Sbirri

Compito arduo quello di trovare qualche elemento meritevole di essere salvato, in grado di evitare a Sbirri di crollare sotto i colpi impietosi e meritati di una critica spietata che non concede attenuanti e nessuna possibilità di appello. Si viaggia sui binari di una inconsistenza e di una mediocrità palese, che azzera completamente l’interesse verso un tema importante come il narcotraffico.

L’infiltrato

Matteo Gatti, un impegnato giornalista televisivo, dopo aver perso il figlio per l’improvvida assunzione di una pastiglia di ecstasy, vuole svolgere un’inchiesta e viene accolto nella Squadra Speciale della Polizia che combatte lo spaccio di droga a Milano. Matteo, quindi, compie un viaggio reale nel mondo della droga alla ricerca convinta e disperata dei motivi della morte di suo figlio, del colpevole, ma anche del suo essere genitore inadeguato… [sinossi]

Sbirri di Roberto Burchielli entra a far parte di diritto di quella categoria di prodotto audiovisivo destinato alla sala cinematografica che riesce dal primo all’ultimo fotogramma utile a debellare qualsiasi tipo di punto a favore a scapito di una sequela di difetti e demeriti tecnico-artistici davvero troppo evidenti. Eppure le potenzialità del progetto iniziale, unite alla straordinaria efficacia e all’impatto mediatico del realmovie per il piccolo schermo dal titolo Cocaina diretto dallo stesso Burchielli, dal quale la pellicola interpretata da Raoul Bova (qui in veste anche di produttore con la sua Sammarco) prende spunto, promettevano (almeno sulla carta) esiti decisamente diversi rispetto a quelli che da oggi è possibile vedere nelle sale nostrane. Compito arduo quello di trovare qualche elemento meritevole di essere salvato, in grado di evitare al film di crollare sotto i colpi impietosi e meritati di una critica spietata che non concede attenuanti e nessuna possibilità di appello. Si viaggia sui binari di una inconsistenza e di una mediocrità palese, che azzera completamente l’interesse verso un tema importante come il narcotraffico, specialmente se, come in questo caso, a finire dentro l’obiettivo della macchina da presa sono le conseguenze di una piccola-grande piaga come quella dello spaccio di sostanze stupefacenti (pasticche, cocaina, allucinogeni e via dicendo) tra i giovani e non solo.
In Sbirri, come era stato con altri risultati anche in Cocaina, si scava nella ferita penetrando direttamente nel problema, catapultando il pubblico nella cruda e dura realtà dei fatti, quelli che vedono protagonisti, loro malgrado, adolescenti e gente comune di una città come tante in cerca di una dose da calarsi dallo spacciatore di turno. L’attenzione cade sull’ultima ruota del carro, il gradino inferiore della scala del narcotraffico, ossia il piccolo spacciatore di quartiere al quale rivolgersi per una dose, ma che risulta a conti fatti il maggiore responsabile del decesso di centinaia e centinaia di persone (soprattutto sotto i venticinque anni). Si tratta dell’anello ultimo nella distribuzione, ma senza il quale non sarebbe possibile il passaggio dal produttore al consumatore. Agisce spesso indisturbato fuori dai locali e dalle discoteche avvolto nella notte di una città, che in questo caso è Milano, ma potrebbe essere tranquillamente Roma, Napoli, Bari, Palermo, Firenze o anche il qualsiasi  piccolo centro di provincia lungo l’intero stivale. Pure il cliente è lo stesso, un ragazzo in cerca di emozioni artificiali o un adulto annoiato, non necessariamente stravolti da problemi insormontabili (non che questo sia un attenuante che ne giustifichi l’assunzione o la vendita). Si è scelto dunque di concentrarsi sui due punti di vista, offrendo allo spettatore un campo e contro-campo dal quale osservare e giudicare le cose. Stessa possibilità offerta prima da un documentario di straordinaria fattura chiamato Ho sniffato un milione di euro, che segue il viaggio dell’ex cocainomane Alex James, bassista dei Blur, sulle tracce della filiera produttiva della polvere bianca in quel della Colombia. Scelto proprio per il suo passato da grande consumatore e sottoposto per tutto il viaggio alle tentazioni della cocaina, visita le basi di produzione della droga, conosce sicari, incontra spacciatori, coltivatori, trafficanti e boss.

Da parte loro Burchielli e Bova hanno scelto la docu-fiction, formula ibrida capace di abbattere definitivamente il muro che da sempre separa la finzione dalla realtà documentaristica, per raccontare in Sbirri la storia di Matteo Gatti (personaggio ispirato al celebre collaboratore dell’Espresso Fabrizio Gatti), un impegnato giornalista televisivo che, dopo aver perso il figlio a causa dell’assunzione di una pastiglia di ecstasi, vuole svolgere un’inchiesta e viene accolto nella Squadra Speciale della Polizia (battezzata U.O.C.D.) che combatte lo spaccio di droga a Milano. L’uomo diventa un infiltrato e si immerge nel “mondo” della droga alla ricerca convinta e disperata dei motivi della morte di suo figlio, del colpevole, ma anche del suo essere un genitore inadeguato. Conosce così tutti gli aspetti del fenomeno e della sua drammatica espansione. Vive a stretto contatto con i poliziotti e partecipa alle varie operazioni anti-droga. Un plot consistente e accattivante, ma che in realtà nasconde un film debole e da dimenticare, che approda nelle sale in un periodo in cui fa la sua comparsa anche lo sfortunato Polvere di Massimiliano D’Epiro e Danilo Proietti, che affronta le stesse tematiche.
L’unione del vero con il falso, che poteva rappresentare la forza dell’intera operazione, diventa un’arma a doppio taglio che si ritorce contro il regista che le ha dato vita. Sbirri, infatti, funziona solo nei momenti di incontaminata realtà di stampo documentaristico, ossia quando questa non viene contaminata e filtrata dalla rappresentazione dei fatti. Il meccanismo filmico sul quale si basa la pellicola non rappresenta una novità, ma il fatto che qualcuno abbia avuto il coraggio di farne uso in Italia merita quantomeno di essere sottolineato. Lo spettatore, come già accaduto ad esempio con Rec o Cloverfield segue la vicenda direttamente attraverso l’occhio della videocamera di un operatore dichiarato, ma a differenza dei film citati qui è tutto rigorosamente dal vivo, filmato live con videocamere nascoste e con appostamenti mirati. La camera è praticamente sempre a mano e cerca di catturare ogni cosa possibile, dando vita a sequenze dal forte impatto emozionale. Fino a quando è il reale a manifestarsi con tutta la sua prepotenza l’operazione firmata da Burchielli non ha cedimenti, ma non appena irrompe l’artefatto rappresentato dalle scene di fiction il film crolla inesorabilmente, colpa di dialoghi scritti con i piedi e di una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Se poi ci si mette anche lo stesso regista, accettando soluzioni di montaggio che dire ardite è un eufemismo, dare il proprio assenso a musiche improponibili e per buone le pessime performance recitative degli interpreti, che in molti passaggi arrivano persino a sfiorare l’imbarazzante, come nel caso del lungo monologo di Bova/Gatti sul tetto di un edificio mentre sta registrando il lancio del reportage con il suo cameraman, le speranze di salvare l’operazione si riducono al lumicino.

Info
Il trailer di Sbirri.

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