The Triumphant General Rouge

The Triumphant General Rouge

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The Triumphant General Rouge di Yoshihiro Nakamura, ovvero la conclusione del dittico che il regista giapponese ha dedicato al thriller ospedaliero.

Dotti, medici, sapienti

Il “Triumphant General Rouge” è il dottor Hayami, responsabile del Pronto Soccorso. Odiato da mezzo ospedale, venerato da un ristretto manipolo di fedelissimi, viene accusato tramite lettera anonima recapitata alla povera Kimiko, di far parte di un complotto con l’agente di commercio di un’azienda di forniture mediche. Materiale per muffose aule disciplinari e per comitati interni, se non ci scappasse il morto… [sinossi]

Che il Giappone sia terra d’origine di un buon numero di cineasti bizzarri ed eccentrici è una certezza talmente consolidata da non necessitare della benché minima spiegazione ulteriore; questa realtà comporta di conseguenza l’obbligo critico a misurare con attenzione a dir poco estrema l’utilizzo degli aggettivi. Perché è ovvio che Yoshihiro Nakamura meriti l’appellativo di autore bizzarro, ma è ancora più ovvio che di fronte a maestri dell’evasione dalle regole cinematografiche quali Seijun Suzuki, Shuji Terayama, Nagisa Oshima, Toshio Matsumoto, Koji Wakamatsu, Masahiro Shinoda, Sogo Ishii, Shinya Tsukamoto e Takashi Miike, corra il rischio di venir considerato in modo minore. Diciamo di più: perfino l’idea di cinema portata sullo schermo da Satoshi Miki, per rimanere nel solco delle “scoperte” del Far East Film Festival, appare a prima vista notevolmente più estrema di quella di Nakamura, che nel frattempo si è meritato i gradi di “M. Night Shyamalan nipponico”. Accostamento in realtà forzato, dato che dell’autore di Unbreakable, The Village ed E venne il giorno ben poco è visibile nell’etica immaginifica e nell’afflato narrativo di Nakamura. L’impressione, per ora, è che lo straordinario Fish Story rappresenti al momento un’eccezione rispetto allo standard qualitativo a cui ci ha abituato il cineasta giapponese; la capacità di maneggiare la materia cinematografica, reinventandone il senso, che deflagrava come un salvifico Big Bang palingenetico in Fish Story, manca completamente al dittico The Glorious Team Batista/The Triumphant General Rouge. Il primo lo vedemmo a Udine lo scorso anno, e nel bel mezzo della folgorante selezione del sol levante (Fine, Totally Fine di Yosuke Fujita, Adrift in Tokyo di Satoshi Miki, Your Friends di Ryuichi Hiroki, Crows – Episode 0 di Takashi Miike, Gachi Boy, Wrestling with a Memory di Norihiro Koizumi) finì per apparire come un’opera trascurabile, per quanto decisamente ben curata; il secondo, vero e proprio sequel del predecessore, ha fatto compagnia a Fish Story nel mini-focus organizzato dalla direzione del Far East in omaggio a Nakamura. Ritroviamo dunque il torbido e ambiguo ambiente ospedaliero di cui avevamo fatto la conoscenza in The Glorious Team Batista, e con lui alcuni dei suoi personaggi: il direttore della struttura, la timida psicologa Kimiko Taguchi (interpretata da Yuko Takeuchi, vista anche in Ringu di Hideo Nakata), il geniale e sprezzante rappresentante del ministero della salute Keisuke Shiratori, interpretato dal sempre sublime Hiroshi Abe (Hana and Alice di Shunji Iwai, Still Walking di Hirokazu Kore-eda, Chocolate di Prachya Pinkaew). E, ça va sans dire, ci imbattiamo nuovamente in un giallo dall’incastro incredibilmente complesso e dal titolo pomposo e arzigogolato.

Iniziamo con il dire che The Triumphant General Rouge ha a nostro modesto avviso l’unico pregio di trascinare perennemente lo spettatore dal lato sbagliato della strada: potremmo persino soprassedere dal constatare come per arrivare a questo stato di profonda confusione, perseguendo la regola numero uno del genere secondo la quale tutti devono essere sospettati, Nakamura palesi notevoli scorrettezze nei confronti del suo pubblico. Il problema difatti è che altrove il film frana ripetutamente e con fragore. Nella costruzione dei personaggi, per esempio: eccezion fatta per Hayami, tutti gli altri protagonisti sono solo malamente abbozzati. Perfino la psicologa e l’inviato del ministero, figure chiave per sbrogliare la faticosa matassa architettata in fase di sceneggiatura da Nakamura in collaborazione con Hiroshi Saito, restano sullo sfondo, quasi indistinguibili dal resto del panorama: va bene che sui loro caratteri eravamo stati resi edotti ai tempi di The Glorious Team Batista, ma un piccolo lavoro di approfondimento non si sarebbe certo rivelato dannoso! Dispiace in modo particolare vedere sprecato in questa maniera Hiroshi Abe, ridotto a qualcosa di poco più di un cameo e costretto su una sedia a rotelle, tarpando di fatto le potenzialità e l’esuberanza fisica che lo hanno spesso e volentieri contraddistinto.
Oltre a tutto questo The Triumphant General Rouge pretende di aggirare il genere in un finale che ha le sembianze di un peana posticcio nei confronti dell’eroismo quotidiano di medici e colleghi: una retorica dei buoni sentimenti che stona e che ha il sapore sgradevole di un atto di riparazione, da parte di Nakamura, verso quell’ambiente ospedaliero più volte dileggiato nel corso delle due pellicole. In questo rigurgito improvviso di cerchiobottismo viene spontaneo chiedersi che fine abbia fatto il medical-thriller dell’incipit  e delle prime sequenze. Che le vere vittime della cospirazione in atto fossimo, a ben vedere, noi?

Info
La presentazione al Far East di The Triumphant General Rouge.
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