The Escapist

The Escapist

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Come tutti i buoni film di ambientazione carceraria, The Escapist non nega allo spettatore la ricorrente tematica della redenzione: Wyatt, in questo caso, calca la mano…

Storie di ordinaria redenzione

Frank Perry è un ergastolano ormai rassegnato a finire i suoi giorni in carcere fino a quando non scopre che l’adorata figlia è gravemente ammalata. Poterla rivedere diventa il suo unico obiettivo. Progetta quindi l’evasione insieme a un gruppo di detenuti i cui contrasti rischiano di pregiudicare il tentativo di fuga attraverso l’intricata rete di sotterranei di Londra. Per riuscire a ricongiungersi alla figlia, Frank dovrà ritrovare il coraggio e la determinazione sopiti dagli anni di carcere… [sinossi TFF]

L’esordiente Rupert Wyatt (molti cortometraggi e lavori televisivi), sostenuto da un cast di notevole spessore, sceglie il cinema di genere per la sua opera prima, confezionando il classico film di ambientazione carceraria, con annessa evasione. La struttura narrativa e i personaggi, pur non discostandosi nemmeno di un millimetro dagli stilemi del cinema carcerario, sono ben architettati, solidi. Semmai, Wyatt enfatizza lo stacco stilistico tra la messa in scena della fuga, dal piacevole ritmo adrenalinico, e la rappresentazione della vita carceraria, statica, soffocante, rigidamente strutturata. The Escapist è un film coinvolgente che con estrema facilità si può ricollegare ai vari Fuga da Alcatraz, Le ali della libertà, Papillon e via discorrendo: la dura vita nella solita squallida prigione, bassezze varie di condannati e secondini, una fuga rocambolesca. Una ricetta, salvo alcune eccezioni, che offre ampi margini di successo. Sano intrattenimento assicurato.

Wyatt, che ha scritto la sceneggiatura con la collaborazione di Daniel Hardy, frammenta la fuga con vari flashback che ripercorrono la genesi del piano criminale (ma noi tifiamo, ça va sans dire, per i “cattivi”), introducendo sequenza dopo sequenza i vari personaggi e le raggelanti dinamiche della prigione londinese. Il terribile Rizza (Damian Lewis) regna sui carcerati, le docce sono un luogo rischiosissimo, soprattutto per i nuovi arrivati di piacevole aspetto, e gli incontri di pugilato non seguono le regole di Oxford.

Come tutti i buoni film di ambientazione carceraria, The Escapist non nega allo spettatore la ricorrente tematica della redenzione: Wyatt, in questo caso, calca la mano, ricorrendo a un escamotage narrativo per enfatizzare il riscatto dell’anziano protagonista, ottimamente impersonato da Brian Cox. Ed è proprio in questo passaggio che The Escapist appare meno convincente: lo scarto rispetto alla struttura classica delle pellicole di ambientazione carceraria appare un po’ forzato o, per meglio dire, ha il retrogusto della mancanza di fiducia nei confronti del film di genere “duro e puro”. Una forzatura comunque comprensibile per una pellicola d’esordio – sulla scarsa considerazione nei confronti del cinema di genere, dal poliziesco fino al fantasy, si potrebbe aprire una parentesi abnorme: ci limitiamo a porre l’accento sull’intramontabile diatriba genere-autore che incancrenisce da decenni buona parte della critica cinematografica.

The Escapist è un prodotto solido (attori, colonna sonora, sceneggiatura e tutto quel che segue), attento a non scivolare sui dettagli (il piano e la messa in pratica della fuga sono tra i momenti migliori). Nulla di nuovo ma, come già abbiamo avuto modo di dire, sano intrattenimento assicurato.

Info
The Escapist sul sito del TFF.
Il trailer di The Escapist.
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