Hells

Quel disegno che rimanda a scenari seventies e i lampi visionari tutt’altro che trascurabili fanno di Hells una creatura ibrida, imperfetta ma a suo modo affascinante.

Finché c’è vita (all’inferno) c’è speranza

Iniziamo da un aneddoto: avremmo voluto aprire questa recensione con un accenno di sinossi, breve sunto delle vicende narrate, ma dopo un paio di tentativi decisamente infruttuosi abbiamo deciso di alzare un’umile bandiera bianca. Scherzi a parte, non è davvero semplice il compito di chi volesse misurarsi con la trama di Hells (all’epoca della proiezione al Future Film Festival di Bologna venne presentato con il  tentative title Angel on the Run, che sostituiva il precedente Hells Angels, come vi spiegheremo fra poco), schizoide a tal punto da partire da una classica situazione da shojo per poi approdare a un calderone apocalittico in cui far confluire un po’ di tutto.

Come vi abbiamo anticipato poc’anzi, il primo titolo pensato per l’opera era Hells Angels, fedele riproposizione del manga da cui è tratto, opera di Shinichi Hiromoto accolta non sempre con eccessivi fasti dai fan: cosa abbia fatto cambiare idea alla sempre valida Madhouse, che produce il film, non ci è francamente dato sapere. Non è un prodotto facile da analizzare, Hells, e si corre forse il rischio, con un primo sguardo superficiale, di non cogliere alcune annotazioni decisamente interessanti, o quantomeno di disperderle nel marasma in cui veniamo condotti; e sì, perché il primo nemico di Hells è decisamente il tempo. Due ore sono francamente troppe, e l’impressione è che Yamakawa e il suo staff si siano trovati di fronte al problema di dover tagliare un percorso narrativo di per sé farraginoso, dominato più da una serie di intuizioni dalla riuscita altalenante che da un vero e proprio progetto solido. Se la prima ora è effettivamente serrata, con trovate ironiche e intelligenti che si accavallano una sull’altra, lo stesso non si può dire della seconda parte del film, quella in cui dovrebbero infine venire alla luce le motivazioni più profonde e sincere dei personaggi; qui il film si incaglia letteralmente, iniziando a girare a vuoto e finendo ben presto per proporre una sorta di loop narrativo, sfilacciandosi e abituandosi a un caos primigenio informe e stancamente confusionario.

Ed è davvero un peccato, perché l’occasione per edificare un prodotto d’animazione ben più che dignitoso era assai ghiotta: al di là della sopracitata prima parte, in cui i personaggi si legano in maniera meno forzata alle azioni che compiono – molto divertente la parentesi dedicata al torneo di pallavolo organizzato nel liceo infernale, con l’unico rammarico di non aver visto abbastanza le evoluzioni sportive della squadra composta esclusivamente da panda giganti – a colpire positivamente è il tratto che Yamanaka sfoggia. Lo stile sottilmente anarchico, quel disegno che rimanda immediatamente a scenari seventies, lampi visionari magari anche demenziali (elemento che non sempre abbiamo trovato appropriato, soprattutto quando il film inizia a virare verso timbriche meno solari, con tanto di riflessioni sulla natura umana, ma che a volte colpisce con precisione il bersaglio) ma tutt’altro che trascurabili, fanno di Hells una creatura ibrida, imperfetta ma a suo modo affascinante: e sia chiaro che non stiamo demonizzando le libertà “religiose” prese dalla pellicola, che invece risultano spesso e volentieri divertenti. Sarà per il peso della derivazione letteraria, o forse per l’inesperienza in cabina di regia di Yamanaka – che ha comunque un curriculum vitae del tutto rispettabile nel campo dell’animazione, sia come animatore che come character designer – ma nessuno riesce a toglierci dalla testa che l’errore di fondo di Hells sia da ricercare nell’incapacità di asciugare il contenuto; nella foga affabulatoria anche lo stile finisce per rischiare il soffocamento, rimanendo in un limbo indistinto.
Perché forse, come insegnava Polonio qualche secolo fa, “a volte la brevità è l’anima del senno”.

Info
La scheda di Hells su animenewsnetwork.com.
Hells sul sito della Madhouse.
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