Rumore bianco

Rumore bianco

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Fasulo guarda al suo fiume con rispetto e devozione, ed è per questo che il suo canto d’amore verso il Tagliamento ha i connotati di una serenata al chiaro di luna. Rumore bianco è un documentario rigorosissimo che lavora essenzialmente su immagini e suoni, niente di più, eppure nella sua disarmante semplicità si delinea come una delle visioni più dense e stratificate dell’anno

Apocalisse nel Nordest

Lungo una terra di frontiera in cui s’incrociano silenzi intensi e vitalità sommerse, scorre il Tagliamento – il Re dei fiumi alpini. Spina dorsale di una regione che è stata snodo e crocevia nella storia d’Europa, il fiume è il protagonista di un racconto che indaga la forza della natura e le sue possibilità di resistenza, la quotidianità degli uomini e delle donne, e le loro forme di ostinazione, perché “l’acqua è provvista di memoria”… [sinossi]

La potenza del documentario a volte impressiona, davvero. Impressiona quel suo farsi come semplice racconto del reale, del contingente, di quello che insomma ci passa accanto tutti i giorni senza che ce ne accorgiamo. Come un fiume, lento e silenzioso. Eppure, se si riesce per un attimo a mettere da parte gli schiamazzi ecco che il rumore del fiume lo sentiamo, eccome. Rumore bianco è semplicemente questo, il racconto di un fiume (il Tagliamento) e del dolce respiro che emana. Rumore bianco è semplicemente un piccolo capolavoro realizzato ascoltando l’acqua che scorre e le storie che vi si formano accanto. Rumore bianco è un piccolo grande romanzo bucolico e vivo, dove la vita emerge da ogni singola inquadratura.

Alberto Fasulo, l’esordiente regista della pellicola, guarda al suo fiume con rispetto e devozione, ed è per questo che il suo canto d’amore verso il Tagliamento ha i connotati di una serenata al chiaro di luna. Rumore bianco è un documentario rigorosissimo che lavora essenzialmente sulle immagini e sui suoni, niente di più, eppure nella sua disarmante semplicità si delinea come una delle visioni più dense e stratificate dell’anno, un film dove i sedimenti sembrano raggrumarsi continuamente e dai quali è praticamente impossibile rifuggire. Il film è un lento viaggio nella memoria, una memoria che arriva fino a noi, e nella storia di un fiume che è una delle linee storiche del nostro paese. Ma è anche un viaggio nel Nordest d’Italia, con le sue contraddizioni e i suoi stili di vita arcaici, con i suoi riti pagani che ancora si consumano lungo le sponde del fiume. Un viaggio che Fasulo compie lavorando in sottrazione, provando ad entrare timidamente in quei luoghi e soprattutto entrando in contatto pudicamente con le persone che li abitano. È il caso di uno degli incontri più potenti del film, quello con una vecchia signora che vive praticamente da eremita in una casetta non lontano dal fiume. Fasulo vuole raccontare e per farlo utilizza semplicemente le immagini. È per questo che la signora sembra lentamente concedersi di fronte alla macchina da presa, come se fosse un occhio sempre più familiare a guardarla, ma neanche un occhio, una persona vera, un essere umano. Ecco perché emerge questo ritratto così dolcemente vivo, mai forzato, mai invadente, figlio di uno sguardo rispettoso (come detto) verso questa realtà. Uno sguardo partecipe ma non manifesto, che non indugia in interviste. Per certi versi ricorda il Depardon intimo e forse ultimo cantore di universi agricoli, però meno presente, meno in campo per dirla breve. Per altri invece Fasulo sembra procedere alla Herzog (probabilmente l’autore che oggi meglio sa declinare il reale in un’accezione artisticamente personale), con certi sguardi che per esempio ricordano il bellissimo Apocalisse nel deserto con quei fuochi immensi e quelle riprese dall’elicottero che anche Fasulo utilizza.

Più di tutto, Fasulo come Herzog, sembra avere un rapporto molto fisico con il dispositivo-cinema, un rapporto che nasce essenzialmente da una tensione, da uno spasmo continuo tra la realtà e l’atto creativo che la manipola. Rapporto che come detto si sviluppa prettamente su basi visive (è l’immagine che parla e sono le mille superfici riprese nel film ad offrire sempre uno spunto di racconto) ma anche, come detto, su quelle uditive. Anzi, nel finale si ha la certezza che il regista voglia far sparire tutto (la realtà, il suo film ma anche i suoi spettatori) all’interno del fiume e soprattutto del suo rumore, come se in quello stesso rumore fosse racchiuso il senso di tutta le pellicola.

Info
Il trailer di Rumore bianco.
La recensione del DVD.

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