Yes Man

Yes Man

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All’interno della carriera attoriale di Jim Carrey Yes Man risulta senza dubbio come un mezzo passo falso, nonostante persistano motivi d’interesse, dovuti anche alla presenza dietro la macchina da presa di Peyton Reed.

Yes we can(not)

A causa della sua depressione, Carl Allen, rifiuta qualsiasi proposta gli venga fatta, qualsiasi invito, persino uscire con gli amici non lo stimola più, non ha voglia di fare niente… questo sino a quando un giorno non decide di cambiare radicalmente la sua vita. Da un giorno all’altro, infatti, decide che per un anno dirà si a tutte le proposte che gli verranno fatte… ma proprio tutte! [sinossi]
Quando si nasce comici si deve lottare per non morire in tal modo. Per Jim Carrey la lotta o la convivenza saggia tra registri comici e drammatici, ma anche tra il surreale e il quotidiano, o forse nel caso di Yes man il confronto con l’americano medio sono tutti elementi che compongono una biografia artistica particolare e controversa. A venirci incontro come una cartina da tornasole si può prendere Man on the Moon: in qualche modo si può assimilare il percorso del compianto comico Andy Kaufman con quello dell’ex Ace Ventura. La carriera di Carrey comincia col demenziale, una follia infantile e ipercinetica che non lo abbandonerà più in ogni personaggio, ma la svolta dopo i vari Ace Ventura, The Mask, arriva con Truman Show: ecco l’avvisaglia di un ghigno pericoloso che appunto lo accomuna a Kaufman, anch’egli amatissimo da un pubblico che amava vederlo in parti cretine e irriverenti, ma non disturbanti come invece fu nella seconda parte della carriera. Non si può certo dire che il Carrey maturo, cioè quello di Forman e di Se mi lasci ti cancello, sia stato poco apprezzato dal pubblico come invece accadde a Kaufman, ma le produzioni successive lo hanno poi spesso ricondotto come un marchio indelebile alle origini con produzioni nuovamente di bassa lega. A questo punto Yes Man sembrerebbe una sorta di strano ibrido che coniuga i due Jim Carrey: scemo e crudele, disimpegnato e profondamente angoscioso, l’angoscia che per l’appunto sembra trasmettere questo impiegato bancario quarantenne all’inizio del film. Il volto è più segnato, il tono dimesso; sembra quasi più emblematico di “Joe l’idraulico” nel segnalare la recessione americana che perdura da anni.
 
Ecco che dunque l’attore pare aggiungere un nuovo tassello di bravura, e sia chiaro che se chi scrive si affanna a parlare unicamente di questo strano performer è perché gli sembra di intravedere in lui qualcuno o qualcosa che va oltre (come capita spesso per esempio con Michel Piccoli) alla pellicola che lo contiene, che altro non è che una commedia dotata sguardo non troppo profondo. Speranza che però viene abbastanza disattesa, proprio per la natura della sceneggiatura stessa. Il meccanismo è semplice ed essenziale: un uomo chiuso in sé stesso, i cui “no” agli input del quotidiano, amici, lavoro, eventi culturali, sono sinonimo di profondo pessimismo, per riprendersi diventerà l’uomo del “sì” a ogni costo, con conseguenze imprevedibili e spersonalizzanti, ma la cui audacia lo portano finalmente a rivivere. Carrey diventa dunque una sorte di bambinone che riscopre l’innocenza, personaggio chiaramente abusato in termini di commedia, ma ciò che lo riporta all’ottimismo alla volte sembra un escamotage per un campionario di gag vecchie e nuove in cui l’attore senza freni può dar sfoggio della sua bravura. In questa sorta di autocelebrazione le cose migliori sembrano venire, come nelle buone commedie, dal cast e in particolare dai personaggi secondari. Ecco dunque un bel gruppo di caratteristi che Peyton Reed dimostra di saper dirigere, uno fra tutti Rhys Darby, il capoufficio nerd, che fa capo a divertenti trovate (quasi si ride oltre che sorridere) come la festa-tributo a Harry Potter e a 300. L’altro aspetto che funziona del film è la tonalità “indie” che sembra sottendere alle situazioni: persone di diverse culture che si incontrano, amicizie con barboni, e soprattutto scelte musicali piuttosto alternative; il concerto delle squinternate Munchausen by Proxy, dalla sonorità New Wave e dai testi piuttosto strambi, la colonna sonora nientemeno che degli Eels, e ciò contribuisce a farci sentire in ambienti, sempre da commedia, ma di un’America giovanile poco omologata, vicina a Friends se non addirittura al primo Kevin Smith.
 
Ma non esageriamo: rimane comunque l’appesantimento della trama, questo ottimismo che sembra strizzare l’occhio a Obama, l’apertura speranzosa al nuovo, taglia con l’accetta le sfumature sociali, ed è difficile, almeno per chi scrive, non abbandonare un certo cinismo che fa pensare che dire sempre sì appaia come una chiave del consumismo, specie nel suo assalto pubblicitario, e che forse dire no rappresenta talvolta la vera libertà. Non che gli sceneggiatori non se ne rendano per nulla conto, in fin dei conti il protagonista si ravvede dalla sua follia, ma, questo a scanso di equivoci sull’impegno del prodotto, certamente un cineasta come Todd Solondz sarebbe uscito dalla sala dopo dieci minuti. Rimane un rammarico: cioè il mezzo passo falso di Carrey. Che sia questione di dipendenza dallo star system o schiavitù al pubblico, che spesso coglie chi sa far ridere, non è facile dirlo. Si recupera comunque a tratti uno spirito eversivo, e lo si vede nella toccante scena del salvataggio a suon di chitarra di un aspirante suicida, il momento più alto del film e paradossalmente una digressione dalla pellicola stessa.
Info
Il trailer di Yes Man.

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