Innocent Blood – I vampiri al cinema: Un giro del mondo

Innocent Blood – I vampiri al cinema: Un giro del mondo

Un giro del mondo per inseguire il mito del vampiro. Da Babilonia all’India, dall’Australia all’Africa, dal Nord America all’Europa.

Babilonia e India, dunque, tanto per trovare dei punti di partenza. Ma per arrivare ai vampir slavi, che strada è necessario percorrere?
Nel suo splendido racconto Il sangue della vita, pubblicato su Weird Tales nel 1924, lo statunitense Tom Rawson Hilbourne ambienta la vicenda – una sorta di “genesi vampiresca” – nella Roma dell’antichità: un modo intelligente per affrontare una questione, quella della “nascita del mito”, che propone ben più di un’ipotesi interessante. Gli antichi greci temevano le lamie, i romani le strix su cui si soffermò persino Ovidio, dalla cultura ebraica arriva l’aluka, gli assiri speravano di non essere ghermiti dal demone lilitu (dalla cui descrizione prende forma anche Lilith, l’essere demoniaco per eccellenza nella tradizione ebraica). Difficile riuscire a ricostruire l’esatta catena culturale che portò ai vampir. Sia come sia, i balcani divennero ben presto il terreno fertile per ogni genere di leggende riguardo ai succhiasangue: si fa dunque interessante anche la dislocazione geografica, nei territori europei, dei miti formatisi attorno alla figura di esseri la cui base nutrizionale è rappresentata dal sangue umano. Laddove nell’Europa occidentale è arduo riuscire a trovare un numero cospicuo di demoni dai denti aguzzi (al di là delle già citate strix, destinate a diventare le strie nostrane, viene naturale nominare praticamente solo il bruxa, vampiro portoghese pedovoro), acuendo dunque una sorta di ripartizione scismatica delle tradizioni a ridosso della divisione dell’Impero Romano, a est e nell’estremo nord diventa addirittura difficile tracciare una nomenclatura in grado di risultare realmente esaustiva. Questa figura tragica e orrorifica allo stesso tempo venne chiamata upir in Polonia, upyr in Ucraina e Bielorussia, wieszcz ed erestun sul Baltico, mjertovjek in Russia, vurdalak in Serbia, Russia e Montenegro, vrukolak in Macedonia, volkodlak in Slovenia, lampir in Bosnia, sampir in Albania, nosferat, ustrel e ubour in Bulgaria, farkaskoldoi e liderc nadaly in Ungheria, kozlak in Dalmazia, alp, blutsauger e nachzehrer in Germania, strigoi, murony, priculic, varcolaci e nosferatu in Romania, ogoljen in Boemia, gierach in Prussia, katakani a Creta, ghoul in Turchia, vrykolaka in Grecia.

Spesso i tratti distintivi dei vari demoni mostrano somiglianze, sia nelle abitudini di vita che nelle modalità adatte a combatterli, il che agevola la scelta di semplificare l’antropologia culturale utilizzando il nome generico vampiro. Probabilmente non si dovrebbe avere la stessa disinvoltura nell’approcciarsi a figure terrificanti come la obayifo della Costa d’Oro (chiamata adze nel sud del Ghana e nel Togo), l’asanbosam del Ghana, il chiang-shi cinese, langsuir, pontianak, pennangalan e bajang della Malesia, il baital dell’India, il mrart e il yara-ma-yha-who dell’Australia, il wendigo temuto dai nativi americani, la llorona messicana, il pihuchen cileno. Tutte rappresentazioni dell’orrore che dimostrano, senza possibilità di smentita, come la cultura umana abbia molti più punti di contatto di quanti siamo solitamente propensi ad ammettere.
Il rapporto con il demoniaco è alla base dell’intero sviluppo dell’umanità, fin dai suoi albori: la lotta tra il bene e il male, per quanto abbia assunto accenti decisamente peculiari nell’Europa cristiana, non è certo una prerogativa del Vecchio Continente. Anche a questo può dunque tornar utile il rapido excursus proposto poc’anzi: perché, pur consci dell’impatto che l’esperienza letteraria occidentale ha avuto sulla storia del cinema, come si avrà modo di analizzare in seguito, sarebbe ingiusto non cogliere, in molte delle cinematografie orientali, una pervicace aderenza a un tessuto mitopoietico ben determinato, lontano da lusinghe coloniali e che affonda piuttosto le radici nella storia stessa della propria terra. Un film come il pur debole Pontianak di Shuhaimi Baba (regista anche del sequel che furoreggiò sugli schermi di Kuala Lumpur), oltre a segnare nel 2005 l’esordio della Malesia al Far East Film Festival di Udine, rappresenta, al di là del valore squisitamente estetico – non certo memorabile -, un perfetto esempio di cinema vampiresco del tutto distaccato dalla prassi che il genere ha acquisito in occidente; e non si tratta “solo” di una differente interpretazione del Mito (che ha assunto, in seguito al successo di Dracula di Bram Stoker, caratteristiche prettamente romantiche), ma anche e soprattutto di un approccio visivo fondato su basi diverse.
In Europa l’âge d’or dei vampiri fu senza dubbio rappresentata dal Settecento: il secolo dei Lumi, simbolo del bagliore accecante della ragione e del raziocinio contro l’oscurantismo (pseudo) mistico figlio del medioevo con cui la Chiesa ufficiale e i poteri temporali dei vari stati tenevano al guinzaglio i sommovimenti naturali delle popolazioni contadine, foraggiò per paradosso proprio il mito dei bevitori di sangue. Scrive Jacques Collin de Plancy nel suo Dictionnaire Infernal (prima edizione, da fervente voltairriano, stampata nel 1818, ultima del 1863, con l’autore oramai convertitosi a un cattolicesimo estremista):

“I vampiri hanno condiviso con i filosofi illuministi l’onore di travagliare il Settecento: mentre i primi terrorizzavano la Lorena, la Prussia, la Slesia, la Polonia, la Moravia, l’Austria, la Russia, la Boemia e tutto il nord dell’Europa, i secondo procedevano alla distruzione della Francia e dell’Inghilterra rovesciando le convenzioni più antiche, e dandosi l’aria – nel far ciò – di attaccare unicamente gli errori del volgo ignorante.”

Che i vampiri fossero all’ordine del giorno nelle cronache che a Parigi e Londra arrivavano dalle remote steppe di Russia o dalla Transilvania, non c’è dubbio alcuno: nel suo essenziale Dissertation sur les apparitions des anges, des démons et des esprits, et sur le revenants et vampires de Hongrie, de Bohêmie, de Moravie et de Silésie, edito a Parigi nel 1746, il monaco benedettino Augustin Calmet (nominato come “Dom” Calmet dallo stesso Collin de Plancy) riporta una serie di eventi, collegati al vampirismo, che hanno sempre per protagonisti signori francesi impegnati in avventure in territori orientali – come dopotutto sottolinea, non senza una certa enfasi, il titolo stesso dell’opera. Quello che diventerà dunque un cliché letterario, lo straniero costretto a fare i conti con le brutali leggende di culture lontane e diverse (paradigmi perfetti di questo sono i vari Aubrey ne Il vampiro di John Polidori, Jonathan Harker in Dracula di Bram Stoker, il marchese d’Ufré ne I vurdalak di A.K. Tolstòj), nasce da una primigenia forma di giornalismo antropologico, certamente lontano dalla precisione e dalla “verità” che il ruolo richiederebbe ma non di meno fondamentale per lo sviluppo del vampirismo su larga scala. I primi saggi che si svilupparono sull’argomento, Magia Posthuma di Ferdinand de Schertz (1706), i già citati lavori di Calmet e de Plancy, Dissertatio Historico-Philosophica de Masticatione Mortuorum di Philip Rhoer (1679), Dissertazione sopra i vampiri di Giuseppe Davanzati (1744), De Terrificationibus Nocturnis di Pierre Tyraeus de Neuss (1700), cercarono in gran parte di confutare l’idea del fenomeno vampiresco come qualcosa di strettamente connesso a un’intercessione infernale, ma non tutti dimostrarono una particolare coerenza – leggendo l’abnorme lavoro di Calmet è impossibile non accorgersi di quanto in bilico tra credulità e ferma negazione si trovi l’intero ragionamento del monaco. Insomma, non vi è ancora quella netta divisione tra empirismo illuminista e fascinazione della “fede” (il termine è da intendere in un’accezione decisamente più larga a quanto solitamente viene concesso dalle religioni) che trasformerà, nel corso dell’ottocento, il vampiro in simbolo del romanticismo gotico; al contrario, assistiamo da principio a un curioso tentativo di speculazione filosofica a pochi passi dalla riflessione scientifica che raramente è stata possibile rintracciare nel campo artistico.

Ci viene in mente, su due piedi, lo straordinario Martin di George A. Romero, angosciante incursione in uno straniante e glaciale “vampirismo quotidiano”, in cui l’aspetto mitico e superomistico del succhiasangue viene meno, lasciando il posto a uno studio della psiche umana di una profondità e una stratificazione rare.
Ed è forse l’ora, dopo un cappello introduttivo ci auguriamo il più completo possibile, di concentrarci finalmente sul rapporto tra il cinema e i signori della notte.

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