Nemico pubblico n. 1 – L’istinto di morte

Nemico pubblico n. 1 – L’istinto di morte

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Pur potendo contare su un gruppo di attori decisamente ben affiatato, e condotto con una certa eleganza e strafottenza da un Vincent Cassel che non ha certo passato invano il suo tempo sul set di Eastern Promises di David Cronenberg, Nemico pubblico n. 1 – L’istinto di morte non è immune da lungaggini, dirette spesso con la mano sinistra da Richet.

Rebel With(out) a Cause

Ispirato al romanzo autobiografico di Jacques Mesrine L’Instinct de mort, che scrisse dal carcere poco prima della sua clamorosa evasione, il film segue l’ascesa di Mesrine da soldato ribelle dell’esercito francese di stanza in Algeria a spietato criminale nelle strade di Parigi… [sinossi]

Jacques Mesrine, chi era costui? Domanda ben più che legittima per qualsiasi spettatore italiano di Nemico pubblico n. 1 – L’istinto di morte, ma probabilmente quesito poco più che retorico per le frotte di transalpini che hanno invaso le sale cinematografiche in cui si proiettava l’opera quinta di Jean François Richet. Mesrine, difatti, è uno dei personaggi maggiormente controversi della storia sociale francese del secondo dopoguerra del secolo scorso: attraversando in maniera obliqua la vita politica e sociale della Francia dalla guerra di liberazione algerina fino ai sommovimenti provocati dall’onda d’urto del maggio parigino, il personaggio di Mesrine può tramutarsi, per chi lo affronta di petto, in una pellicola protettiva attraverso la quale seguire l’evoluzione del Paese nel corso dei decenni. Per quanto questa possa apparire un’iperbole – e, in una lettura non individualistica della storia, sicuramente lo è – si tratta niente di più e niente di meno del punto da cui parte l’intera indagine umana affrontata da Richet. Si è fatto un gran parlare, soprattutto in Francia, della suddivisione in due capitoli della vicenda – la seconda parte arriverà nelle nostre sale il 17 aprile, con il titolo Nemico pubblico n. 1 – L’ora della fuga. C’è chi si è immediatamente lanciato in un accostamento, a dir poco forzato, con i due volumi del Kill Bill di Quentin Tarantino, chi ha pensato bene di precisare all’istante come i due film non siano da leggere al millimetro come un dittico, e via discorrendo. In attesa di giudicare anche L’ora della fuga, incentriamo la nostra critica su L’istinto di morte.

Non v’è dubbio che Richet sia uno che conosce a menadito la macchina/cinema e ami sguazzarvici dentro con legittimata esuberanza: ciò era già palese a chi avesse avuto modo di posare gli occhi, se non sui film degli esordi (da recuperare assolutamente Ma 6-t va crack-er, viaggio nella violenza suburbana che diventa esplorazione del tessuto rivoluzionario marxista delle banlieu), quantomeno su Assault on Precint 13, bel remake del capolavoro di John Carpenter. Anche qui, fin dall’incipit in cui derive avant-pop fanno letteralmente deflagrare lo schermo in un profluvio di split screen, è chiaro come Richet ami giocare con il suo mestiere; ed è proprio quando la sceneggiatura di Abdel Raouf Dafri, praticamente un esordiente, viene lievemente accantonata per dare spazio alla dirompente logorrea visiva del regista, che il film cresce a dismisura. La sequenza della fuga dal penitenziario canadese di St-Vincent-de-Paul in compagnia di Jean-Paul Mercier e il tentativo di liberare dalla stessa prigione altri detenuti sono momenti di grande cinema; si respira un’aria che sa tanto del Peckinpah di Getaway quanto del Jean-Pierre Melville più guascone e sottilmente disperato. Purtroppo non tutta la pellicola viaggia su questi livelli: nel voler costruire il personaggio da un punto di vista cronologico, Richet finisce per appiattirsi in alcuni punti sulle linee direttrici di un cinema da biopic la cui estetica non gli è assolutamente congeniale. Pur potendo contare su un gruppo di attori decisamente ben affiatato, e condotto con una certa eleganza e strafottenza da un Vincent Cassel che non ha certo passato invano il suo tempo sul set di Eastern Promises di David Cronenberg, Nemico pubblico n. 1 – L’istinto di morte non è immune da lungaggini, dirette spesso con la mano sinistra da Richet. Senza dubbio a suo agio nel mettere mano agli aspetti della vita di Mesrine che possono essere ricondotti in un’area “di genere”, il regista di Etat des lieux e De l’amour non mostra la stessa propensione nell’affrontare la vita intima del protagonista. Perfino la Jeanne Schneider interpretata da Cécile de France viene ridotta a uno stereotipo cinematografico (una sorta di Bonnie Elizabeth Parker all’ombra della Tour Eiffel), aggirando la componente erotica della coppia maledetta e lasciando in scena solo ed esclusivamente le malefatte criminali. Così agendo si delineano le forme di un bell’action, adrenalinico il giusto e diretto con classe e competenza, ma senza le finezze psicologiche e l’approfondimento antropologico e sociale di cui aveva bisogno un personaggio fondamentale della Francia confusa e riottosa degli anni sessanta.

Torniamo a ripetere di voler aspettare la seconda parte per riuscire a dare un quadro dettagliato della pellicola di Richet – che alla cerimonia dei Cesar è stato surclassato da Seraphine di Martin Provost –, ma non possiamo esimerci dal sottolineare le incongruenze di questo primo capitolo. Anche perché comprendiamo e stimiamo la scelta di Richet e Cassel di voler affrontare Mesrine senza l’aura di martire della violenza della polizia né l’appellativo di “male assoluto” con cui le forze dell’ordine hanno per anni cercato di identificarlo; ma per riuscire a smuovere le acque di una società borghese e apparentemente solida come quella francese – ma come qualsiasi democrazia di tipo occidentale – c’è bisogno di osare di più. Forse il cinema di stampo criminale e il biopic sono panorami troppo ristretti per Mesrine e per la sua smisurata ricerca della libertà da qualsivoglia costrizione – speriamo che il senso di questa affermazione venga compreso, che non c’è alcun desiderio da parte nostra di esaltare in maniera acritica il comportamento di questo personaggio ambiguo. Ma staremo a vedere…

Info
Il trailer italiano di Nemico pubblico n. 1 – L’istinto di morte.
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