Rachel sta per sposarsi

Rachel sta per sposarsi

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In Rachel sta per sposarsi Jonathan Demme inanella drammi familiari e rivelazioni per un invito a nozze da non rifiutare.

Nozze di fiele

Kym ha molti errori alle spalle e non sa perdonarsi un’esiziale disattenzione commessa a sedici anni sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Quando la sorella Rachel decide di sposarsi, Kym, appena uscita dalla comunità di recupero, fa il suo rientro in famiglia e riaccende invidie e rancori mai sopiti. Sarà proprio il suo contributo a ravvivare il cerimoniale con un pizzico di sapido sarcasmo e un acre sentore di sconfitta… [sinossi]

Tra le caratteristiche che fanno di Jonathan Demme uno dei più validi e stimolanti registi statunitensi contemporanei campeggia senz’altro l’alacre ricerca della spontaneità che investe tutti i suoi personaggi, reali o immaginari che siano. Che si tratti di Jimmy Carter, Neil Young, Jean Dominique, Tom Hanks o Anne Hataway per Demme non fa alcuna differenza, una volta scelto l’oggetto del proprio sguardo il regista imbraccia la macchina da presa e si adopra a setacciare, pedinare, quasi esfoliare i propri personaggi.
Tratto da una sceneggiatura di Jenny Lumet, figlia del regista Sidney, Rachel sta per sposarsi è un’estenuante ricerca, realizzata sopra ai corpi e ai volti degli interpreti, che non ha altro scopo se non quello di attendere che le loro storie si dipanino e prendano forma davanti ai nostri occhi.
Per accentuare la sensazione di prossimità ai personaggi, Demme sceglie una regia agile e nervosa che pare voler rendere conto dei mille sguardi puntati sull’evento attraverso l’intermediazione delle telecamerine digitali degli invitati. Ma questa naturalezza, che appare così fugace e libera, è frutto di una partitura visiva calcolata e implacabile, orchestrata dal regista e montata con maestria da Tim Squyres, già autore del montaggio di Lussuria, Leone d’Oro a Venezia, ma anche di Gosford Park di Altman, qui omaggiato nei titoli di coda. Lo stile e le delicate tematiche ritratte in Rachel sta per sposarsi ricordano infatti proprio quell’esplorazione antropologica che Robert Altman (ma anche Cassavetes) ha portato avanti nel corso della propria carriera e che gli ha concesso di lasciarci un patrimonio di immagini ed interpretazioni prive di filtri.
In Rachel sta per sposarsi entriamo con passo leggero al fianco del personaggio di Kym (Anne Hataway) nella lussuosa casa di famiglia, dove avranno luogo tutti i ridicoli rituali che precedono e accompagnano un matrimonio in pompa magna e in pieno american style. Il fatto che la nostra protagonista sia in tutta evidenza una outsider ci pone da subito in uno stato di tensione: Kym è una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro e, non a caso, lei stessa si definisce durante il banchetto pre-nuziale “I’m Shiva the destroyer”. Non di solo dramma vive però questa pellicola, che elargisce commozione a piene mani (pensiamo alla “dichiarazione” nuziale dello sposo, al personaggio del padre o all’affetto tra le due sorelle), ma anche un battutario al fulmicotone.

Se riusciamo a respirare la stessa aria dei personaggi e a condividerne le emozioni è soprattutto grazie all’eccellente cast corale, che il regista ha saputo dirigere instaurando un clima di condivisione e fiducia reciproca che traspare da ogni inquadratura. Largo spazio è stato riservato all’improvvisazione: Demme ha risplasmato i personaggi sui corpi degli attori e offerto ad Anne Hathaway l’occasione di dimostrare la sua intensa bravura. Festeggiamo poi il grande ritorno di Debra Winger, qui madre enigmatica e di poche parole, capace di grandi manifestazioni d’affetto per le figlie e di un insospettabile exploit manesco. L’imprevedibilità caratterizza d’altronde le azioni di tutti gli invitati alle nozze e, oltre a corroborare la sensazione di schiettezza, aiuta lo spettatore a sospendere ogni giudizio sui personaggi e i loro comportamenti. La prevedibilità, Demme l’ha lasciata alla commedia classica che, a sfondo matrimoniale o meno che sia, segue i propri binari e riserva tutte le sue novità per i dialoghi o per qualche comprimario di buon mestiere. Senza più binari, però, il sottogenere “film sul matrimonio” deraglia nella realtà, aprendosi ora al melodramma familiare, ora alla commedia caustica, ora all’home movie.
In quello che ci appare dunque come “il più bel filmino di matrimonio mai realizzato”, la quantità e la dimensione variabile della grana fotografica ci ricorda di quando in quando la presenza di numerosi strumenti di ripresa audiovisiva, tutti virtualmente nelle mani degli invitati al matrimonio. Tra i vari “registi” del caso si segnala la presenza del colonnello in licenza dall’Iraq, il più alacre tra i filmaker e forse l’unico che sta registrando per portare quelle immagini in un altrove che fa più paura del centro di recupero in cui soggiorna Kym. Tra gli altri “operatori” occasionali, spicca la partecipazione giocosa di Roger Corman; si tratta di un ulteriore omaggio da parte di Demme (oltre a quello dedicato a Altman) ad un maestro che però, in questo caso, lo ha letteralmente tenuto a battesimo, finanziandogli l’esordio cinematografico.
Mentre seguiamo con partecipazione i numerosi conflitti che agitano il turbolento clan familiare della nostra Kym, ci accorgiamo con piacere che la cosa meno importante di questo lieto evento è, in fin dei conti, che la coppia sia mista. In ogni caso, parenti o meno, noi spettatori siamo cordialmente invitati a partecipare, purché pronti a devolvere in dono le nostre emozioni.

Info
Il trailer di Rachel sta per sposarsi.
Questa recensione è apparsa precedentemente sul sito www.cinemavvenire.it.
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