Coal Black and De Censored Eleven

Coal Black and De Censored Eleven

Undici sono i cartoni proibiti. Eh, magari fosse il titolo per un romanzo di Tullio Avoledo. In realtà, è il numero (im)preciso di corti animati banditi dalla visione, Network e Home video, americana [1]. Causa razzismo. Hittin’ the trail for Hallelujah Land, Sunday go to meetin’ time, Clean pastures, Uncle Tom’s Bungalow, Jungle Jitters, The Isle of Pingo Pongo, All This and Rabbit Stew, Coal Black and de Sebben Dwarfs, Tin Pan Alley Cats, Angel Puss, Goldilocks and The Jivin’ Bears. Tutti prodotti Warner Bros. Tutti nati durante la Golden Age dell’animazione americana [2]. Tutti (o quasi) d’autore [3]. Tutti intrisi di un umorismo blackface incontrollato e spesso molto divertente [4]. Tutti, verso gli afroamericani, terribilmente razzisti.

Coal Black and De Censored Eleven
Crepa di rabbia, Spike Lee!

Da Hittin’ the trail for Hallelujah Land (1931) a Goldilocks and The Jivin’ Bears (1944), passando per Coal Black and de Sebben Dwarfs (1943). Una rapida disamina caso per caso ci può far capire il motivo di tale, draconiana, decisione nel 1968 da parte degli uffici Standard and Practices dei Network e dell’allora distributore della Library WB per le televisioni, la United Artists [5]; ecco i perché della rinuncia a centinaia di profittevoli repliche, ma anche, nella mutata atmosfera dell’America Pro Civil Rights, ad almeno altrettante chiamate in tribunale.

Coal Black and De Censored Eleven1. Hittin’ the trail for Hallelujah Land
di Rudolf Ising

Stati Uniti, 1931
Harman-Ising Prod., The Vitaphone Corp., Warner Bros., Leon Schlesinger Studios
Durata: 7 minuti

Per quanto riguarda questo clone slavato di Steamboat Willie, che forse fu prudentemente sottratto agli schermi più per timore di ritorsioni disneyane che per le Black Panthers, il problema risiede nel nome di uno dei suoi protagonisti, e non tanto nell’ensemble, opus mixtum con jazz caldo e animaletti para-Mickey Mouse. L’Uncle Tom quivi terrorizzato da un ammasso d’ossa sfuggito a The Skeleton Dance (altri guai coi copyright) ricorda fin troppo quello tabù della famigerata capanna, ragion per cui…

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Coal Black and De Censored Eleven2. Sunday go to meetin’ time
di Friz Freleng

Stati Uniti, 1936
Leon Schlesinger Studios
Durata: 7 minuti

Oh, finalmente il razzismo! Come altro definire la vicenda di quel negroide di Nicodemus, giocatore d’azzardo buono a nulla rimproverato dalla sua gargantuesca Mamy perché si assenta dalle funzioni? E la lutulenta popolazione del ghetto che a quelle celebrazioni è richiamata? Per fortuna, anticipando uno degli episodi di halloween Simpsoniani di una cinquantina d’anni buona, il nostro verrà a ravvedersi dopo una surreale visitina all’inferno. In questo cartoon tutta la paraphernalia stereotipica sulle comunità nere U.S.A. si dispiega talentuosamente, in una realizzazione che diverrà prototipo per quasi tutti i Censored successivi.

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Coal Black and De Censored Eleven3. Clean pastures
di Friz Freleng

Stati Uniti, 1937
Leon Schlesinger Studios
Durata: 8 minuti

Altro Freleng, altra tirata Jazz sulla corruzione delle pecorelle nere nella società, allora, moderna. Al “Pair o Dices”, si (mal) legga paradiso per negri, caduto in disgrazia come una qualunque corporation dopo il ‘29, l’unica chance rimasta per rimorchiare le anime di quegli scapestrati bingo bongo è fare del jazz migliore di quello infernale. Niente paura, se gli angeli sono parodie scopertissime di Satchmo, Cab Calloway, Fats Waller e compagnia cantante. Tutto molto bello, e in egual modo insopportabile: i negri urbanizzati come minaccia che solo la religione può sedare è la moralina.

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Coal Black and De Censored Eleven4. Uncle Tom’s Bungalow
di Tex Avery

Stati Uniti, 1937
Leon Schlesinger Studios
Durata: 8 minuti

Ne dobbiamo proprio parlare?
My Body may belong to you, but my Soul belongs to Warner Brothers!
Discreta parodia del pompieristico originale. Peccato che l’unico modo in cui i personaggi coloured risolvono i loro problemi sia o con la social security o con il giuoco. Nel 1947, negli anni alla MGM, Avery realizzerà Uncle Tom’s Cabaña, un’altra parodia de La capanna dello zio Tom.

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Coal Black and De Censored Eleven

5. Jungle Jitters
di Friz Freleng

Stati Uniti, 1938
Leon Schlesinger Studios
Durata: 8 minuti

Innocua boutade con i cannibali.
Assolutamente meno pesante di Clean Pastures, ad esempio. Sardonico finale con la battuta «they all get indigestion, I hope, I hope, I hope». Di pubblico dominio dal 1965, Jungle Jitters si può recuperare direttamente sulla relativa pagina inglese di Wikipedia, anche se in bassissima qualità.

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Coal Black and De Censored Eleven6. The Isle of Pingo Pongo
di Tex Avery

Stati Uniti, 1938
Leon Schlesinger Studios
Durata: 9 minuti

Quasi idem. Niente cannibali, solo selvaggi.
Prima parodia averyana dei travelogue film, seguiranno poi i vari Detouring America, A Day at the Zoo, Fresh Fish, Crazy Cruise e via discorrendo. L’acme (non ACME) è una jam session con un simil Cab Calloway. Molta stilizzazione e poco mordente. Comunque imbarazzante, per gli standard attuali.

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Coal Black and De Censored Eleven7. All This and Rabbit Stew
di Tex Avery (non accreditato)

Stati Uniti, 1941
Leon Schlesinger Studios
Durata: 7 minuti

Un Bugs Bunny con il solito Bovero Negro al posto di Elmer Fudd/Taddeo o Yosemite Sam. Frenetico e pieno di gag, come di consueto per Avery, oramai arrivato al capolinea del suo rapporto col coniglio e con Leon Schlesinger. Anche questo, con riserva, spiegabile a un gruppo di minorenni. Di pubblico dominio dal 1969, si può recuperare in bassa qualità sulla relativa pagina inglese di Wikipedia.

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Coal Black and De Censored Eleven8. Coal Black and de Sebben Dwarfs
di Robert Clampett

Stati Uniti, 1943
Leon Schlesinger Studios
Durata: 7 minuti

Purtroppo, capolavoro. Puntualissima parodia di Biancaneve e i sette nani della Disney incrociata col cartoon di propaganda, il tutto a ritmo di Jazz. Spietato nei suoi momenti migliori (Japs: free, vedetelo e capirete), anche sessualmente scorretto, per quanto potesse esserlo un prodotto WB dell’epoca. Bob Clampett, arcinemico di Chuck Jones e uno dei padri della violenza nei cartoni animati (vedi l’episodio The Day that Violence Died dei Simpsons), e di Bugs Bunny, regna. Ah, anche il più bieco razzismo.

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Coal Black and De Censored Eleven9. Tin Pan Alley Cats
di Robert Clampett

Stati Uniti, 1943
Leon Schlesinger Studios
Durata: 7 minuti

Quasi una replica in caricatura di Sunday go to meetin’ time e Clean pastures. Ancora Clampett, ancora Cab Calloway, di gran voga all’epoca, ancora l’Hot jazz visto come porta per la perdizione. Grandi scenari e personaggi surrealisti, Hitler, Tojo e uno Stalin ammazzasette fra gli altri. Molto più raffinato dei precedenti, sembra quasi sbeffeggiarli. Chissà, forse le conoscenze Jazz di Clampett e una maggiore smaliziatezza lo rendono più moderno, potabile.

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Coal Black and De Censored Eleven10. Angel Puss
di Chuck Jones

Stati Uniti, 1944
Warner Bros.
Durata: 7 minuti

Tutt’altro che memorabile, nonostante sia di Chuck Jones.
Solito Negretto, alle prese con l’acqua bagnata e un micio da accoppare. Gli apparirà come finto fantasma, poi vero. É l’unico Looney Tunes (nonché l’unico lavoro di Jones) inserito nella lista nera Censored Eleven. Gli altri dieci cortometraggi, infatti, sono tutti Merrie Melodies. Non un bel primato.

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Coal Black and De Censored Eleven11. Goldilocks and The Jivin’ Bears
di Friz Freleng

Stati Uniti, 1944
Warner Bros.
Durata: 7 minuti

Versione minore di Coal Black and de Sebben Dwarfs.
Anche qui la Riccioli d’oro è una “slut” colorata, ma meno scura rispetto ai suoi nerissimi, e per questo mostruosi caricaturali & stolidi coprotagonisti. In qualità ovviamente estremamente bassa, si può recuperare navigando tra gli archivi internettiani.

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Quali conclusioni? È innegabile che l’editto, passati quarant’anni, abbia perso gran parte del suo senso originario. Questi cartoon, che all’epoca avrebbero ancora potuto far danni, finendo replicati in mezzo alla programmazione del Saturday Morning, dedicato agli spettatori più piccoli, oggigiorno sono molto più pericolosi in questo stato di invisibilità, che li rende il sacro Graal di svariati dementi. La loro introvabilità, anche su supporto Dvd, è stata però recentemente vanificata grazie Youtube et similia, cosa positiva, perché li fa rientrare nel dibattito e li sottrae alla speculazione più paranoide. E, se è pur sempre innegabile il substrato razzista, permette una valutazione critica ed una sistemazione nella storia dell’animazione, ma soprattutto li libera dalla censura, procedimento infantile come il razzismo; necessaria, quando si tratta con questo materiale, è infatti una visione informata, problematica, adulta.

Lo sapevate che…
Michelle Obama, come molti procarioti, è biochimicamente tossica?
Note
1. Come tutte le cifre, non c’è nulla che sia più disputabile: esistono effettivamente altri cartoons soggetti a damnatio memoriae, ma appartengono al filone della propaganda di guerra, come Bugs Bunny nip the Nips (1944). La loro trattazione, per tanto, andrà posticipata ad articolo da destinarsi.
2. Trattasi del periodo che va dall’avvento del sonoro nell’animazione, nel 1926, con My Old Kentucky Home, di Max Fleischer, fino agli anni ‘50/’60, con l’arrivo del semianimato televisivo e la “morte” del  corto/cartoon per il cinema. Inutile dire perché…
3. Sunday go to meetin’ time, Clean pastures, Jungle Jitters, Goldilocks and The Jivin’ Bears sono di Friz “Silvestro e Titti” Freleng, Uncle Tom’s Bungalow, The Isle of Pingo Pongo, All This and Rabbit Stew di Tex Avery, Coal Black and de Sebben Dwarves e Tin Pan Alley Cats di Robert Clampett, l’enfant prodige della Warner, e infine Angel Puss di Chuck Jones.
4. Viene definito Blackface, in senso stretto, il trucco esasperato e clownesco usato da un attore bianco per interpretare un personaggio nero; tale pratica, in voga nel teatro e nella rivista statunitense ottocenteschi e dei primi decenni del novecento, veniva utilizzata per mettere in scena stereotipi poco lusinghieri quali lo “Happy go lucky darky on the plantation” o il “dandyfied coon”, ovverosia il negretto col ritmo nel sangue e senza un pensiero in testa, pigro, stupido, tardo, vile, ignorante e patetico. In senso lato, l’espressione è divenuta poi sinonimo di rappresentazione razzista e iper-stereotipata, anche quando ad essere chiamati in causa non sono gli afroamericani, il trucco è assente o il medium è non è il teatro. Da vedere, per farsi un’idea, il film di Spike Lee Bamboozled, che del fenomeno, e di una sua ipotetica riesumazione Post Politically correct, fa una satira al vetriolo.
5. Ovvero il dipartimento responsabile della moralità e appropriatezza della programmazione di un canale televisivo, La Censura.
Info
Coal Black and de Sebben Dwarfs su dailymotion.
Censored Eleven su Wikipedia.
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