Sick Nurses

Un folle pastiche ultra-pop che sfonda le pareti del nonsense per spingere sul pedale dell’acceleratore del fantastico. Sick Nurses è un’opera inclassificabile, dominata da una libertà espressiva illimitata.

Le infermiere del reparto “vendetta”

In un ospedale un gruppo di infermiere si contende l’amore dell’affascinante dottor Tar, a sua volta coinvolto in una relazione segreta con un altro uomo. Nonostante ciò l’uomo non rinuncia a sedurre le ingenue ragazze, promettendo a ognuna un imminente matrimonio. Quando però una di loro resta incinta le altre decidono di ucciderla e Tar, che illegalmente rivende i cadaveri per arrotondare lo stipendio, proverà a disfarsi del corpo. Ma la leggenda vuole che lo spirito di un defunto possa tornare nel mondo dei vivi entro sette giorni per far visita alla persona che ha amato… [sinossi]

Dettagli di un corpo femminile denudato; un medico e un gruppo di infermiere giovani e belle. Siamo in una sala operatoria, ma lo sfondo dietro i personaggi è nero come una quinta teatrale. Il medico parla con qualcuno al telefono informandolo dell’arrivo di un nuovo cadavere: buste di plastica, crisi di pianto virate in blu, luci violacee sui primi piani dei protagonisti, inquadrature a piombo, montaggio serrato e ansiogeno, dettaglio di un bisturi, un orologio che va avanti e indietro ripartendo sempre dallo stesso punto.Sick Nurses (Suay Laak Sai il titolo originale) è un film dotato di un pregio raro: ha la capacità di racchiudere nel breve spazio dei titoli di testa l’intero senso estetico dell’avventura che si accinge a intraprendere. Prima di affrontare questa recensione, vi consigliamo però di fare un salto su imdb, immancabile archivio cinematografico online, e di dare un’occhiata alla media voto che 409 utenti, al momento in cui scriviamo, hanno attribuito all’opera di Thospol Sirivivat e Piraphan Laoyont. Il 5.1 che campeggia non siamo andati a sottolinearlo per un ambiguo gusto masochistico, al contrario: siamo perfettamente sinceri nell’affermare che comprendiamo il voto e riusciamo anche a scorgerne le motivazioni.

La verità infatti è che Sick Nurses è un film tremendamente scomodo, difficile, perfino ostico; nascosto dietro una facciata ipercolorata, irrobustita da corpose dosi di estetica avant-pop, e celato oltre la coltre creata dall’horror, genere tra i più identitari che esistano, è possibile scorgere un volto tutt’altro che semplice da riprodurre. Sirivavat e Laoyont, già alle prese nel 2003 con la commedia Suicide Me, oltre a compiere un triplo salto carpiato in avanti per quel che concerne la loro credibilità artistica, mettono in scena un’opera d’avanguardia talmente a sé stante nell’universo cinematografico mondiale, da prendere di sorpresa lo spettatore medio.Come altre grandi opere degli ultimi anni (impossibile non citare qui il sublime Happiness of the Katakuris di Takashi Miike, a sua volta solitamente incompreso anche dal pubblico più cinefilo), Sick Nurses è destinato ad andare incontro a un massacro preventivo: nel suo caleidoscopio di idee, horror che si tramuta in corpo sperimentale su cui operare a cuore aperto, il film thailandese rischia di lasciare insoddisfatto sia l’amante del genere, l’aficionados degli squartamenti e delle budella, sia il più sofisticato cinefilo di vecchia data. Ed è davvero un crimine che non ci sembra il caso di far passare sotto silenzio, perché al contrario Sick Nurses ci insegna, nella sua ora e venti di durata, quale può essere il senso della sperimentazione cinematografica nel pieno del terzo millennio: mescolando l’alto e il basso senza alcuna discontinuità, trasformando una materia se vogliamo perfino rozza (la trama dopotutto è basica fino all’inverosimile) in riflessione teorica sulla macchina/cinema, i suoi ingranaggi e le sue necessità corporee – e speriamo che il termine venga compreso nell’essenza più profonda che può acquistare – Sick Nurses non dimentica mai il suo peculiare aspetto spettacolare, la sua naturale attrazione scopica. È un film da guardare a occhi spalancati, Sick Nurses, per far sì che la retina possa farsi impregnare completamente della sua potenza visionaria: un film fatto per essere visto, prima ancora che capito, un’opera che agisce direttamente sull’occhio senza necessariamente dover passare per la dogana del cervello.

Che questo sia o no un punto a suo favore è materia sulla quale, non ne dubitiamo, si potrebbero aprire dibattiti infiniti, che per ora – privi di un contraddittorio diretto – ci risparmiamo volentieri: ciò che ci preme sottolineare ulteriormente è la straordinaria verve popolare (e anche qui, come in precedenza, speriamo che il significato del lemma non venga confuso) di questo bizzarro prodotto degno con ogni probabilità di un Drive-In, una bibita gigante e una ragazza da sbaciucchiare al fianco, ma che non ha affatto sfigurato, anzi, sullo schermo dello scorso Far East Film Festival di Udine. Dove è stato, ironia della sorte, premio gradito dai pochi resistenti alle insidie del sonno e della stanchezza fisica.

Peccato, forse il mondo non è ancora pronto per eversioni tanto libere quanto anarcoidi e impossibili da codificare con esattezza; troppo per un pubblico medio quel finale luciferino che è lo sposalizio definitivo tra il Takashi Miike di Gozu e il Lars Von Trier di The Kingdom. Ma fiocchino anche i fischi e venga portata in trionfo la famigerata media degli utenti di imdb: a noi basta aver avuto in sorte l’incontro con un’opera così aliena ed eretica – verrebbe da definirla quasi transgender – ed esserci potuti beare di quei titoli di coda che non vi sveliamo solo per il gusto di costringervi alla visione di Sick Nurses. Crudele – ed effimero – potere della critica…

Info
Sick Nurses, il trailer.
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