United Red Army

United Red Army

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Centounesima regia di Kōji Wakamatsu, United Red Army è il testamento poetico che ogni singolo cineasta mondiale sogna di potersi permettere.

Racconto crudele della giovinezza

United Red Army è il film numero centouno di Kōji Wakamatsu, tra tutti i cineasti giapponesi iperattivi (Kon Ichikawa, Teruo Ishii, Takashi Miike) uno dei più prolifici; annotazione che potrebbe sembrare del tutto accessoria, ma che riteniamo sia necessario non sottostimare nell’approssimarsi alla lettura critica di United Red Army. Alla presentazione del film al 26.esimo Torino Film Festival Wakamatsu ha fatto intendere che United Red Army potrebbe anche essere la sua ultima regia, ma che avrebbe allo stesso tempo ritenuto monco il suo curriculum registico se non fosse stato in grado di portare a termine la sua lettura personale degli anni dell’Armata Rossa Unita, il principale nucleo armato d’ispirazione comunista del Giappone, nonché uno dei più importanti del mondo. Difficile in fin dei conti dare torto al cineasta nipponico; e non tanto per la memoria non propriamente esaltante delle sue ultime creature (continua, anche a distanza di anni, a lasciarci piuttosto freddi la memoria di Cycling Chronicles, presentato sempre a Torino nel 2005), elemento sul quale sarebbe piuttosto non banale aprire un approfondimento a parte, riallacciandosi alla già citata mole mastodontica della filmografia di Wakamatsu, ma perché piuttosto appare naturale considerare United Red Army come un testamento autoriale, tassello indispensabile per comprendere fino in fondo la poetica del suo autore.

Tracciando la storia della parte più oltranzista del movimento studentesco giapponese, che partì dalle contestazioni contro la firma del patto USA-Giappone fino alla formazione di gruppi rivoluzionari armati (i principali confluirono nell’Armata Rossa Armata che dà il nome al titolo), Wakamatsu ripercorre in realtà la sua stessa esperienza umana: nato nel 1936, l’autore di Embrione e Su su per la seconda volta vergine sconvolse la cinematografia giapponese degli anni sessanta con uno dei più duri attacchi all’establishment e al buonsenso borghese che si ricordino. Per quanto all’epoca poco compreso – o forse essenzialmente compreso talmente a fondo da volerne negare l’esistenza – il cinema di Kōji Wakamatsu è una lucida, e al contempo furibonda, messa in scena della volontà di non farsi omologare dalla prassi politica, vera e propria elegia della sconfitta. E a una sconfitta sono destinati anche i protagonisti delle vicende narrate in United Red Army: per renderci partecipi di ciò che significò per il Giappone, ancora scosso dai fantasmi delle due bombe atomiche e non ancora a distanza di sicurezza dai secoli di chiusura verso l’esterno che si interruppero con l’era Meiji, l’avvento su scala nazionale dei movimenti di contestazione che raggiunsero l’apice – o il punto di non ritorno, a voi la decisione – nei “fatti del monte Asama”, Wakamatsu ci pone di fronte a due approcci cinematografici solitamente non considerati complementari. La prima parte dell’opera è una folgorante docu-fiction, dove attraverso una stratificata miscela di found footage e sequenze girate ex novo veniamo resi edotti del panorama politico giapponese tra il 1960 e il 1972; la seconda metà è invece interamente di finzione, e concentra il proprio sguardo solo sull’arruolamento e le esercitazioni montane dell’Armata Rossa Armata. Ragionando visivamente come se si trattasse di un severo e rigoroso kammerspiel, Wakamatsu indaga in profondità sulle ragioni e sui torti di questi giovani colmi di rabbia verso il proprio stato e decisi a trasportare le proprie rimostranze fino al livello di scontro definitivo, quello dal quale è impossibile tornare indietro. Dispiegando una narrazione concitata eppure allo stesso tempo estremamente concentrata sulla reiterazione di azioni e contenuti dialogici – l’autocritica di stalinista memoria è alla base dell’intero “training” per ritenersi dei veri rivoluzionari -, il regista nativo di Miyagi evita tutti i difetti dei film che solitamente cercano di ricomporre i pezzi de “la mia generazione”. United Red Army è un’immersione nella caducità dell’uomo di fronte alle lusinghe del potere, ma allo stesso tempo è impossibile non leggervi all’interno un inno, accorato e dolente, a quella gioventù in sommovimento che mise paura, per un pugno di anni, all’imbolsita istituzione politica di Tokyo e dintorni: Wakamatsu non dimentica i crimini e le storture dell’esperienza armata, ma ne sottolinea allo stesso tempo le peculiarità che distinguerono i giovani rivoluzionari dalla pletora di banditi comuni ai quali furono con troppa facilità paragonati. L’Armata Rossa Unita sbagliò perché perse di mira il vero obbiettivo, che era quello di portare a un nuovo e più alto stato di conoscenza le masse popolari, ma i principi contro i quali si scagliava erano davvero il nemico da combattere: e non è certo un caso se una riflessione di questo tipo Wakamatsu la mette in bocca al più giovane del gruppo, non ancora maggiorenne.

Wakamatsu si rivolge direttamente ai giovani di oggi, che sembrano aver dimenticato di poter assaporare i giorni della furia per concentrarsi su un futuro che ogni giorno si delinea in modo sempre più omologato: li mette in guardia sugli errori ai quali si rischia di andare incontro, ma li esorta inesorabilmente a lasciarsi guidare dal proprio senso di giustizia e di equità. Due termini dei quali ci sarà sempre bisogno, come ci appare impossibile non ritenere essenziale il cinema di Wakamatsu, oggi più che in passato. Che questa sia o meno l’ultima sortita autoriale di uno dei più grandi eretici cinematografici, è un qualcosa che ci preoccupa poco: perché United Red Army è il testamento poetico che ogni singolo cineasta mondiale sogna di potersi permettere.

Info
Il sito ufficiale di Kōji Wakamatsu: wakamatsukoji.org
La scheda di United Red Army sul sito del Torino Film Festival.
La scheda dell’edizione RaroVideo di United Red Army.
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