Come Dio comanda

Come Dio comanda

di

Un film molto duro, scabroso e anche malsano per certe tematiche e soprattutto per una messa in scena al limite della violenza fisica, con una macchina a mano che si sporca e che s’infanga insieme ai personaggi che riprende. E finché Salvatores trincera Come Dio comanda in un (iper)realismo piuttosto turpe e ambiguo la pellicola sembra reggere bene. I veri problemi iniziano quando si sfocia nel naturalismo e nella retorica, quando si tenta cioè l’affresco generazionale.

Salvatores e il cinema fatto con l’accetta

Provincia del Nord Italia. Una landa desolata alle pendici di maestose montagne. Case sparse e costruite lungo una superstrada in mezzo a enormi depositi di legna, centri commerciali e neon. Qui vivono un padre e un figlio. Rino e Cristiano Zena. Rino è un disoccupato, meglio un lavoratore precario. Cristiano fa le scuole medie. Il loro è un rapporto d’amore tragico e oscuro. Soli combattono contro tutto. Rino educa suo figlio come può. Come sa. Cristiano lo ama, lo venera, lo considera il suo faro, la sua guida spirituale. Un amore sbagliato, ma potentissimo. Hanno un solo amico. Si chiama Quattro Formaggi. Che non sta tanto bene. Per via di un incidente, la sua testa non funziona più come prima. Quattro Formaggi vive per Rino, adora Cristiano, e passa le sue giornate in casa costruendo uno strano presepio, fatto di pupazzi, soldatini, bambole e oggetti che lui recupera dalle discariche della città… [sinossi]

È ancora un cinema di confine quello di Gabriele Salvatores. Al confine sia per quel che riguarda la geografia visto che molti dei suoi film sembrano posizionarsi su zone periferiche dell’atlante mondiale (il Marocco in Marrakech Express, l’isola del Dodecanneso in Mediterraneo, il Messico in Puerto Escondido, la Sicilia in Sud…) sia per ciò che concerne i generi, spesso a cavallo tra il noir e la commedia all’italiana passando per il thriller. Come Dio comanda è tutto ciò. Ambientato nella grigia ed impaurita provincia del Nord Italia, tutta fili spinati cortili e fumi di scarichi industriali, il nuovo film di Salvatores porta al cinema un corposo romanzo di Niccolò Ammaniti – del quale aveva già adattato per il grande schermo Io non ho paura – tagliato con l’accetta (sono parole del regista) per adeguarlo a una durata consona. Ma l’accetta che ha tagliato il tomo di Ammaniti è stata forse fin troppo delicata, visto che sono sopravvissute intere parti piuttosto superflue (la lunga scena del funerale, ad esempio) mentre altre sono state completamente rase al suolo (e questo sì che un effetto dell’accetta, nel bene e nel male che sia…). Insomma, già questo strabismo dell’accetta non è che poi ci convinca molto, tanto per cominciare. Ma andiamo con ordine.

Come Dio comanda è un film molto duro, scabroso e anche malsano per certe tematiche e soprattutto per una messa in scena al limite della violenza fisica, con una macchina a mano che si sporca e che s’infanga insieme ai personaggi che riprende. E finché Salvatores trincera il proprio film in un (iper)realismo piuttosto turpe e ambiguo la pellicola sembra reggere bene. I veri problemi iniziano quando si sfocia nel naturalismo e nella retorica, quando si tenta cioè l’affresco generazionale (appena accennato qui, a dir la verità, al contrario forse di gran parte della carriera del regista milanese [d’adozione]…) sui giovani d’oggi, tra canne e famiglie disgregate, oppure quando si eccede in un simbolismo davvero fuori luogo, molto denso e freddo, reso benissimo per carità ma sinceramente non omogeneo al resto della pellicola (vedere per credere la scena del cadavere della ragazza accompagnato nel fiume, che ricorda vagamente quella finale de Il ritorno di Andrei Zviaguintsev). Per cui si inizia a storcere il naso di fronte a Come Dio comanda, per queste sue sbandate clamorose, soprattutto di ritmo e di stile, e per questo suo muoversi ondivago tra l’ammiccante e lo spietato. Ed è un peccato perché, come al solito parlando di Salvatores, visivamente si registrano alcune note molto interessanti, alcuni squarci di cinema davvero interessanti. Anche sul fronte attoriale c’è di che parlare, con un Germano al solito molto bravo nel tratteggiare il suo personaggio, tanto che alla fine non ci si può esimere dal dire che al cinema italiano non mancano certo gli attori bravi, quanto piuttosto gli sceneggiatori…

Chiudiamo con una nota a margine del cinema di Gabriele Salvatores che in Come Dio comanda mette al centro del proprio discorso il rapporto padre-figlio, declinandolo però in una versione molto personale che si avvicina piuttosto a un’amicizia goliardica, che è senza dubbio una delle figure retoriche cardine del cinema di Salvatores. E forse in questo caso la scelta è parsa piuttosto macchinosa…

Info
La scheda di Come Dio comanda sul sito della 01.

  • come-dio-comanda-2008-gabriele-salvatores-01.jpg
  • come-dio-comanda-2008-gabriele-salvatores-02.jpg
  • come-dio-comanda-2008-gabriele-salvatores-03.jpg

Articoli correlati

Array
  • Cult

    sud recensioneSud

    di Il sud raccontato da Gabriele Salvatores non è un luogo specifico, ma è un confine ideale, oltrepassato il quale lo Stato si fa da parte per lasciare spazio al malaffare, allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, alla criminalità.
  • In sala

    tutto il mio folle amore recensioneTutto il mio folle amore

    di Tutto il mio folle amore segna il ritorno di Gabriele Salvatores ai temi del viaggio e della fuga, che lo hanno reso famoso, qui declinati in chiave di catarsi per un ragazzo affetto da autismo. Ma la ricerca dell'autorialità perduta si rivela per il regista semplicemente la chiave per una buona confezione.
  • Archivio

    Il ragazzo invisibile – Seconda generazione

    di Dopo l’esperimento super-eroistico del 2014, Salvatores tenta con Il ragazzo invisibile - Seconda generazione di espandere la storia del giovane Michele creandovi intorno una “mitologia”: ma il risultato è goffo, prevedibile e mancante di ironia.
  • Archivio

    Il ragazzo invisibile

    di Gabriele Salvatores sperimenta anche in Italia il cinema di supereroi: il risultato è a tratti interessante ma goffo, rovinato da uno script inadatto a un progetto di questo tipo.
  • Venezia 2014

    Italy in a Day. Un giorno da italiani

    di Salvatores presenta fuori concorso il primo "social movie" del cinema italiano. Progetto sperimentale, ma assai deludente e superficiale. Uno spot pubblicitario per la vita e le sue meraviglie, in forma di banalità.
  • Archivio

    Educazione siberiana

    di Gabriele Salvatores in Educazione siberiana tenta di misurarsi con l'epica ma - nonostante alcune notevoli intuizioni - dipana il suo film in un racconto eccessivamente compresso.
  • Archivio

    Happy Family RecensioneHappy Family

    di Che ci fa una famiglia felice in un film italiano? Dati i tempi piuttosto oscuri in cui il nostro paese versa, quella di Salvatores potrebbe benissimo essere interpretata come una provocazione o piuttosto come una proposta di fuga, l’ennesima della propria carriera.