Max Payne

Max Payne

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Sulla scia dello storico videogioco, Max Payne cerca di fondere le classiche atmosfere noir alle dinamiche del bullet time con risultati poco convincenti. Nella schematica sceneggiatura “poliziotto in cerca di vendetta contro un mondo corrotto”, l’inserimento di una sovrabbondanza di effetti speciali e di sequenze ben oltre il limite della verosimiglianza finisce per appesantire inutilmente una trama esile e scontata, in cui tutti i personaggi hanno un destino già scritto e, ahinoi, troppo prevedibile.

La curiosa carriera del cantante-modello-attore Mark Wahlberg

Max Payne è un poliziotto ribelle e un antieroe, determinato a trovare le persone responsabili dei brutali omicidi della sua famiglia e del suo collega. In cerca di vendetta, la sua indagine ossessiva lo porta in un viaggio da incubo nei bassifondi più oscuri. Mentre il mistero si infittisce, Max è obbligato a combattere dei nemici sovrannaturali e fronteggiare un tradimento impensabile… [sinossi]

L’aspetto più interessante di Max Payne, evitabile trasposizione dell’omonimo cult videoludico, riguarda senza dubbio il granitico e talentuoso protagonista, l’ex-cantante, ex-modello e ora attore Mark Wahlberg, esempio lampante di star del cinema che si butta a testa bassa in ogni progetto, spesso sbagliando grossolanamente – non dal punto di vista degli incassi, ma qui il discorso vuole essere diverso.
Spulciando la già corposa filmografia del nostro eroe, perfetto nei ruoli di duro e belloccio dal cuore tenero e dai mille tormenti, ci si imbatte in titoli sorprendentemente distanti. Prendiamo un primo blocco di film: E venne il giorno (2008) di Shyamalan, I padroni della notte (2007) di James Gray, The departed (2006) di Scorsese, The Yards (2000) di James Gray, Three Kings (1999) di David O. Russell, Boogie Nights (1997) di Paul Thomas Anderson – nonostante rappresenti un passo falso nella carriera di Tim Burton, aggiungiamo pure Planet of the Apes, datato 2001. Buoni o ottimi film, registi di alto e persino altissimo profilo, prove attoriali più che convincenti. Passiamo in rassegna altri titoli: ovviamente Max Payne, Shooter (2007) di Antoine Fuqua, Four Brothers (2006) di John Singleton, Rock Star (2001) di Stephen Herek e via discorrendo. Le scelte del prode Wahlberg lasciano quantomeno perplessi, ma apprezzando le doti dell’ex-ragazzo difficile, aspettiamo con un certo giubilo l’approdo sul grande schermo dei suoi due prossimi lavori, i potenziali cult The Lovely Bones di Peter Jackson e The Fighter di Darren Aronofsky, entrambi previsti per il 2009. Parallelamente, ci arrendiamo all’idea che potremmo rivederlo persino in un seguito di Max Payne.

Dobbiamo anche arrenderci – il cinema è arte, il cinema è industria – a operazioni come Max Payne, che sulla scia dello storico videogioco ha cercato di fondere le classiche atmosfere noir alle dinamiche del bullet time con risultati poco convincenti. Nella schematica sceneggiatura “poliziotto in cerca di vendetta contro un mondo corrotto”, l’inserimento di una sovrabbondanza di effetti speciali e di sequenze ben oltre il limite della verosimiglianza (la sparatoria-carneficina nella sede della compagnia farmaceutica Aesir) finisce per appesantire inutilmente una trama esile e scontata, in cui tutti i personaggi hanno un destino già scritto e, ahinoi, troppo prevedibile. Max Payne è un noir che cerca di risollevarsi con arditi slow motion, soggettive, demoni alati e piacenti fanciulle, ma non bastano una pioggia (o neve) costante e numerose scene notturne per venire a capo di un film che assomiglia tanto a un bel guscio vuoto. L’insopportabile detective della disciplinare, il vecchio amico-collega che nasconde un segreto e la dilagante corruzione sono dei cliché difficili da gestire e, senza la dovuta ispirazione, sfociano nella classica copia della copia della copia. A salvare parzialmente la pellicola ci pensano il roccioso Wahlberg e, in qualche apprezzabile sequenza, la regia Moore. Ma è davvero troppo poco.

Info
Il trailer originale di Max Payne.
Max Payne sul canale FoxInternationalHEIT.
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