L’onda

L’onda

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Approdato in concorso al TFF26, L’onda è un film con alle spalle una storia lunga e sfaccettata: tratto da un celebre romanzo di Morton Ruhe, affonda le proprie radici in un fatto realmente accaduto nel 1967 al Cubberley High School di Palo Alto, in California. Un’operazione interessante ma che non sa evitare il didascalismo e un certo moralismo ricattatorio.

Studenti dell’Onda vestiti tutti uguali

Un insegnante di scuola superiore, Rainer Wenger, propone ai suoi studenti un esperimento per spiegare loro come funziona un governo totalitario: come leader si fa chiamare Mr Wenger, sceglie un motto, crea un logo e nomina il gruppo «L’onda», associandovi un saluto segreto. Comincia così un gioco di ruolo che avrà tragici risultati: in pochi giorni, infatti, da innocue nozioni quali disciplina e comunità, l’esperimento si trasforma in un movimento che degenera presto in violenza. A quel punto l’insegnante decide di interrompere l’esperimento. Ma è troppo tardi, l’onda è ormai fuori controllo… [sinossi]

Approdato al 26. Festival di Torino nel concorso ufficiale, L’onda (Die Welle) è un film con alle spalle una storia lunga e sfaccettata: pur essendo tratto da un celebre romanzo (soprattutto in Germania) scritto da Morton Ruhe, le sue radici affondano in un fatto realmente accaduto nel 1967 al Cubberley High School di Palo Alto, in California.
L’esperimento di Ron Jones, professore nel liceo dell’assolata città statunitense, consistette nel cercare di scoprire quanto fosse irreale la possibilità che gli Stati Uniti cadessero in una dittatura di stampo nazi-fascista: gli studenti vennero indotti a forme estreme di cameratismo, attuate ricorrendo alla disciplina, all’ordine e all’omologazione. Questo esperimento si dimostrò così efficace che il docente fu costretto a interromperlo di colpo, in seguito ad atti di violenza e sopraffazione decisamente fuori dal normale. Lo stesso esperimento è alla base anche de L’onda, terzo lungometraggio del cineasta tedesco Dennis Gansel, celebrato in patria soprattutto per la regia di Napola, ambientato in un’esclusiva accademia nazista: ne L’onda non siamo in un college d’elite, ma in normalissimo liceo di provincia. Rainer Wenger è un professore a dir poco atipico, arriva a scuola indossando una sdrucita t-shirt dei Ramones, dei quali canta a squarciagola Rock’n’Roll High School (scelta, lasciatecelo dire, leggermente pedissequa), lascia che i suoi studenti gli diano del tu e desidera ardentemente tenere il corso sull’anarchia durante la settimana a tema. Gli tocca invece gestire quello sull’autarchia, e durante la prima discussione con i ragazzi sorge la fatidica domanda: “ma com’è possibile che i tedeschi accettassero in maniera così supina gli orrori del nazismo?”. Da questo interrogativo parte l’effetto domino che produrrà un agghiacciante cambiamento nei modi e nelle abitudini di un’intera generazione.

Il tema, lo si sarà ampiamente capito, è senza dubbio interessante, e da principio anche la messa in scena architettata da Gansel sembra funzionare come un marchingegno a orologeria: ritmo altissimo, intelligente sguardo su una popolazione adolescente confusa e bramosa di dimostrare al mondo ciò che può valere e via discorrendo. Anche le prime avvisaglie della seduzione del pensiero fascistoide nei confronti dei giovani non sono da buttar via: il desiderio di omologazione è visto da diverse prospettive, se ne comprende la trama complessa, la pressoché insondabile profondità. I problemi iniziano a venire a galla nella seconda metà della pellicola: se da principio abbiamo avuto modo di trovare nel professore l’elemento guida nel nostro percorso, unico personaggio realmente consapevole del gioco alla mercé del quale sta consegnando i suoi studenti, a causa di un progressivo abbandono della sua figura, ci ritroviamo senza reali punti fermi. Ne troviamo altri, ma ci convincono poco: non funziona in maniera oliata il personaggio di Karo, una delle poche voci critiche contro il gruppo de L’Onda, perché ci era stata presentata come vuota, superficiale e vagamente bacchettona, e non ci sono stati dati strumenti per comprenderne la folgorazione sulla via di Damasco. Ma dove il film finisce per sperperare tutto il buono che aveva accumulato in partenza, è nel fiacchissimo finale risolutore: nella scelta conclusiva, che non vi sveliamo per non togliervi il gusto della sorpresa, viene di fatto smentita tutta l’elaborazione teorica allestita fino a quel momento. La disamina sociale, che ci aveva fatto venire i sudori freddi proprio perché ne riconoscevamo i risultati anche nelle nostre scuole, nelle nostre città e nelle nostre comunità, viene subdolamente annacquata e semplificata.
Il risultato è che L’onda poteva avere la forza dell’urlo punk che sembra di udire all’inizio – anche se i sempre ottimi Ramones non possono certo essere presi a simbolo dell’eversione, e forse sarebbe stato il caso di andare a pescare qualche altra band nell’infinito bacino musicale della fine degli anni ’70 -, ma è ben presto colto da raucedine, (auto)costringendosi a sussurrare.

PS. Una menzione speciale, a parte, per il cast di giovani e giovanissimi. Un gruppo di attori tra i diciannove e i ventisei anni i cui nomi sono assolutamente da segnarsi nella memoria. La rinascita del cinema tedesco può (deve?) partire anche da loro.
Info
Il trailer de L’onda.
La scheda de L’onda sul sito del TFF.
L’onda sul canale Film su YouTube.
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