Il curioso caso di Benjamin Button

Il curioso caso di Benjamin Button

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Il curioso caso di Benjamin Button segna l’irruzione di David Fincher nel mondo di Francis Scott Fitzgerald; nell’adattare un racconto dell’autore de Il grande Gatsby, il regista statunitense firma un melodramma denso e fuori tempo, affidato all’interpretazione di Brad Pitt. Una riflessione dolce e amara sulla giovinezza, il concetto di maturazione e sull’accettazione della propria anomalia rispetto al mondo circostante.

Fuori dal tempo

“Sono nato in circostanze particolari”. Un uomo nasce ottantenne e la sua età scorre al contrario: da New Orleans alla fine della Prima Guerra mondiale nel 1918, fino al XXI secolo, in un percorso insolito come può essere la vita di ognuno. La straordinaria storia di un uomo non così comune e delle persone e dei luoghi che scopre lungo il percorso, gli amori che trova e che perde, le gioie della vita e la tristezza della morte e quello che resta oltre il tempo… [sinossi]
Scrisse Diogene Laerzio nel nono libro del suo Vite dei filosofi:
«Eraclito depose il libro nel tempio di Artemide e alcuni affermano che intenzionalmente lo avesse scritto in forma oscura affinché vi si accostassero solo quelli che lo potevano, e un tono facile non lo esponesse al dipregio del volgo». Eraclito che già aveva detto: «Perché volete trarmi da ogni parte, o illetterati? Non per voi ho scritto, ma per chi può capirmi. Uno vale per me centomila, e nulla la folla». [1]

Ci verrà domandato: perché aprire per l’ennesima volta la mai sopita querelle sul valore “popolare” dell’arte? Perché rischiare di fossilizzarsi tornando a ragionare sul punto nodale del rapporto, spesso difficoltoso, tra artista e pubblico? Le risposte, sull’esattezza delle quali ci sarebbe probabilmente da aprire uno o più capitoli a parte, sono racchiuse a nostro modesto avviso interamente nelle due ore e quaranta minuti di cui si compone Il curioso caso di Benjamin Button. Non staremo qui a soffermarci troppo sulla sinossi nuda e cruda, perché della vita ardimentosa del buon Button, nato vecchio e destinato a ringiovanire anno dopo anno, si è già detto tutto e il contrario di tutto. Si è parlato davvero tanto del film negli ultimi due mesi: si è detto della sua trama particolare e della filiazione dal racconto di Francis Scott Fitzgerald, si è argomentato sul cinema/effetto speciale e sulla sua progressiva trasformazione, si è elogiata l’interpretazione da vecchio-bambino di Brad Pitt (realmente molto bravo, come l’intero cast dopotutto, anche se l’impressione – speriamo errata – è che si sia puntato l’occhio soprattutto su Pitt per quell’abitudine sciocca di considerare in particolare una recitazione in qualche modo subordinata a un make up particolarmente faticoso).

In tutto questo bailamme si è spesso lasciato da parte il nome di David Fincher, come se Il curioso caso di Benjamin Button si fosse costruito da solo, per magia o (peggio ancora) facesse parte di quella prassi produttiva dell’industria cinematografica che vede nel regista solo una professionalità senza eccessivo rilievo. Ora, non saremmo particolarmente sorpresi se Fincher ci confidasse di aver trovato più personali altri suoi progetti, ma ci sembra fin troppo palese che il suo settimo film rientri perfettamente nella poetica autoriale formatasi nel corso dei sedici anni che dividono l’esordio Alien³ da Il curioso caso di Benjamin Button. Di più: questo ultimo parto artistico sembra la perfetta crasi tra il suo approccio al cinema e quello dello sceneggiatore Eric Roth, già alle prese con mastodonti produttivi quali Forrest Gump (e tenete a mente questo titolo, che più in là torneremo a citarlo), The Insider, Munich e The Good Shepherd. Se da una parte si può obiettare, non senza un fondo di ragione, che il regista per eccellenza dell’American Gothic abbia dirottato verso timbriche meno chiaroscurali – ma il progetto in quanto tale spingeva a questa soluzione –, è impossibile non rendersi conto di come la messa in scena di Benjamin Button e delle sue disavventure mantenga un forte marchio fincheriano: lo dimostrano l’utilizzo del fuori campo, sempre essenziale nel suo cinema, la capacità di fotografare un tempo e uno spazio con uno straordinario e certosino lavoro di mimesi – evidente già nell’ottimo Zodiac, ed estremizzato qui dalla struttura temporale del film: vedere per credere i colori accesi con cui ci vengono mostrati gli anni ’50 in contrapposizione alla slavata uniformità degli anni ’20 e ‘30, i fiammeggianti rossi della Seconda Guerra Mondiale, la geometria minimale degli anni ‘60 e via discorrendo – e l’afflato sottilmente pessimista che è tratto distintivo del suo approccio alla narrazione. Di suo Roth ci mette l’ennesima riflessione sulla Storia, e sull’uomo in relazione a essa; e qui, come avevamo promesso, torniamo a citare Forrest Gump. Rispetto al celeberrimo film di Robert Zemeckis – da cui, ci si perdonerà il crimine, non siamo mai stati particolarmente affascinati –, tirato in ballo un po’ da tutti all’uscita statunitense de Il curioso caso di Benjamin Button, il film di Fincher ragiona in maniera molto più onesta sul rapporto tra special man e collocazione temporale: laddove il ritardato per eccellenza del cinema mondiale serviva come mero specchietto per le allodole per raccontare cinquant’anni di storia (con tanto di inserti “dal vero” ricostruiti ad hoc), Benjamin Button attraversa novant’anni di accadimenti più o meno importanti in maniera decisamente più laterale.

Al di là del coinvolgimento durante la Seconda Guerra Mondiale – tra l’altro con un solo combattimento da affrontare, pur tragico – l’universo di Button si muove per conto suo, senza lasciarsi avviluppare eccessivamente tra le spire della Storia; scelta narrativa, questa, che rompe decisamente con Forrest Gump, e che lascia come unico apparentamento possibile lo studio di un’esperienza di vita “straordinaria”. A ribadire l’impronta di Fincher sul progetto ci sembra che arrivi anche la riscrittura del testo di Fitzgerald: determinate scelte di infedeltà (l’abbandono del piccolo Button da parte del padre, la vita errabonda, lo sguardo sul matrimonio, il finale stesso) dimostrano la volontà di Fincher e Roth di operare da veri e propri demiurghi nei confronti della materia che si trovano a plasmare.
Anche se forse stiamo dimenticando il pregio maggiore de Il curioso caso di Benjamin Button, ovvero la sua sincera, onesta posa romantica: al di là di tutto Fincher ci racconta una grande storia d’amore, in cui il maschile e il femminile non possono far altro che scontrarsi per via dell’impossibilità a incastrare i propri tempi. Ci racconta la vita e la sua ineluttabile caducità, e lo fa senza mai ricorrere al pietismo o alla retorica spicciola: certo, non tutto ci convince a pieno nel mastodontico racconto delle gesta di quest’uomo unico nel suo genere eppure così tragicamente normale. Avremmo probabilmente trattato in altro modo determinati dettagli, facendo a meno di alcune piccole ridondanze (citiamo, una per tutte, la riproposizione televisiva dell’attraversamento della manica da parte di Tilda Swinton), ma sono minuzie che non intaccano la fascinazione estetica e il coinvolgimento emotivo dell’opera. Un film popolare, nel senso più esteso del termine, eppure allo stesso modo scorbutico verso il suo pubblico, criptico, non sempre limpido e cristallino come probabilmente “la massa” desidererebbe. Chissà cosa ne direbbe Eraclito…

Note
1. Citato in Umberto Eco, Diario minimo, Bompiani.
Info
Il trailer italiano de Il curioso caso di Benjamin Button.
Il trailer originale de Il curioso caso di Benjamin Button.
Il curioso caso di Benjamin Button sul canale YouTube Movies.
La pagina facebook de Il curioso caso di Benjamin Button.
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