Martín Fierro

Martín Fierro

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Affidandosi a un’animazione semplice ma tutt’altro che spoglia, soprattutto nell’uso dei colori, Romero e Ruiz riportano in auge con Martín  Fierro l’epica cavalleresca come raramente ci era capitato di vedere ultimamente sugli schermi.

La rebeldia del gaucho

Aquí me pongo a cantar,
al compás de la vigüela
que al hombre que lo desvela
una pena extraordinaria,
como el ave solitaria
con el cantar se consuela.

Con queste parole inizia Martín Fierro, poema epico pubblicato da José Hernández nel 1872, cinquantasei anni dopo la dichiarazione di indipendenza dalla Spagna e diciannove anni dopo l’istituzione dell’unità nazionale. Sono gli anni della stretta finale dell’esercito contro le popolazioni indie, colpevoli di rappresentare il lato selvaggio, indomito e non pronto a farsi asservire al potere costituito; lo stesso discorso vale per i gauchos, i cowboy della Pampa, mandriani solitari e tendenti al nomadismo – il termine pare che derivi dal quechua huacho, letteralmente “senza madre”.

E un gaucho è il valente Martín Fierro, padre e marito amorevole di cui Hernández cantò le gesta, incarnando in lui e nella sua indole un disprezzo malcelato per le cosiddette regole del viver civile: quest’uomo costretto ad abbandonare la famiglia per vivere come un soldato, quei guardiani del potere che aveva sempre rifuggito, è il simbolo perfetto di una nazione (o perlomeno di una fetta di essa) che, dopo essersi tolta di dosso il peso dei colonizzatori, non poteva accettare di buon grado il soffocante lazo del parlamento. Una storia che non ha perso granché della sua attualità ai giorni nostri, come potrà constatare chiunque abbia modo di fare l’incontro con il lungometraggio d’animazione portato a termine da Liliana Romero e Norman Ruiz, già al lavoro in coppia nell’esordio El Color de los Sentidos (2005): nell’approcciarsi alla madre di ogni epopea argentina, già portata sullo schermo da uno dei padri del cinema di Buenos Aires e dintorni, Leopoldo Torre Nilsson, nel 1968, da Fernando Laverde nel 1989 – sempre con un prodotto d’animazione – e da Gerardo Vallejo nel 2006, il duo di cineasti dimostra di saper gestire una materia delicata e complessa come uno dei grandi poemi nazionali con intelligenza e profondità di sguardo.

Affidandosi a un’animazione semplice ma tutt’altro che spoglia, soprattutto nell’uso dei colori – smaglianti gli sfondi, con il panorama degli spazi aperti della Pampa che diventa tutto un pulsare di avana, rossi di varie tonalità, blu e nero, a seconda delle ore del giorno in cui si svolgono le sequenze – e facendo leva su una sceneggiatura capace di esaltare al meglio il ritmo, rocambolesco e dai toni decisamente virati verso l’avventuroso, su cui si dipana l’intera vicenda, Romero e Ruiz riportano in auge l’epica cavalleresca come raramente ci era capitato di vedere ultimamente sugli schermi: puntando l’accento sulla figura di Martín  Fierro, visto come l’eroe puro e dal cuore d’oro che non riesce ad accettare i soprusi, e arriva fino alle estreme conseguenze – la perdita della famiglia – pur di non perdere la propria integrità morale, i due registi firmano un vero e proprio elogio alla disubbidienza civile, inno alla rivolta e alla ribellione. Il loro Fierro, per quanto fondamentalmente fedele allo spirito del poema, è un personaggio che ha oramai attraversato le epoche storiche, e nel suo volto fiero e nella sua sprezzante e irridente posa rivoluzionaria si riesce a intravvedere sguardo di Ernesto Guevara, ma anche la risposta che operai e contadini hanno dato alla crisi economica che mise in ginocchio l’Argentina nel novembre del 2001. Agendo così ci sembra che Romero e Ruiz abbiano colto il senso più alto del poema di Hernández, eleggendo realmente e definitivamente il loro eroe a paradigma vivente dello spirito argentino.

Tutto ciò senza dimenticare l’aspetto più sanamente popolare del personaggio: tra disfide chitarristiche, sanguinosi scontri con le popolazioni indigene, squallida vita da avamposto militare e sana esaltazione della libertà come massima aspirazione umana (Fierro che libera il suo amatissimo cavallo dalle grinfie dei militari per scioglierlo, gesto estremo e straziante, anche dal suo stesso gioco e permettergli di vivere in maniera totalmente indipendente), ce n’è davvero molto di materiale su cui discutere. Perché Liliana Romero e Norman Ruiz sembrano avere ben chiaro non solo come raccontare una storia (anche da un punto di vista meramente tecnico, il film è un turbinare di idee registiche, con una narrazione visiva capace realmente di coinvolgere lo spettatore), ma perché raccontarla [1]: particolare non di secondaria importanza. Ci piacerebbe che Martín Fierro avesse l’opportunità di giocarsi le sue carte con il pubblico anche nel nostro martoriato paese, ma siamo fin troppo consapevoli che la nostra sia destinata a rimanere una pia illusione: qualora vi capitasse l’occasione, comunque, non lasciatevi sfuggire questo gioiellino, ennesimo esempio della vitalità della cinematografia argentina per quel che concerne il mondo dell’animazione (qualcuno ricorda l’ottimo Mercano, el marciano di Juan Antin? Senza dimenticare mai Quirino Cristiani e il suo El Apóstol, primo lungometraggio animato della storia del cinema, anno domini 1917) e non solo.

Note
1. Ci sembra importante notare come Romero e Ruiz abbiano scelto di mettere in scena solo il primo poema dedicato a Martín Fierro. José Hernández, difatti, gli diede un seguito nel 1879: Fierro si pentiva della sua vita nomade e rivoltosa e accettava di rientrare nei ranghi, come ogni buon cristiano. Cambio di rotta che la coppia di registi ha pensato bene di non rappresentare: ennesima dimostrazione della forte impronta autoriale data al progetto.
Info
Il trailer di Martín Fierro.
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