Of Time and the City
di Terence Davies
Nell’ora e dieci su cui si dipana Of Time and the City, Terence Davies affronta un monumentale viaggio nella propria memoria, partendo dall’infanzia fino ad approdare alla maturità: nel far questo, il cineasta inglese non si affida più ad accurate ricostruzioni d’epoca, ma affronta bensì di petto il proprio uditorio, uscendo allo scoperto e mettendo in scena sé stesso, se non da un punto di vista corporeo per lo meno per quel che concerne la voce.
Merseybeat(ification)
Un ritratto di Liverpool, commissionato dalla città come parte delle celebrazioni legate alla sua designazione come Capitale della cultura europea 2008. La parola chiave è memoria. Terence Davies torna a visitare i luoghi e il tempo della sua infanzia attraverso rari materiali d’archivio e immagini più recenti, integrati dalla voce fuori campo dello stesso regista, da citazioni di poeti come T.S. Eliot e Emily Dickinson e da una colonna sonora che mescola brani di musica classica e canzoni della tradizione popolare. [sinossi]
Erano otto anni che Terence Davies non faceva capolino dal muro di silenzio nel quale ha sempre amato sprofondare, per condurre sulla ribalta una sua nuova opera: un tempo reso incredibilmente più lungo dalla memoria del suo ultimo film, quel La casa della gioia che di certo non può essere annoverato tra i risultati più splendenti della sua carriera. L’idea che Davies non avesse più molto da dire, dopo aver centrato il bersaglio con furibonda precisione negli esordi (The Terence Davies Triology, Voci lontane… sempre presenti), essersi accontentato di colpi puntuali ma semplici (Il lungo giorno finisce) ed essere finito a sparare a salve (Serenata alla luna), era davvero qualcosa più di una maliziosa diceria. E, a dirla tutta, la visione di Of Time and the City non è che serva poi molto a dissipare i dubbi, anzi: se infatti è vero che l’ultima creatura partorita da Davies merita gli elogi che ha già ricevuto al festival di Mar de la Plata, è doveroso specificare come si tratti di un’opera non poi così “difficile” come potrebbe apparire a prima vista. In pratica, nell’ora e dieci su cui si dipana Of Time and the City, Davies non fa altro che affrontare un monumentale viaggio nella propria memoria, partendo dall’infanzia fino ad approdare alla maturità: nel far questo, il cineasta inglese non si affida più ad accurate ricostruzioni d’epoca, come nel caso di Voci lontane… sempre presenti, ma affronta bensì di petto il proprio uditorio, uscendo allo scoperto e mettendo in scena sé stesso, se non da un punto di vista corporeo (e ricordiamo che Davies esordì come attore, lavorando per più di un decennio per la televisione britannica), per lo meno per quel che concerne la voce. Con l’autore in prima persona a pronunciare le acide e sapide sentenze contro il bigottismo inglese – e alcuni passaggi sono perfette rappresentazioni dell’humour più corrosivo e dissacrante, ascoltare per credere i riferimenti ai papi, alla religione cattolica e all’incoronazione di Elisabetta II -, acquista ulteriore valore ciò che accade sullo schermo.
È infatti visivamente che Of Time and the City gioca la carta più interessante: in un montaggio accurato e spiazzante, veniamo resi edotti su Liverpool (città di nascita del regista) e sulla sua storia nel corso degli ultimi sessant’anni meglio di quanto potrebbe fare il più professionale dei documentari turistici; il viaggio intimo e autoreferenziale di Davies si scontra dunque con architetture visive “di massa”, producendo un corto circuito logico che è, dati alla mano, il vero valore aggiunto di un film divertente ma in fin dei conti vagamente fine a sé stesso. Pur nel rancore che Davies mostra ancora di portare verso le derive più reazionarie e bigotte della città che si estende sulle rive del Mersey – ma non solo, anche verso il fenomeno del merseybeat che lanciò a livello planetario il nome dei Beatles, il cineasta mostra una ripugnanza senza limiti – è impossibile non rendersi conto dell’amore, della passione, della malinconia che le immagini di un luogo che non c’è più (Liverpool, come tutte le aree urbane di una certa consistenza, ha profondamente cambiato il suo aspetto nel corso dei decenni) evocano. Davies gioca nuovamente a nascondersi, citando a raffica gli autori più disparati, da Cechov a Engels passando per James Joyce, senza rendersi conto, forse, che è altresì quando mette sui due piatti della bilancia la propria esperienza di vita con i mutamenti della sua città, che riesce davvero a donare un senso filosofico a Of Time and the City. Che rappresenta comunque un ritorno confortante per una della voci meno allineate dell’Inghilterra tatcheriana, insieme al compianto Derek Jarman.
Info
Of Time and the City sul sito del TFF.
- Genere: biopic, documentario
- Titolo originale: Of Time and the City
- Paese/Anno: GB | 2008
- Regia: Terence Davies
- Sceneggiatura: Terence Davies
- Fotografia: Tim Pollard
- Montaggio: Liza Ryan-Carter
- Interpreti: Terence Davies
- Colonna sonora: Ian Neil
- Produzione: Hurricane Films
- Durata: 74'


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