Home – Casa dolce casa?

Home – Casa dolce casa?

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Ambientato in una sorta di zona di confine, con una strada che in pratica divide la civiltà dalla wilderness, Home è – fin dal titolo, così secco e perentorio – una presa d’atto immobile su uno dei grandi temi della nostra attualità, ovvero la casa dove poter vivere.

L’esordio al lungometraggio della franco-elvetica Ursula Meier, talentino capace di vincere numerosi premi con i suoi corti e i suoi documentari, è ancorato all’idea che la casa possa divenire un non-luogo dove rinchiudersi per sfuggire alle paranoie della vita moderna. E va notato il particolare certamente non secondario che nel film non c’è un nome che identifica la famiglia, il patronimico per dirla con i classici, e questo perché al centro della pellicola vi sono le quattro mura più il tetto e non la popolazione che la abita. Per cui troveremo Marthe, la madre, Michel, il padre, e i figli Judith, Marion e Julien, insomma tutti si chiamano per nome, come se si trattassero di inservienti di una casa prefabbricata, magari di quelle gialloblu svedesi. Protagonista del film, dunque, non è la Famiglia Savage quanto piuttosto questa simbolica ultima casa della prateria, adagiata fianco a fianco ad un’enorme autostrada che da anni attende di aprire i battenti. Ma una volta che quest’ultima apre finalmente le porte a macchine ed autocarri ecco che l’idillica esistenza della famiglia della casa verrà definitivamente messa a soqquadro. La regista, dunque, fa scivolare pian piano i suoi protagonisti nella follia più completa e così la pellicola, che andava seguendo quasi tutti i canoni del genere commedia (indipendente) statunitense, si trasforma in qualcos’altro, certamente velato di tragedia.

Questi alieni, incapaci di confrontarsi con la modernità che gli sfreccia accanto a velocità sostenuta, decidono di rinchiudersi nella loro casa, divenendone prigionieri, come spesso succede anche oggigiorno. I genitori soprattutto, e la madre in particolare che fa continuamente riferimento al loro vivere “precedente” come se si trattasse di un inferno da cui rifuggire ad ogni costo (evidentemente la loro vita prima si svolgeva in città), si ancorano continuamente a quelle quattro mura, insomma, a quel poco che hanno pur di non ricominciare a vivere da un’altra parte. Il loro chiudersi in un bunker, viene in mente il misconosciuto ultimo capolavoro di William Friedkin (Bug) visto a Cannes 2006 e poi sparito, il loro – letteralmente – murarsi vivi, come nello splendido racconto di Poe Il Barile di Amontillado stavolta senza nessun intervento esterno a compiere il gesto, non è però un gesto rivoluzionario o di protesta quanto piuttosto l’ammissione di una sconfitta personale ed intima nei confronti della modernità.
Ma se il gesto della famiglia senza nome va immancabilmente declinato all’interno di queste quattro mura divenute una prigione volontaria va da sé che la regia della Meier avrebbe dovuto assecondare questa reclusione, rinchiudendosi anch’essa per far sentire allo spettatore quel senso claustrofobico che provano i personaggi. Tornando al Bug friedkiniano, morboso viaggio di sola andata verso la follia più estrema, la cui coppia protagonista del film si richiude anch’essa in una casa per paura di ciò che può venire dall’esterno (e qui escono fuori tutte le idiosincrasie post 11 Settembre, con la paura per tutto ciò che è diverso/esterno che porta ad isolarsi completamente dal mondo, in sostanza l’America di Bush che viene qui declinata nel film più squisitamente politico degli ultimi anni), ebbene Friedkin, pur rinchiudendosi tra quattro mura, è riuscito a creare un labirinto di punti di vista e a restituire un senso di claustrofobia molto “vasto” dal quale si è tutti, protagonisti e spettatori, mortalmente abbracciati.

La Meier tutto questo lo manca decisamente, il suo è un girare molto asettico e controllato, perfetto nella messa in scena, ma gira spesso a vuoto: per cui l’effetto è l’opposto di quello che si voleva ottenere, visto che si rimane fuori dai muri perimetrali della casa dall’inizio alla fine. Ed è un gran peccato perché il talento la Meier ha dimostrato di averlo, soprattutto per certi momenti quasi sospesi su cui la pellicola si puntella. Come nel finale che vira verso l’horror romeriano, dove i sopravvissuti camminano come zombie in un’alba che può essere sia la prima che l’ultima.

INFO
Il trailer italiano di Home – Casa dolce casa?.
La pagina facebook della Teodora, casa di distribuzione di Home.
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