando un’interpretazione da applausi. Un film piccolo, interessante ma diseguale, più importante che realmente valido, che lancia dall’interno un grido di preoccupazione sulla politica di Israele nei confronti dei paesi arabi. Come si suol dire, chi si accontenta gode.

Info
Il trailer di Il giardino di limoni.
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