The Reluctant Dragon

Rivisto a sessantotto anni di distanza, oltre ad acquisire l’irrinunciabile valore documentale, The Reluctant Dragon riesce a non dispiacere. Il merito è quasi tutto dell’uncredited Ub Iwerks che è anche il genio dietro l’invenzione di una delle meraviglie tecniche decantate nella parte live action, e che tanto contribuirono al successo dei film Disney, ovvero la multiplane camera.

In verità vi dico: è di Ub Iwerks.
C’è poco da ridere, tutte le parti evocative del film (l’animazione e gli effetti speciali) le dirige lui.

A parte tutto, filologicamente indispensabile. Non solo come tassello fondamentale nell’omaggio riservato al creatore grafico di Topolino dal Future Film Festival 2009, ma soprattutto perché pellicola manifesto dello stato dell’arte Disney nei durissimi anni ’40. The Reluctant Dragon (ma il titolo è fuorviante, giacché solo un segmento di questo film di auto-propaganda riguarda il dragone fifone e posapiano, pescato dalla produzione fiabesca dell’autore di The Wind in the Willows), classe 1941, è infatti prima di tutto la risposta della Disney alle miriadi di domande poste dai fans allo studio su come si fanno i cartoni animati. Questo, e un prodotto relativamente a basso costo, rimediato perché la situazione economico/politica impediva la realizzazione di un altro Biancaneve. Con la guerra alle porte, e i mercati europei (FortressEurope) chiusi ai prodotti Americani, la situazione distributiva non era in effetti delle migliori e, sebbene il film ci mostri gli studios californiani come inequivocabilmente pervasi dalla pax disneyana, il film uscì in patria proprio durante il momento caldo dello sciopero degli animatori, arrecando un ulteriore danno di immagine a una pellicola già mal recensita dai critici, che le rimproveravano di «non essere un altro lungometraggio animato nella vena di Pinocchio».

Insomma, un mezzo disastro, in primo luogo al botteghino, visto che Disney ci rimise circa 200mila dollari. Rivisto a sessantotto anni di distanza, oltre ad acquisire l’irrinunciabile valore documentale di cui sopra, sebbene infinitamente inferiore ai classici prodotti da zio Walt pochi anni prima, The Reluctant Dragon riesce a non dispiacere. E il merito è quasi tutto dell’uncredited Ub Iwerks summenzionato che, non pago di dirigere le porzioni più artisticamente valide di questo mockudrama, è anche il genio dietro l’invenzione di una delle meraviglie tecniche decantate nella parte live action, e che tanto contribuirono al successo dei film features Disney, ovvero la multiplane camera, con cui donare profondità all’animazione bidimensionale. Ma facciamo ordine. The Reluctant Dragon, essenzialmente, è un tour degli allora appena aperti Walt Disney Studios di Burbank, come pretesto l’esilissimo e demente tramino di cui innanzi: Robert Benchley (as himself), famoso comico radiofonico, viene simpaticamente costretto dalla gentil consorte a presentare un progetto per un cartoon tratto da un libro per ragazzi di Kenneth Grahame; inseguito per tutti gli stabilimenti californiani da un agente della sicurezza proto Hitler Jugend, incapperà in una serie di incontri con gli animatori, i doppiatori e vari altri staffers Disney, che lo introdurranno alle tecniche dell’animazione tradizionale e gli sveleranno i segreti del magico mondo della casa del Topo. Mentre la parte recitata dal vivo è al peggio stucchevole, al meglio vagamente educational, in almeno quattro momenti il film prende il volo, e diventa davvero godibilissimo:

1. La sessione di doppiaggio, dove duettano le spassose voci di Donald Duck/Paperino (Clarence Nash) e della gallina Chiquita (in originale Clara Cluck).
2. Il momento del trapasso dal bianco e nero a uno splendido Technicolor (e qui bisogna ringraziare chi ha mantenuto in così perfetto stato la copia in pellicola spedita al festival dalla Disney America).
3.
 Il corto animato How to Ride a Horse, prima fra le parodie degli How To interpretate da Goofy/Pippo.
4. Il corto semianimato Baby Weems che ruba, nonostante le tecniche di animazione limitatissime lo rendano quasi più una sezione di story boarding che altro, lo scettro al mediometraggio finale sul drago riluttante, grazie a una idea originale e una sceneggiatura ironico umanista che devono aver influenzato parecchio John Lasseter.

In conclusione, The Reluctant Dragon è un progetto che vale nonostante l’allure storico che ha acquisito e, sebbene non sia il capolavoro preteso dalla critica e dal pubblico di quell’America prebellica, meriterebbe, soprattutto per Baby Weems, una circolazione maggiore del quasi nulla a cui è stato consegnato.

Leggende Urbane: Walt Disney, alla morte, non è stato messo sotto ghiaccio. Ma Olio canforato.
Info
Il trailer di The Reluctant Dragon.
La scheda di The Reluctant Dragon su Afi.com.
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