Still Walking

Still Walking

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Con Still Walking Hirokazu Kore-eda regala l’ennesimo tassello fondamentale per comprendere il suo viaggio nelle relazioni umane.

Farfalle gialle a primavera

Yokohama, estate: una famiglia, composta dal padre medico in pensione, madre casalinga e figlio e figlia entrambi sposati (lui con una vedova che ha già avuto un bambino dal precedente matrimonio, lei con un venditore d’auto con il quale ha avuto due figli), si riunisce per commemorare la morte di Junpei, il figlio maggiore scomparso dodici anni prima in un tragico incidente di mare… [sinossi]

Quella che avete potuto leggere qui sopra è la traccia narrativa su cui si innestano le tensioni e gli umori dei protagonisti del sesto lungometraggio di finzione di Hirokazu Kore-eda. Da un certo punto di vista si può considerare Still Walking – il titolo giapponese è Aruitemo aruitemo, la cui traduzione letterale sarebbe “camminando camminando”, frase tratta da una canzone a suo modo rivelatrice intonata dalla madre a metà della pellicola – un “ritorno a casa” per il regista nipponico, dopo l’epica di carattere storico affrontata con il precedente Hana: in Still Walking il centro d’interesse tornano a essere le relazioni parentali; come nello sconvolgente Nobody Knows assistiamo a una chirurgica operazione a cuore aperto del mito della famiglia, e del culto verso i genitori – e una scelta siffatta acquista un valore ancor più eversivo e doloroso proprio perché va a minare una delle certezze della cultura tradizionale giapponese. Rispetto a Nobody Knows, dove la madre palesava da subito la sua essenza ectoplasmatica, scomparendo volontariamente dalla vita dei propri figli e abbandonandoli in maniera scriteriata e criminale al loro (tragico) destino, si avverte però uno scarto non indifferente: nella sua ferrea volontà di non mostrare apertamente lo scontro generazionale, che di fatto nella pellicola non viene mai alla luce in maniera dichiarata e si perde nei sussurri, nei rimbrotti, nelle continue allusioni che l’anziana madre, con un crudele sorriso accomodante sulle labbra, regala all’intero corpo familiare, Kore-eda costruisce un sommo kammerspiel del non detto, non privo di un’elegante ironia e carico di uno sguardo dolente prima ancora che giudicante. La quotidianità dei dialoghi, a volte persino banalmente semplici, quasi ovvi, ci permette di entrare in contatto con la famiglia Yokoyama con lo sguardo complice di chi, sotto sotto, riconosce determinate dinamiche relazionali come proprie: il dialogo iniziale sull’utilizzo del rafano, lo scambio di battute tra genero e suocera sulla bontà del thé in bustina, l’album di fotografie sfogliato dalle donne di casa sono esempi di una ricerca fenomenica e antropologica accurata, realistica, mai succube del fascino della retorica.

Proprio per questa naturalezza di sguardo – la regia in molti punti si fa quasi sussurrata, invisibile eppure di un’armonia invidiabile – si percepisce il contraccolpo che Kore-eda ha in serbo per il suo pubblico con una forza ancora maggiore: la sottile crudeltà di Still Walking è in questa capacità di mostrare l’ordinario e di dissacrarlo e distruggerlo allo stesso tempo. L’elaborazione del lutto procede attraverso passaggi non solo dolorosi, ma anche inutilmente perfidi, come la motivazione che la madre dà dell’invito annuale riservato al giovanotto che Junpei salvò dall’annegamento il giorno della sua morte. Eppure non sarebbe giusto non riconoscere a Kore-eda quello che è da sempre, fin dallo straordinario esordio Maborosi, uno dei tratti distintivi del suo approccio alla materia cinematografica, ovvero una delicatezza struggente e cullante. Anche in Still Walking, al di là di ogni accenno critico nei confronti dell’istituzione famigliare, l’intera pellicola è attraversata da zeffiri carichi di una malinconia che non ha alcuna speranza di trovare pace o soddisfazione e che pur deflagrando nella voce fuori campo finale di Ryota, il figlio (scopriamo solo all’ultimo momento di aver assistito a un lungo flashback), puntellano di fatto ogni istante della vicenda, arricchendolo di sfumature inaspettate e sconvolgenti, come il figliastro di Ryota, Atsushi – Shohei Tanaka, già visto in Hana –, che dopo aver mostrato sorpresa e financo disprezzo per il rispetto verso i morti, comprende il valore della memoria e persino la profondità del sentimento affettivo nel gesto semplice della nonna acquisita che versa acqua fresca sulla lapide del figlio assediata dal sole.

Gesti minimi ed essenziali tipici del cinema di Hirokazu Kore-eda, che ci regala con Still Walking l’ennesimo tassello fondamentale per comprendere il suo viaggio nelle relazioni umane, nei rapporti affettivi, sempre appesantiti dal peso della memoria.

Info
Il trailer di Still Walking.
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