The Shaft
di Zhang Chi
L’esordiente Zhang Chi, nel suo racconto tripartito di The Shaft, sembra guardare dalle parti del cinema di Jia Zhangke, soprattutto nel racconto di un mondo cinese in sommovimento, ma la sua capacità di gestire il racconto e la messa in scena è ancora acerba, nonostante alcuni spunti tutt’altro che banali. A Torino 2008.
La ragazza e la miniera
In tre diversi episodi, la vita di tre membri di una famiglia che vive e lavora in una città mineraria nell’Ovest della Cina. La figlia, Jingshui, vuole cominciare una nuova vita ma deve scegliere tra l’amore e i suoi sogni. Suo fratello, Jingsheng, desidera diventare un cantante, ma non ha né il denaro sufficiente né il talento per riuscirci. Il padre, Ding Baogen, che presto andrà in pensione, vuole dedicarsi alla ricerca della moglie scomparsa. [sinossi]
Ora c’è una ragazza di vent’anni che vive qua
con lei dormo la notte, divido la notte
e una notte forse lei mi sposerà
Francesco De Gregori, La ragazza e la miniera
Ammettiamolo: c’è sempre una punta di tenerezza che fa capolino all’interno del nostro cervello, ogni volta che affrontiamo la visione di un’opera prima. Proviamo più o meno le stesse sensazioni verso le quali ci potrebbe smuovere un infante, o giù di lì; il regista esordiente ci pare goffo, ancora alla ricerca della postura adatta, eppure a suo modo coraggioso, o forse sarebbe meglio dire sventato. Ovviamente esistono le eccezioni a questa regola, cineasti che dimostrano fin dal loro esordio di poter dominare completamente il prodotto che hanno tra le mani, con una maturità e una consapevolezza che lasciano senza fiato: Zhang Chi, il regista di The Shaft (titolo scelto per far le veci, in ambito internazionale, all’originale Dixia de tiankong), non fa parte di questa ristretta cerchia di fortunati. Preambolo a parte, The Shaft è un film a suo modo decisamente anomalo: vorrebbe ergersi come testamento visivo di una realtà della società cinese come la vita nelle comunità che si sono formate a ridosso delle miniere di carbone, inseguendo stilemi che potrebbero ricondurci, nel passato recente, all’esperienza autoriale di Jia Zhang-ke, ma allo stesso tempo non sembra immune dal fascino rischioso del melò, né dagli aspetti più direttamente popolari della cinematografia cinese.
Bastano con ogni probabilità questi pochi punti per mettere a fuoco con sufficiente precisione l’operazione portata avanti da Zhang: mostrare la società cinese come un universo in sommovimento, proteso verso ideali propri del mondo occidentale (la sicurezza identificata nel possesso, nel vortice capitalistico del successo manageriale e imprenditoriale) ma spaventato di perdere una volta per tutte la purezza della propria tradizione. Non siamo completamente dalle parti della “fantascienza del contemporaneo”, tratto distintivo del cinema di Jia, ma è indubbio come film quali Still Life e The World abbiano scalfito con forza la corazza dell’industria cinematografica di Pechino e dintorni. Zhang si getta nella sfida di The Shaft con l’entusiasmo dei suoi trent’anni, e in alcune occasioni dimostra uno sguardo lucido e calibrato: la lotta contro il destino che i protagonisti di The Shaft devono affrontare – perdendo la maggior parte delle battaglie – è resa a volte con una messa in scena dimessa, distante dagli attori ma allo stesso tempo partecipe delle loro sofferenze. Il problema è che quando non riesce a trovare il bandolo della matassa dell’architettura visiva, Zhang finisce per lasciarsi prendere la mano, incappando in alcuni scivoloni estetici che inficiano il risultato finale: alcuni ralenti usati veramente a sproposito, il montaggio incerto della sequenza dell’addio tra i due fidanzati sui gradini (quel passaggio dal mezzo busto al totale dal basso è davvero brusco e poco funzionale al racconto) e lo stesso prefinale, evidenziano senza smentita di sorta un percorso autoriale ancora decisamente in divenire. Ed ecco che torna preponderante il discorso sulla tenerezza che avevamo affrontato in apertura di recensione: The Shaft è un’opera che ci ha fatto intenerire il cuore, proprio per questi difetti, le malformazioni diegetiche, l’altalena pressoché ininterrotta di saliscendi autoriali. Zhang Chi è un regista giovane – non certo una rarità questa, in Cina, dove si sta investendo moltissimo nel cinema per quel che concerne le nuove generazioni -, e avrà tutto il tempo per riuscire a dimostrare di che pasta è fatto. Il suo esordio, finora, ci sentiamo comunque di considerarlo promettente: se manterrà l’interesse antropologico per le dinamiche sociali nella provincia (location che rappresenta comunque una costante nel cinema cinese, tanto che si può parlare dei film ambientati in miniera come di un vero e proprio genere a sé stante), e lavorerà di fioretto per rendere più funzionale e coerente la sua messa in scena, potrà realmente iniziare a parlare con la propria voce. Staremo a vedere.
Info
The Shaft sul sito del TFF.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Dixia de tiankong
- Paese/Anno: Cina | 2008
- Regia: Zhang Chi
- Sceneggiatura: Zhang Chi
- Fotografia: Liu Shumin
- Montaggio: Chen Yong
- Interpreti: Chen Li, Deyuan Luo, Luoqian Zheng, Xuan Huang
- Colonna sonora: Guo Sida
- Produzione: China film Association
- Durata: 98'

Torino 2008 – Bilancio
Torino 2008
Torino 2008 – Presentazione