Les sept jours
di Ronit Elkabetz, Shlomi Elkabetz
Arricchito da un cast sopraffino e da una sceneggiatura che un tempo sarebbe stata definita “di ferro”, Les sept jours (diretto da Ronit Elkabetz insieme al fratello Shlomi) è un dramma coinvolgente e doloroso, costruito su una coralità sincera. Cinema lineare e di una naturalezza sconvolgente.
Kaddish al vetriolo
Secondo la tradizione ebraica di Shiva, quando in una famiglia viene a mancare uno dei membri, tutti i parenti si riuniscono nella casa del defunto per sette giorni. Così, quando muore Ohayn, la sua numerosa famiglia accorre per rispettare la tradizione; è il periodo della Guerra del Golfo e la minaccia di attacchi missilistici è all’ordine del giorno. Durante Shiva i problemi terreni dovrebbero essere allontanati, ma la guerra e le antiche rivalità famigliari prevalgono sul cordoglio e l’atmosfera diventa sempre più tesa. [sinossi]
Che la cinematografia israeliana stia vivendo un momento di particolare fulgore, produttivo e artistico, non dovrebbe essere messo in dubbio da nessuno; film come Waltz with Bashir, Meduse, La banda, The Bubble, ma anche risultati meno eccelsi come il pur interessante Il giardino di limoni (visto, come Les sept jours, l’opera su cui ora ci si soffermererà, sempre qui al Torino Film Festival, anch’esso fuori concorso), dimostrano una vitalità invidiabile, sia da un punto di vista estetico che contenutistico. A rappresentare il vertice di notorietà di questa sorta di new wave di Tel Aviv, potrebbe tranquillamente essere presa la famiglia Elkabetz: Ronit, Shlomi e Yechiel, fratelli nella vita e anche sul set. Dei tre la vera e propria star è decisamente Ronit, che nel corso della sua carriera si è portata a casa in pratica qualsiasi riconoscimento ufficiale che esista nel settore cinematografico israeliano, e che ha recitato in opere molto amate in patria (e non solo) come Matrimonio tardivo, Or e il già citato La banda. Ma nonostante la stima, senza dubbio meritata, di cui gode nel proprio paese, probabilmente non pochi erano gli scettici quando la bella attrice decise di mettersi dietro la macchina da presa, per portare in scena Prender moglie (2004): ad accompagnarla in questa nuova avventura, il fratello Shlomi, sceneggiatore di razza. Il film mise in mostra le qualità autoriali degli Elkabetz, evidenziate con ancor maggior forza e consapevolezza da quest’ultimo Les sept jours, che è arrivato sotto la Mole Antonelliana dopo gli applausi e gli elogi critici ricevuti a Cannes.
Come già anticipato in precedenti recensioni scritte dal festival, anche Les sept jours descrive un’elaborazione del lutto, ma in questo caso la morte di Maurice e i sette giorni che il resto della famiglia (l’anziana madre, cinque fratelli e due sorelle con annessi coniugi) deve passare insieme, per rispettare la tradizione ebraica, dormendo tutti nella stessa stanza, per terra, senza lavarsi e senza ridere, rappresenta più che altro un abile MacGuffin, stratagemma narrativo utilizzato dalla coppia di fratelli per portare alla luce le burrascose relazioni famigliari e la relativa vacuità della reiterazione del rito. In un dramma da camera – nel vero senso della parola, visto che escludendo incipit e finale l’intero film è ambientato nella casa del defunto – largamente dialogato, Ronit e Shlomi mostrano uno sguardo severo e partecipato allo stesso tempo, impreziosendo la tragedia personale di un nucleo famigliare (con amori segreti e diatribe economiche destinate a essere ben presto rinfacciate) con l’inesorabile dipanarsi degli eventi storici: per quanto da un punto di vista strettamente narrativo le pulsioni e le guerre intestine che si vanno a formare non siano costrette a una precisa collocazione temporale, la scelta di ambientare la vicenda durante le angosciose giornate della Guerra del Golfo del 1991 dimostra una ferrea volontà, da parte degli Elkabetz, di allargare il discorso, uscendo dalla prassi del kammerspiel per aprire le porte al mondo esterno. La famiglia de Les sept jours è lo specchio di una società, come quella israeliana, che cerca di aggrapparsi a un rispetto della sacralità rituale spesso più ostentato che realmente vissuto, con lo sguardo in realtà sempre rivolto al rutilante mondo occidentale.
Arricchito da un cast sopraffino e da una sceneggiatura che un tempo sarebbe stata definita “di ferro”, Les sept jours è un dramma coinvolgente e doloroso, costruito su una coralità sincera. Cinema lineare e di una naturalezza sconvolgente (interessante sarebbe il raffronto con un altro film in qualche modo non troppo lontano da queste dinamiche, lo splendido Racconto di Natale di Arnaud Desplechin), che non andrebbe assolutamente perso; nella speranza che di questo si rendano conto anche i distributori italiani, spesso e volentieri resi criminosamente ciechi da mere questioni “geografiche”.
Info
Les sept jours sul sito del TFF.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Shiva
- Paese/Anno: Israele | 2008
- Regia: Ronit Elkabetz, Shlomi Elkabetz
- Sceneggiatura: Ronit Elkabetz, Shlomi Elkabetz
- Fotografia: Yaron Scharf
- Montaggio: Joëlle Alexis
- Interpreti: Albert Iluz , Alon Aboutboul, David Ohaion, Moshe Ivgy, Rafi Amzaleg, Ronit Elkabetz , Simon Abkarian , Solika Kadosh, Yechiel Elkabetz
- Colonna sonora: Michel Korb, Sergio Leonardi
- Produzione: July August Productions, Thaleia Productions
- Durata: 107'


Viviane
Torino 2008 – Bilancio
Torino 2008
Torino 2008 – Presentazione