Hunger

Hunger

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Prima ancora di essere la drammatica trasposizione cinematografica del tragico sacrificio di Bobby Sands, Hunger è un esordio folgorante, è la dimostrazione di come un talento visivo possa mettersi a servizio dell’opera, della narrazione, dei contenuti.

Ero soltanto un ragazzo della working class…

Irlanda del Nord, 1981. Raymond Lohan è un secondino nella prigione di Maze e lavora all’interno del blocco H, dove i carcerati di fede repubblicana stanno mettendo in atto una serie di proteste per riottenere lo status di prigionieri politici: non accettano di vestire le uniformi del carcere e rifiutano di lavarsi, vivendo nello squallore e nella sporcizia. Le proteste degenerano in una rivolta che viene repressa nella violenza: Raymond viene assassinato dall’IRA e Bobby Sands, il leader dei prigionieri repubblicani, decide di intraprendere un lungo sciopero della fame. [sinossi]
Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista,
ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà.
Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese,
fino a che l’Irlanda non diventerà una sovrana, indipendente, repubblica socialista.
Bobby Sands

Tra le tante note liete del 26° Festival di Torino (siamo convinti che la direzione di Gianni Amelio, come quella di Moretti, sarà nel segno della continuità), inseriamo senza alcuna titubanza l’intenso e coinvolgente Hunger, diretto dall’inglese Steve McQueen, già arcinoto per le numerose videoesposizioni nei più importanti musei del globo: Guggenheim, Tate, Centre Pompidou… Insomma, un esordiente di lusso.

Prima ancora di essere la drammatica trasposizione cinematografica del tragico sacrificio di Bobby Sands, con tutti gli annessi e connessi storico-politici, Hunger è un esordio folgorante, è la dimostrazione di come un talento visivo possa essere capace di mettersi a servizio dell’opera, della narrazione, dei contenuti. McQueen, ben lontano dall’inutile sfoggio estetico, struttura il lungometraggio in tre macrosequenze (non-vita carceraria, confronto tra Bobby Sands e padre Moran, sciopero della fame), sviluppando parallelamente, in maniera frammentaria ma assai incisiva, il personaggio del secondino picchiatore, emblema delle contraddizioni della “giustizia” del governo inglese. Una struttura narrativa che riesce a trasmettere allo spettatore, oltre alla portata drammatica degli eventi, tutto il peso specifico di una serie di scelte esistenziali e politiche: si veda, ad esempio, l’interminabile confronto dialettico tra Sands (Michael Fassbender) e padre Moran (Liam Cunningham), lucida esposizione di un modo di essere e di pensare, manifesto politico e dichiarazione di eterna lotta per la libertà e per i propri ideali. Una sequenza che nella parte conclusiva si trasforma in un accorato monologo, sottolineando l’inevitabile solitudine di Sands, eroe tragico e martire designato: un collegamento ideale per la terza macrosequenza (lo sciopero della fame), in cui il precedente fiume di parole sparisce, lasciando lo spettatore di fronte a un silenzio spiazzante, assordante, doloroso.

McQueen, che ha realizzato un’opera apertamente schierata e fortemente critica nei confronti del governo Thatcher, riserva al personaggio del secondino picchiatore, muto contraltare di Bobby Sands, un ruolo ovviamente assai scomodo, scaricandogli sulle pur robuste spalle tutto il peso della barbarie, dell’ingiusta giustizia, della violenza legalizzata: le mani insanguinate e la tranquilla e anonima villetta a schiera dell’agente Raymond Lohan (Stuart Graham) riassumono fin troppo bene il processo di rimozione, di autoassoluzione, attuato dalla società inglese. L’orrore, confinato nelle celle e nei corridoi della prigione-inferno di Maze, appartiene a un “non luogo”, a un mondo “altro” che deve essere celato agli occhi dell’opinione pubblica: il “pugno di ferro” del governo inglese apparirà quindi come implacabile ma rigoroso, come una comprensibile reazione agli attacchi violenti di un gruppo di fanatici e terroristi. Lo sguardo di McQueen, posandosi sugli anni caldi del conflitto tra l’IRA e l’Inghilterra, è rivolto al passato ma, purtroppo, ci parla chiaramente anche del presente e delle tante prigioni in cui si consumano atroci delitti politici.

Le divise dei secondini intrise di sangue e sudore, le microscopiche celle ricoperte di vermi ed escrementi, i lungi silenzi e il rumore sordo della manganellate, i corridoi del blocco H inondati di urina, i sessantasei giorni di sciopero della fame, le piaghe sul corpo di Sands, i duri comunicati di Margaret Thatcher: Hunger è un film straziante, pur evitando facili soluzioni drammatiche, ed è, soprattutto, un film universale sulla libertà, sul sacrificio, sulla giustizia e l’ingiustizia, sull’utopia, sulla fede politica e sulle scelte individuali. Sul tema delle decisioni estreme, condivisibili o meno, si suggerisce la visione del lungometraggio coreano Road Taken (2003) di Hong Ki-Seon.
Da segnalare, infine, le ottime interpretazioni degli attori: a parte la consueta bravura del solido caratterista Liam Cunningham (presente al 26° TFF anche con The Escapist di Rupert Wyatt), emerge con forza il talentuoso Michael Fassbender, che vedremo prossimamente in Inglourious Basterds di Quentin Tarantino.

Info
La pagina di Hunger sul sito del Festival di Cannes.
La scheda di Hunger sul sito del Torino Film Festival.
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