Gigantic

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Passato fuori concorso al Torino Film Festival 2008, Gigantic dell’esordiente Matt Aselton è l’esempio perfetto del marchio indie: tutto, anche gli elementi più riusciti e funzionali, ha quel fastidioso sentore di prevedibile, di già visto, di già digerito e metabolizzato.

Marchio di fabbrica indie

Brian Weathersby è un single ventottenne, commesso in un negozio di materassi. Concepito molto tardi dagli anziani genitori, Brian teme di non poter eguagliare il successo dei due fratelli maggiori e sta ancora cercando il suo posto nel mondo. Insoddisfatto del suo lavoro, passa buona parte delle sue giornate inseguendo l’obiettivo di adottare un bambino cinese. Un giorno una cliente attraente, Harriet, si addormenta su uno dei materassi e Brian si invaghisce di lei, ma per conquistarla dovrà competerecol suo scontroso padre… [sinossi – TFF]

C’era una volta, tanto tempo fa, il cinema indipendente statunitense. I primi coraggiosi pionieri a muoversi in maniera cocciuta al di fuori dell’industria furono intellettuali come John Cassavetes, folli iconoclasti come John Waters e Russ Meyer, improbabili maestri delle varie serie x, y e z come Herschell Gordon Lewis. Vennero poi i maestri dell’indipendenza degli anni ’80: Jim Jarmusch, Jon Jost, Richard Kern, Hal Hartley e i loro nipotini Tom DiCillo, Richard Linklater, Michael Almereyda e via discorrendo. Il termine indipendente passò da una funzione strettamente legata alla produzione (indipendente in quanto fuori dal circuito delle major) a un’altra più direttamente formale: indie iniziò a rappresentare una sorta di codice visivo, un riconoscimento estetico che era fin troppo facile inquadrare e notare. Storie minimali, registri espressivi ben lontani dall’edulcorazione hollywoodiana, macchina spesso e volentieri a mano, dialoghi logorroici e sovente dai toni decisamente “quotidiani”: elementi che segnarono in profondità il cinema a stelle e strisce, creando di fatto un secondo mercato, parallelo a quello dei blockbuster portati a termine dalle grandi case di produzione, ma non a lui contrapposto. Se questa sorta di rivoluzione interna al cinema USA ha aiutato a portare alla ribalta alcuni dei nomi più interessanti dell’intero panorama americano – e quelli li abbiamo citati poche righe fa -, allo stesso tempo ha finito per creare uno standard di riferimento, ovvero contro cui qualsiasi cinema realmente indipendente dovrebbe battersi.
Esempio perfetto di questo marchio di fabbrica è risultato essere Gigantic dell’esordiente Matt Aselton, passato fuori concorso al Torino Film Festival 2008; nel suo film tutto, anche gli elementi più riusciti e funzionali, ha quel fastidioso sentore di prevedibile, di già visto, di già digerito e metabolizzato.

Per chiarire una volta per tutte il discorso basterà prendere a paradigma i personaggi messi in scena da Aselton, anche autore della sceneggiatura con Adam Nagata: Brian, venditore di materassi che ha come unico sogno nella vita poter adottare una bambina cinese; Harriet, bellissima e svampita ragazza che si fa chiamare Happy e cambia lavoro a tempo di record; Al, il padre di lei, milionario che non ha peli sulla lingua, è convinto erroneamente di avere serissimi danni alla schiena e ha fatto del politicamente scorretto il suo ideale di vita; Larry, amico di Brian, studioso del comportamento dei ratti, che beve, si impasticca e vorrebbe sedurre la sua giovane assistente di laboratorio. Siamo dunque dalla parte di quella scrittura dei personaggi che fa leva in gran parte sulla bizzarria degli stessi per creare un’empatia con il pubblico: nulla di così dissimile dai vari Juno (quest’ultimo però assai più riuscito, originale e personale, nonché dotato di una sceneggiatura pressoché inattaccabile), Charlie Bartlett e Little Miss Sunshine, per rimanere negli ultimissimi anni.

Con Little Miss Sunshine, Gigantic condivide l’interpretazione – in entrambi i casi convincente – di Paul Dano, astro nascente della cinematografia americana, straordinario co-protagonista de Il petroliere di Paul Thomas Anderson, che guida le fila di un cast diseguale ma interessante, con il sempre ammirevole John Goodman, uno strepitoso Ed Asner nel ruolo del padre di Brian e una Zooey Deschanel come al solito bellissima e vagamente monocorde, tanto che viene da chiedersi se l’attrice non sia svampita anche nella vita di tutti i giorni. Ma al di là di questo è la struttura stessa del film a non convincere appieno: la trama è disseminata di buchi, soprattutto per quel che concerne l’incomprensibile personaggio del barbone che passa le sue giornate ad aggredire il malcapitato Brian, e il cui ruolo metaforico ci è rimasto completamente oscuro, e la narrazione procede per blocchi magari funzionali ma rischiosamente appiccicati tra loro. Anche se forse ciò che davvero manca a Gigantic per staccarsi dalla prassi e uscire dall’anonimato è una motivazione narrativa realmente forte: tutto è molto carino, a tratti perfino adorabile, ma non si capisce davvero l’urgenza di ciò che Aselton sta cercando di raccontarci. La storia d’amore è esile, e anche l’ossessione di Brian per l’adozione della piccola cinese è tutt’altro che indispensabile, almeno per come ci viene mostrata. Resta, a difesa di Gigantic, una bella e sfaccettata rappresentazione della famiglia del ventunesimo secolo, l’interpretazione di alcuni dei membri del cast, e gli Animal Collective a dominare i titoli di coda. Ma è un po’ poco, non credete?

Info
Il trailer di Gigantic.
La scheda di Gigantic sul sito del Torino Film Festival.

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