Tutta colpa di Giuda
di Davide Ferrario
Gianluca Gobbi, Fabio Troiano e soprattutto Kasia Smutniak sono degli ospiti che, da principio neutrali, creano un rapporto affettivo con i loro compagni d’avventura, e da questo incontro scaturisce l’adrenalina recitativa e musicale che porta avanti Tutta colpa di Giuda.
Pensare la libertà
Una regista teatrale d’avanguardia. Un direttore di carcere. Un cappellano che vuole mettere in scena una Passione. Venti detenuti che aspettano solo che il tempo passi… [sinossi]
La galera è come il teatro, tutti fanno finta: i carcerati, il direttore, la polizia, i giudici. Poi a un certo punto la commedia finisce e sei da capo. Con queste significative parole pronunciate da un recluso si apre Tutta colpa di Giuda, da intendere come una sorta di manifesto illustrativo dell’ultimo lavoro di Davide Ferrario. Ed è dunque un gioco a cui il regista di Guardami si lascia andare, un gioco che va alla ricerca di suggestioni, di momenti intensi che parlano di pene interiori e fisiche, intese anche nella limitatezza delle espressioni corporee ed emotive (e d’altronde si parla di teatro di ricerca), e nel loro superamento con la creatività, e dell’insensatezza del gioco delle parti e dei compromessi nella società odierna che corrisponde alla reclusione dei socialmente malati e dei pericolosi, allontanati e nascosti sotto il tappeto da un’opera di pulizia sociale, così come afferma il direttore del carcere, impersonato da Fabio Troiano (già presente in Dopo mezzanotte). Ma è chiaramente il penitenziario anche uno specchio delle emozioni, per cui anche chi è fuori fa i conti con sé stesso e il suo modo di pensare la libertà.
Ferrario tocca molti argomenti costruendo un intreccio piuttosto movimentato: uno spettacolo da fare con i detenuti, le storie d’amore della regista fuori e dentro il carcere, le vicende personali dei detenuti, del direttore, un prete e una suora che chiedono la Passione di Cristo come rappresentazione e i conflittuali punti di vista nell’interpretarla. Ma se le situazioni sono molte, non sono raccontate in modo convenzionale ma assolutamente vincolate all’idea di spazio e tempo non costituiti dalla sceneggiatura, ma che seguono le sensazioni dei luoghi e delle sonorità con cui la macchina da presa interagisce. Si può dire che il set, inteso sia come luogo fisico (non solo il carcere, ma anche il salotto kitsch dove abitano la Smutniak e un sorprendente Cristiano Godano), che agglomerato di persone, sia il vero fuoco del film. Ma è nell’occhio di Ferrario che il fuoco si espande: la sospensione e la riflessione sulla vita che la prigione impone si manifesta per flussi di coscienza. È da ciò che parte l’idea del musical: le musiche di Maroccolo, dei Marlene Kuntz e dei diegetici autori in quanto anche attori, Cecco Signa e Paolo Ciarchi (che porta con sé l’esperienza epocale di Ci ragiono e canto di Fo), traghettano i personaggi e le situazioni senza assilli di giustificazione narrativa da un luogo a un altro.
È proprio in questo montaggio emotivo che Ferrario mostra la sua poetica, che già da Tutti giù per terra (ancora con Gianni Maroccolo) prevedeva la musica come parte del mondo del personaggio, uno stile che tuttavia sembra affinarsi in modo sempre più personale e fruttuoso con l’utilizzo del digitale. Già in Dopo Mezzanotte l’agilità della videocamera si sostituiva alla sceneggiatura, e qui il discorso prosegue con Ferrario che afferma di preferire una scrittura non precostituita che segue le improvvisazioni degli attori e del set. Dunque l’idea di gioco, di set e scrittura dinamici sottendono al film, e potrebbero bastare per portarlo lontano, in una zona al confine della finzione, dove la serialità, le convenzioni del cinema narrativo diventano labili, non più al servizio della storia. Tuttavia proprio allontanandosi dalla struttura, Ferrario non può fare a meno di tornarci, e il motivo è uno solo, cioè la commedia. Approcci amorosi, battutismo e autoironia danno consistenza alle situazioni in cui si ritrova la bella e spaesata Kasia Smutniak, e come nelle buone commedie spesso i personaggi minori lasciano verità inappellabili parlando di sé stessi. Tutto ciò però, specie nella prima parte, sembra produrre un eccesso di eloquio, che mal si addice e non sfrutta le possibilità di (non) attori perfetti, personaggi che portano sempre in ogni sguardo e parola la loro memoria emotiva, ovvero i detenuti del penitenziario torinese Le Vallette. Non si tratta dell’equivoco sul dramma carcerario e sulla sua quantità di realismo, un genere da cui Ferrario si affretta a prendere le distanze, così come dalle trappole del film d’impegno: il fatto è che, come ci hanno dimostrato negli ultimi anni vari gruppi di teatro sperimentali in carcere, le messe in scena teatrali dei detenuti rappresentano non un esempio di riscatto sociale (ma volendo anche quello), ma sostanzialmente un grande risultato artistico a cui il mondo del teatro attinge. Farli re-citare sembra un piccolo crimine da parte di Ferrario, e dà l’impressione che il voler improvvisare lasci spazio comunque a regole comiche spesso con risultati modesti. Se poi si guarda al conflitto filosofico-religioso che scaturisce nel film sulle ambiguità delle interpretazioni di Cristo, umano e divino allo stesso tempo, e sulle teorie moralizzatrici sull’istituzione carceraria, il discorso è portato avanti in modo lacunoso seppur interessante, come se alla fin fine il seguire più registri e più storie da parte del regista bergamasco, abbia lasciato il pensiero, il tema non così in profondità. Ma forse non è così importante rispetto al come i protagonisti si raccontano in Tutta colpa di Giuda, poiché la sensazione più forte di questa logorrea di parole e situazioni è che sia agitata da un’anima divertita. È quella della macchina da presa, quella delle musiche, e soprattutto quella degli attori, del cast. Quelli di professione che si accorgono di un mondo particolare, da conoscere, forse da temere ma che in fin dei conti riguarda anche loro. Gianluca Gobbi (frequentemente nei film di Ferrario), Fabio Troiano e soprattutto Kasia Smutniak sono degli ospiti che, da principio neutrali, creano un rapporto affettivo con i loro compagni d’avventura, e da questo incontro scaturisce l’adrenalina recitativa e musicale che porta avanti il film. La stessa canzone finale che i detenuti dedicano alla loro ospite è da intendersi come un accorato saluto all’attrice e non al personaggio.
Ferrario stesso, come altri registi in situazioni particolari, riesce a far vibrare la macchina cinema anche con momenti di poesia e lo fa gaiamente cercando di far sentire ognuno parte di un gioco, non certo un lavoro. Il tutto è riassunto nella fuoriuscita sequenza finale in cui, similmente a Il sapore della ciliegia, tutti guardano le ultime riprese, scherzano, si scambiano saluti e il set si smonta. Il cinema certamente ne esce rinfrancato e rivitalizzato, ma come capita in queste circostanze dove purtroppo l’arte necessariamente più avanti non può andare, l’oggetto dell’interesse o del desiderio che fu ora gira la chiave e torna a chiudersi nuovamente in sé stesso.
Info
Il trailer di Tutta colpa di Giuda.
- Genere: commedia, musical
- Titolo originale: Tutta colpa di Giuda
- Paese/Anno: Italia | 2009
- Regia: Davide Ferrario
- Sceneggiatura: Davide Ferrario
- Fotografia: Dante Cecchin
- Montaggio: Claudio Cormio
- Interpreti: Angela Vuolo, Christian Konabitè, Cristiano Godano, Dante Cecchin, Davide Arneodo, Fabio Troiano, Francesco Signa, Gianluca Gobbi, Kasia Smutniak, Ladis Zanini, Linda Messerklinger, Luca Bergia, Luca Saporiti, Luciana Littizzetto, Paolo Ciarchi, Riccardo Tesio, Valentina Taricco
- Colonna sonora: Fabio Barovero, Gianni Maroccolo, Marlene Kuntz
- Produzione: Fargo Film, Rossofuoco
- Distribuzione: Warner Bros.
- Durata: 102'
- Data di uscita: 10/04/2009







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