Innocent Blood – I vampiri al cinema: The Age of Vampires – I nostri anni

Innocent Blood – I vampiri al cinema: The Age of Vampires – I nostri anni

Cosa rimane oggi del mito del vampiro al cinema? Ha ancora senso la lettura “classica” di questa figura dell’immaginario horror?

Torniamo per un istante a Jacques Collin de Plancy e al suo raffronto malizioso fra l’imperversare, nei circoli intellettuali europei, del pensiero illuminista e la pestilenza vampiresca che infettava le masse popolari dell’est; l’età d’oro dei vampiri, icone immarcescibili dell’oscurità e del fantastico – nell’accezione più ampia che si possa dare a questo termine – coincide con quella dell’estremizzazione stessa del raziocinio. Lume/ombra, ragione/sogno, empirico/sacrale; lo scontro prevede due posizioni perfettamente antitetiche. Al di là dell’interessante disfida che viene dunque a crearsi, per quanto questa possa essere in fin dei conti fin troppo ovvia, si può leggere l’intenzione, chiara e cristallina, di contrapporre al secolo della ragione un essere non di per sé irrazionale – quello semmai potrebbe essere il morto vivente, o il licantropo, o la creatura a cui dà vita il barone Frankenstein – ma piuttosto “nemico della ragione”. Non siamo dunque di fronte a una vera e propria dicotomia, come si potrebbe facilmente arguire a una prima visione disattenta: il vampiro non è l’antitesi dell’illuminismo, ma un suo nemico dichiarato. Non si muove in direzione uguale e contraria, ma agisce per far sì che gli ideali portati avanti da Voltaire e compagnia soccombano sotto il peso delle tenebre.

È forse solo così che si può cogliere il reale senso metaforico del Nosferatu di Murnau, il suo sguardo lucido e severo della contemporaneità, l’afflato poetico che lo comanda e lo guida: ed è altrettanto possibile che solo partendo da questo presupposto si riescano a ordinare e sistematizzare le incursioni vampiresche nel cinema a noi coevo. Perché se questo excursus ha avuto origine, lo si deve esclusivamente alla constatazione di una certa regolarità nell’apparizione, sugli schermi cinematografici, di Dracula, dei suoi figli e dei suoi parenti più lontani. Solo rimanendo nell’ultimo decennio ci è possibile contare un numero non indifferente di pellicole pronte a girare intorno all’argomento: la saga di Underworld e quella di Blade, Van Helsing di Stephen Sommers, lo splendido e incompreso Vampires di John Carpenter, il precedentemente citato pastiche di generi coreano Vampire Cop Ricky (sempre rimanendo in tema di Corea, si attende con trepidazione che Park Chan-wook ci renda partecipi del suo omaggio vampiresco Thirst), Perfect Creature di Glenn Standring, 30 giorni di buio di David Slade, Twilight di Catherine Hardwicke (a sua volta destinato a divenire saga) e Lasciami entrare di Tomas Alfredson. Opere che hanno tra loro solo pochissimi legacci in grado di segnalare un fil rouge, minimo comun denominatore che possa dare adito a una lettura complessiva; proprio perché l’argomento, una volta abbandonata la prassi narrativa che riconduceva direttamente ai riferimenti letterari, ha potuto dispiegare le ali e muoversi agilmente di propria sponte. I vampiri di Underworld sembrano più che altro signorotti dell’alta borghesia, esseri di lignaggio reale che sono costretti a sporcarsi le mani con i meno evoluti lupi mannari; ben altra cosa i mostri con cui devono scontrarsi James Woods e la sua accolita in Vampires; per non parlare delle creature agilissime e dotate di forza sovrumana che abbandonano le Svalbard per fare caccia grossa nell’Alaska di 30 giorni di buio. Perfino gli adolescenti del film della Hardwicke e i loro quasi coetanei di Lasciami entrare (e sulla tradizione nordica del mito del vampiro non ci sarebbe da scherzare troppo, se è vero che l’islandese Saga degli uomini di Eyr risale all’anno Mille ed è appena di due secoli più giovane la Danica Historia di Saxo Grammaticus) non si somigliano minimamente, pur raccontando entrambe le storie, ognuna a modo suo, la nascita di un amore.

L’impressione, forte, è che il vampiro del Ventunesimo secolo o giù di lì non abbia più bisogno di crocefissi – e qui entra in gioco anche il melting pot di cui è intrisa la società contemporanea –, ali da pipistrello, perfino dei denti aguzzi: tutti retaggi di una classicità verso la quale i registi guardano comunque con deferenza, pur rimanendo pronti a stravolgerla. Inizia a mancare, spesso e volentieri, anche la volontà di rifarsi a un universo realmente horror: sia in Blade che in Underworld è l’action a farla realmente da padrone, mentre Vampire Cop Ricky, già di per sé meticciato con la commedia grossolana, non è altro che un poliziesco innervato da un personaggio mostruoso. Per non parlare di Twilight, prodotto robustamente sovrastimato, che dissipa le sue potenzialità orrorifiche in una serie di scelte che fiaccano l’aspetto più sanamente spaventoso della pellicola (vedere per credere com’è risolta, senza troppo mostrare, la caccia del cattivo di turno alla bella protagonista); ben altro coraggio dimostra invece Alfredson nel suo Lasciami entrare, dove la pervicace volontà di raccontare una storia di maturazione e crescita non soffoca mai le derive di genere di cui l’opera si nutre, lavorando la materia horror con una crudezza e un’eleganza che sono davvero da rimarcare (l’attacco dei gatti alla donna vampirizzata, la morte in ospedale). Perché nel metabolizzare il vampiro, il cinema ha via via corso il rischio di dimenticarne il reale valore belluino, la sua seducente carica di crudeltà, la sua violenza. Finendo per anestetizzare la portata iconografica e metaforica di una delle creature più insubordinate e terrificanti che la memoria umana possa ricordare.

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