Intervista a Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella
Il sol dell’avvenire è il documentario che Gianfranco Pannone e Giovanni Fasanella hanno diretto a quattro mani per indagare e raccontare la nascita delle Brigate Rosse a Reggio Emilia. Abbiamo avuto l’occasione di discutere del film con i due cineasti.
Come è nata l’idea di fare questo film e quale è il suo rapporto con il libro scritto da Giovanni Fasanella con Alberto Franceschini, fondatore del nucleo storico delle BR, “Cosa sono le BR?” da cui è tratto il film?
Giovanni Fasanella: Il libro, pubblicato nel 2005 dalla Bur Rcs, è un libro intervista scritto con Alberto Franceschini che è stato uno dei co-fondatori delle Brigate rosse, in cui seguendo il filo della sua biografia, per la prima volta si ripercorre l’intero arco della storia delle Brigate rosse, dalla formazione del gruppo di Reggio Emilia fino al caso Moro. Nel film noi ricostruiamo la prima parte del libro, ovvero la formazione del gruppo dell’Appartamento, quella comune rivoluzionaria sorta verso la fine degli anni ‘60, siamo nel 68/69, organizzata da giovani della Fgci in contrasto con la linea ufficiale del partito comunista ritenuta troppo morbida, revisionista e riformista. La scelta di limitarsi ad una prima parte è stata dunque una scelta specifica, però con l’impegno e la promessa di ricostruire la seconda parte in un documentario successivo, Il sol dell’avvenire2, ma dopo quello che è successo ho qualche dubbio che ce lo consentiranno.
Gianfranco Pannone: Io e Giovanni Fasanella siamo considerate due strane persone in questo paese che preferisce il silenzio alle indagini scomode. A me a e Giovanni semplicemente piace indagare nella storia recente d’Italia perché pensiamo entrambi che ci siano ancora molte cose da dire e da far dire, anche agli ex brigatisti rossi che tanta sofferenza hanno provocato al paese. In passato altrettanto ho fatto con il fascismo, con gli anni del boom economico e anche con gli anni ’70. Tornando a questo decennio, rispetto al libro, oltre a chiederci cosa siano le Brigate rosse, la domanda che ci siamo fatti è da dove arrivano. Ed è per questo che abbiamo deciso di andare a Reggio Emilia e raccontare questa città che rappresenta la “parte buona della sinistra italiana”, il buon governo della sinistra, il comunismo dal volto umano, ma è anche il luogo da cui sono usciti fuori una dozzina di brigatisti rossi, che non è poco. Tutto questo è accaduto per delle ragioni ben precise. Le Brigate rosse non vengono da Marte, ma fanno parte, purtroppo, dell’ “album di famiglia” della sinistra, come lo ha giustamente definito Rossana Rossanda. E non fecero solo riferimento al contesto internazionale, ma anche a quello nazionale, almeno per quanto riguarda il gruppo di Reggio Emilia.
Infatti dal film emerge il legame molto forte che questi ragazzi hanno con la Resistenza: in che modo la memoria di questo periodo influenza le loro coscienze?
Gianfranco Pannone: Il clima del ‘68 influenza molto questi ragazzi, un clima internazionalista che comprende i Tupamaros e gli altri movimenti di guerriglia del Sud America. Però c’è anche un’altra suggestione di cui oggi non si vuol parlare: molti di questi ragazzi diventati rivoluzionari, erano figli o nipoti di partigiani delusi, legati più all’ala oltranzista, secchiana, del Pci, convinta che lo spirito della Resistenza fosse stato tradito e che solo attraverso una rivoluzione violenta si sarebbe arrivati a realizzare “il sol dell’ avvenire”. Questo legame familiare è presente anche nel nostro film. Ad esempio Paroli e Franceschini, ma anche altri testimoni che non diventarono brigatisti, erano figli e nipoti di partigiani delusi. C’era in loro un insieme di internazionalismo e di orgoglio politico nazionale e locale, che era appunto rappresentato dal mito della Resistenza.
Giovanni Fasanella: Questo legame fa parte di quell’area della storia italiana del dopoguerra coperta, in una certa misura ancora oggi, da un alone di indicibilità, cioè una storia che non andava raccontata per non turbare la quiete pubblica e l’equilibrio che era stato raggiunto dopo la guerra dai due blocchi politici contrapposti e divisi oltre che dalla cortina innalzata con la guerra fredda, anche da un odio politico e ideologico molto feroce. C’era la necessità, in una certa misura comprensibile e persino condivisibile, di non rompere quell’equilibrio così faticosamente raggiunto, per evitare che in quel contesto di odio politico e ideologico la situazione sfuggisse di mano. Ma oltre al mito della Resistenza è la sua lettura come Resistenza “tradita” che ha alimentato l’ideologia e la pratica della lotta armata: per molti partigiani comunisti la guerra di liberazione non era solo di liberazione dal nazi-fascismo, ma era anche lotta di classe, cioè lotta rivoluzionaria per realizzare in Italia quella società utopica del comunismo dove non ci fosse lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’abbandono di questa idea da parte del Pci aveva creato malumori sia nella sinistra radicale che in una certa area degli ex partigiani comunisti. Sentimento che è cresciuto sempre più nel corso dei decenni fino a degenerare nell’ideologia della lotta armata: le Brigate rosse nascono anche da qui.
Adelmo Cervi rappresenta proprio questo filo rosso tra la Resistenza e il Pci del dopoguerra. Adelmo, pur frequentando i ragazzi dell’Appartamento, rimane all’interno del partito anche se critica la posizione di chiusura assunta da quest’ultimo nei confronti di chi si discosta dalla linea ufficiale. Cosa rappresenta nel film la sua figura?
Giovanni Fasanella: La figura di Adelmo Cervi rappresenta il legame non solo ideale ma anche fisico tra la Resistenza e la lotta armata: Cervi non fece mai la scelta definitiva ma rimase ai bordi, era in quella che è stata definita “l’area di contiguità”, era un borderline e come tale è stato trattato dal locale partito comunista. Al tempo stesso era una figura mitica perché apparteneva ad una famiglia icona della Resistenza e dell’antifascismo, non solo emiliano ma nazionale. Quindi il caso di un rampollo di una famiglia simbolo che vive in modo conflittuale l’esperienza politica di una sinistra che via via si adagia sul riformismo e abbandona gli ideali rivoluzionari, finendo per confluire nell’esperienza dell’Appartamento, anticamera delle Brigate rosse, è illuminante sotto diversi aspetti, non solo dal punto di vista del legame ideologico, del filo culturale, della radice anche psicologica del terrorismo di sinistra, ma anche dal punto di vista dell’atteggiamento che la sinistra istituzionale ha tenuto nei confronti di questa irrequietezza nelle proprie file e aree contigue, che è sempre stato un atteggiamento di rimozione.
Gianfranco Pannone: Durante la lavorazione del film abbiamo incontrato persone eccezionali tra cui Adelmo Cervi, che ci era stato presentato quasi come una specie di barbone, di personaggio marginale, un bollare che spesso accade a sinistra nei confronti di chi la pensa un po’ diversamente. Personalmente lo considero un personaggio fondamentale nel film proprio perché pur continuando a frequentare i ragazzi dell’Appartamento, rimane ancorato ad un’idea democratica dell’essere di sinistra capendo, con un istinto da buon comunista, che quel minoritarismo, quel sentirsi al di sopra di tutti tipico dei rivoluzionari, non permetteva più il contatto con le masse che invece era fondamentale per il partito comunista. Adelmo Cervi, però, esprime al contempo una posizione critica verso la chiusura attuata dal Pci verso questi ragazzi: l’idea che dei ragazzi potessero uscire fuori dalla disciplina di partito era considerata intollerabile e questa rigidità fece si che questi ragazzi sfuggirono di mano al partito stesso. Lo spiega bene anche il vecchio Peppino Catellani, uno dei responsabili all’epoca del Pci locale, il quale racconta di un tentativo fatto dal partito per recuperare il contatto con questi ragazzi, Franceschini specialmente, ma il tentativo fallì e il rapporto si interruppe. Personalmente ritengo che al Pci, e non solo a Reggio Emilia, sfuggirono il senso e l’energia del ’68. E sfuggirono di mano anche quei ragazzi che poi fecero la scelta scellerata di passare alla lotta armata.
Giovanni Fasanella: Il Pci, pur sapendo cosa accadeva al suo interno o appena fuori dalla porta di casa, ha sempre teso a negare una radice di sinistra del fenomeno delle Brigate rosse, dipingendole o come fascisti camuffati o espressione di servizi segreti italiani o stranieri, al limite del mobbing nei confronti di chi all’interno del partito stava ai bordi e anche nei confronti di chi dall’esterno, politici, giornalisti o storici, cercava di porre l’attenzione su questo punto. Questo atteggiamento di rimozione non ha fatto capire all’opinione pubblica e alla militanza del partito da dove arrivava il mostro, facendo sì che per molto tempo la risposta al fenomeno non fosse adeguata. Se si presenta il terrorismo come un mero fenomeno criminale del tutto esterno alla storia della sinistra la risposta è esclusivamente di tipo repressivo e poliziesco. Se, invece, si accetta l’idea che il terrorismo di sinistra era parte di una storia, allora si deve guardare dentro a questa storia per cercare di capire qual’è il nucleo infettato che ha generato il mostro. Il non aver fatto questo lavoro ha per molto tempo contribuito a mantenere attiva la radice del terrorismo di sinistra. Però, onestamente, bisogna considerare anche un altro aspetto, ovvero che quando lo Stato e il governo apparivano quasi del tutto incapaci nel dare anche sul piano repressivo una risposta efficace e adeguata, fu il Pci a sostituirsi allo Stato schedando – la legittimità del metodo è discutibile – sistematicamente i brigatisti e i simpatizzanti che conosceva, perché sapeva benissimo che erano vicini alle proprie organizzazioni, e dando ai carabinieri e alla polizia centinaia di nomi che consentirono alle forze dell’ordine di ricostruire l’organigramma delle organizzazioni terroristiche e di disarticolarle. Quindi il Pci da un lato ebbe quel torto, dall’altro lato ebbe questo merito.
Come è stato il rapporto con gli altri protagonisti del film?
Gianfranco Pannone: Un documentario è sempre un work in progress. All’inizio abbiamo scritto un primo copione che aveva per protagonista il solo Franceschini, ma poi ci siamo resi conto che bisognava fare un film più corale e quindi siamo andati a scandagliare la realtà reggiana. Sono stati molti i “no” che abbiamo ricevuto, sia da parte del mondo politico e sindacale, ma anche da parte ex ragazzi dell’Appartamento che non andarono in clandestinità. Abbiamo conosciuto, però, anche persone come Paolo Rozzi, che, pur stando nel Partito Democratico ed essendo presidente di una circoscrizione, non ha avuto nessun problema a raccontare quel suo passato anche scomodo, contrariamente a tanti altri che o sono al potere e vorrebbero essere lasciati in pace o sono persone che vivono con sofferenza quella esperienza e dunque preferiscono starsene in disparte. Con Ognibene e con Paroli, ad esempio, abbiamo dovuto fare un lavoro molto lungo per convincerli a partecipare al film. Insomma, non è stato facile, tutte le testimonianze presenti nel film sono state trovate un po’ per volta, ma io e Giovanni sapevamo fin dall’inizio che la strada sarebbe stata in salita. Un incontro fondamentale è stato quello con Corrado Corghi, intellettuale cattolico, ex esponente della Democrazia Cristiana, da cui uscì nel ‘68 in contrapposizione alla linea filo governativa. Corghi, “personaggio” direi originale, legato alla chiesa cattolica e al Vaticano, fu l’uomo che riuscì a liberare Regis Debray, l’intellettuale che andò sulle orme di Che Guevara in Bolivia. E poi, grazie alla conoscenza con Franceschini, che aveva frequentato prima che quest’ultimo diventasse brigatista, Corghi contribuì anche alla liberazione del giudice Sossi. Fallì invece su Moro, perché il suo contatto era con i ragazzi della prima ondata delle Brigate rosse, i quali alla fine dei settanta erano già tutti in carcere. Non c’è dubbio che l’intervista con Corghi è stata per noi l’occasione di poterci confrontare con un esponente politico disposto a parlare con estrema lucidità e distacco della situazione politica di quel periodo.
Molti protagonisti del film parteciparono, ancora adolescenti, ai moti del luglio ‘60. Che significato ebbe per loro quell’evento?
Giovanni Fasanella: Il luglio ‘60 è un episodio che ha nella storia della violenza politica in Italia una importanza spesso sottovalutata. Visto dal punto dall’angolazione dei militanti comunisti -una volta sarebbe interessante vederlo anche dal punto di vista dei militanti anticomunisti- è la materializzazione di un incubo, perché il partito neofascista il Msi, a 15 anni di distanza dalla conclusione della guerra rientra nell’area del potere con un appoggio, seppur esterno, al monocolore democristiano di Tambroni, e questo rappresenta per molti la prova che il tentativo di restaurazione autoritaria non si era mai interrotto dalla fine della guerra. Negli eventi del luglio ‘60 l’incubo prende corpo, si materializza, e questo per molti a sinistra è l’elemento che induce ad organizzare una risposta. Nel luglio ‘60 ci furono moti di piazza in molte città italiane, ai limiti dell’insurrezione. Dopo questi eventi molti si riarmarono, disseppellirono le armi che non avevano consegnato alla polizia e ai carabinieri, ma che avevano nascosto in campagna nei casolari e nelle fabbriche. E’ cosa nota oggi che in alcune fabbriche c’erano stanze in cui gli operai comunisti conservavano le armi.
Gianfranco Pannone: A Reggio Emilia ci furono 5 morti per l’attacco dei celerini e questa violenza ha causato una frattura nelle coscienze politiche dei ragazzi che in quel luglio erano lì. Questo lo racconta molto bene Corghi quando dice che in un ragazzo che vive quella violenza, quel clima politico esasperato, ai limiti della guerra civile, si crea un idea del futuro del proprio paese non all’interno del consesso democratico ma in uno spirito rivoluzionario.
Parliamo dell’intervento del Ministro Bondi e delle sue conseguenze sulla vita del film.
Gianfranco Pannone: Il Ministro Bondi ha auspicato che Il sol dell’avvenire venisse ritirato affermando che il film non rappresentava l’Italia al Festival di Locarno. E il suo intervento ha finito col creare le condizioni perché ci fosse un clima di censura intorno al film: l’Istituto Luce non lo ha più voluto distribuire, Rai Tre ha congelato l’acquisto per prudenza, le sale cinematografiche ufficiali non ci hanno dato le loro sale forse perché prendono finanziamenti dallo Stato… Tutto questo ci ha dato indubbiamente molta pubblicità – ho avuto più articoli in tre mesi che in vent’anni di carriera- ma i danni sono stati comunque molto notevoli. Il film, per esempio, doveva uscire a settembre/ottobre ed è uscito solo a febbraio, per giunta nel circuito delle sale indipendenti. Personalmente ritengo che l’intervento del Ministro sia stato superficiale oltre che lesivo per il film. Fortunatamente Frédéric Maire, il direttore artistico del Festival, è intervenuto dicendo che era molto onorato di scegliere un’opera che indaga sulla storia del proprio paese, apprezzando il fatto che finalmente in Italia si faccia anche del cinema politico. Anche l’associazione delle vittime del terrorismo ha agito diversamente dal Ministro e molti suoi esponenti hanno voluto vedere il film prima di giudicarlo. Ad esempio Sabina Rossa, la figlia di Guido Rossa (l’operaio ucciso a Genova nel ‘79 dalle Brigate rosse) ha apprezzato molto il nostro lavoro. Nessuno, poi, lo ha considerato offensivo, semplicemente ad alcuni è piaciuto ad altri meno.
Giovanni Fasanella: Naturalmente il nostro, nonostante tutto, è un paese libero e democratico dove se da una parte si chiudono degli spazi di libertà se ne riaprono immediatamente da un’altra, per cui se il film ha avuto problemi con la distribuzione ufficiale, è comunque uscito in sala ed è stato distribuito nelle librerie insieme ad un libro Il sol dell’avvenire. Diario tragicomico di un film politicamente scorretto in cui raccontiamo tutti problemi con cui ci siamo misurati in due anni di lavoro. Probabilmente non se ne parlerà più, ci sarà una sorta di velo di silenzio, perché un altro modo di combattere un prodotto scomodo è quello di non parlarne. L’errore di Bondi è stato quello di averlo trasformato in un caso non solo italiano ma addirittura internazionale. Il film sta comunque andando in numerosi festival di prestigio e ne hanno parlato moltissimi giornali internazionali. C’è stato un momento in cui sembrava che questo film potesse non uscire nelle sale per un problema con il visto censura, ebbene noi abbiamo mobilitato Facebook e attraverso questa mobilitazione siamo riusciti a sbloccare la situazione. Ci sono poi case editrici coraggiose come Chiarelettere che ha deciso subito di riproporlo nelle librerie.
Come è stato accolto il film negli ambienti della sinistra?
Giovanni Fasanella: Se da parte del Ministro Bondi c’è stato un tentativo maldestro di censura, da parte di settori della sinistra ex comunista c’è stato un vero e proprio mobbing. Questo film ha avuto difficoltà fin dall’inizio. Dal momento in cui si è diffusa la notizia, in certi ambienti sono scattate le reazioni, le difese, fino al tentativo vero e proprio di bloccare i finanziamenti da parte del Ministero. Tutto questo è successo prima che Bondi esplodesse con le sue esternazioni, quando al governo c’era il centro sinistra. Perché in Italia quando si affronta il nodo del terrorismo di sinistra è vietato fare due cose: la prima è dire che il terrorismo di sinistra ha una matrice di sinistra, la seconda è dire che il terrorismo di sinistra è stato strumentalizzato da interessi esterni, ma questa è stata la storia del terrorismo italiano a volerla ricostruire per intero e non per segmenti staccati l’uno dall’altro. E questo non lo si può dire perché c’è stato un tentativo, a mio parere, scorretto, di chiudere quell’esperienza attraverso una sorta di patto di silenzio fra i protagonisti di quell’esperienza, lo Stato, il Pci e gli stessi terroristi. Un patto del silenzio per evitare che l’intera verità sulla storia del terrorismo italiano venisse fuori, circoscrivendo il fenomeno ad una anomalia politica, anche attraverso l’uso dei pentiti (e in questo la magistratura ha la sua responsabilità, anche se nessuno lo vuole dire perché è un’ altra delle cose indicibili in questo paese). Si è circoscritta l’area della verità che si poteva dire al paese alla tesi che i terroristi erano una banda di folli criminali che sparavano all’impazzata uccidendo. Ora questo è vero, ma non è tutta la verità, perché nella verità c’è anche il fatto che un gruppo di folli sparava in nome di un idea. Rilevare questo aspetto non alleggerisce il giudizio politico, morale e storico sul terrorismo o ne riduce le responsabilità, è semplicemente dire la verità. Tutta la storia del Novecento è una storia di morti ammazzati e di massacri in nome di un’idea e il terrorismo politico in Italia si inserisce in questo quadro. In fondo è questa la storia del nostro film, la storia di un ostracismo subdolo e silenzioso praticato da una parte della sinistra che continua ancora oggi a negare l’evidenza.
Gianfranco Pannone: Io rifiuto l’idea che ben due generazioni possano mettere la sordina su dei temi che invece io voglio continuare a raccontare, auspicando inoltre che vengano fatti tanti film di questo genere. Guardando il bicchiere mezzo pieno, vedo film come Gomorra o come Biùtiful cauntri, vedo tanti documentaristi giovani che fanno film di denuncia politica e che mi fanno ben sperare, ma per scuotere veramente la coscienza di questo paese sono ancora troppo pochi. In realtà i giovani dovrebbero ribellarsi a questo clima di omertà che impedisce di leggere in modo aperto la nostra storia recente!
Oltre al tema affrontato, anche la modalità dell’incontro di gruppo in un ristorante ha destato polemiche. Come è nata quest’idea?
Giovanni Fasanella: L’idea di riunire intorno ad un tavolo dello stesso ristorante in cui nel 1970 si tenne il convegno di fondazione di Sinistra proletaria, di lì poi dopo pochi mesi Brigate rosse, ci è venuta strada facendo, stando lì e respirando l’atmosfera. In un primo momento avevamo pensato di riunirli nell’Appartamento, ma poi quello spazio si è rivelato indisponibile se non per poche riprese e allora abbiamo avuto la folgorazione di riunire il gruppo intorno ad un tavolo dentro a quel ristorante dove si erano riuniti 30 anni prima. Si è discusso se fosse stato il caso di interagire con il gruppo durante la scena, ma questi sono dettagli. Il punto è che non si tratta di un’allegra scampagnata. La scelta dell’umanizzazione dei protagonisti è stata quella che ha destato più scandalo, perché una delle cose che ha maggiormente irritato alcuni critici, ma non solo loro, è stato vedere ex terroristi seduti attorno ad un tavolo che mangiano, bevono e cantano. Personalmente, pur rispettando tutti i punti di vista, io non ritengo questa scena affatto offensiva, anche perché chi ha visto il film sa che se si parte con risate, abbracci e pacche sulle spalle davanti ad un piatto di cappelletti in brodo, via via il momento cresce in drammaticità fino all’esplosione in un pianto finale di Tonino Loris Paroli, che è l’espressione di un senso di colpa profondo e devastante.
Gianfranco Pannone: Se da un lato il luogo rievocava l’epoca, dall’altro eravamo curiosi di vedere come avrebbero reagito l’uno con l’altro. A dir la verità mi aspettavo più scontri interni, soprattutto tra chi aveva fatto la scelta della lotta armata e chi no. E invece, stranamente, sono risultati molto più vicini di quanto mi aspettassi. La tesi che i brigatisti non sono caduti dal cielo ma fanno parte di una storia, si evince anche dal linguaggio che usano: un Rozzi che sta nel Pd e un Ognibene, ex br, in fondo non sono poi così diversi. E’ chiaro che questo scandalizza, ma è anche terribilmente vero. A questo proposito mi piace ricordare una persona a me molto cara, che è Alberto Grifi, il quale diceva che il cinema è eversivo e che il documentario è scandaloso perché mostra le persone vere al posto degli attori. Vedere la “banalità del male”, vedere queste persone che hanno un’aria apparentemente mite, dà fastidio. Si vorrebbe piuttosto vedere il male in modo lombrosiano, cosa che il documentario nell’accezione più vera non può che negare. Il documentario in genere mostra una realtà molto sfumata, ambigua, in cui non esistono i buoni e i cattivi, in cui le due cose spesso si incrociano. E questo può creare delle bombe (beninteso, bombe mediatiche) pazzesche, cosa che non piace oltre che al potere politico anche agli intellettuali più allineati, che Italia non sono pochi. Io e Giovanni consideriamo lo spettatore una persona intelligente, che non deve essere imboccata ma stimolata, indotta a porsi delle domande alle quali lui stesso può dare delle risposte. Una cosa molto bella che mi ha detto un ragazzo dopo aver visto il film è stata che la visione lo aveva stimolato a leggere dei libri sull’argomento. Un film non può essere esaustivo e l’idea dello spettatore accompagnato per mano non mi piace, per questo nel documentario non c’è la voce fuori campo, ma ci sono dei cartelli che sintetizzano alcune fasi storiche. Tutto il resto è affidato ai testimoni della vicenda, che portano il loro personale punto di vista. Prima di intraprendere un documentario faccio sempre una lunga ricerca, ma so che non sarà definitiva, ci sarà sempre qualcosa di indeterminato che scoprirò durante la lavorazione. E voglio rivendicare la laicità di questo metodo di lavoro. Molte delle scelte di questo film le abbiamo fatte girando. Certo, avevamo un filo rosso, però eravamo anche pronti ad accogliere il nuovo. Il documentario è sempre “arte dell’ascolto”, apertura verso ciò che viene da fuori. Naturalmente sapendo che il montaggio è anche interpretazione dei fatti.
La musica e la città di Reggio Emilia sono altri due personaggi fondamentali nel film. Come interagiscono con i testimoni in carne ed ossa?
Gianfranco Pannone: La città è un testimone silenzioso ma non tanto. In realtà Reggio è molto più vivace di quanto non appaia nel film, ma l’idea di questa città estiva un po’ deserta, l’ho voluta fortemente perchè mi restituiva l’immagine di un luogo che nasconde le proprie verità. Ovviamente si tratta di una visione parziale o meglio soggettiva. Nella parte finale si vedono i volti che vivono quella città, volti per lo più di anziani, tutti quelli che ancora vanno in piazza a discutere di politica come si faceva un tempo. Ma con quei volti volevo rafforzare l’idea che anche se si discute tanto a Reggio, non sempre si dicono le cose come realmente stanno. E questa sensazione di non detto è anche sottolineata dalla musica volutamente fredda di Rudy Gnutti. Per quanto riguarda la partecipazione degli Offlaga Disco Pax, li ho coinvolti perché i testi di Max Collini, il leader del gruppo, sono molto interessanti e raccontano al tempo stesso con ironia e con affetto questo senso dell’appartenenza comunista. La loro presenza si concretizza in tre momenti musicali legati al recitativo di Collini, che finisce con l’essere una voce vicina alla mia, attraverso cui possa anche palesare il mio punto di vista. C’è anche un motivo anagrafico: Max ha 40 anni egli altri due sono più giovani. Per questo ho sentito in loro l’occhio e la voce di chi, come me, non ha vissuto direttamente gli anni ‘70. E poi il loro intervento mi è sembrato necessario per creare un po’ di alleggerimento rispetto a una certa pesantezza del tema trattato. L’unico neo è stato il fatto che Max Collini, da reggiano di famiglia comunista, ha avuto un po’ di problemi ad accettare il film, pur sapendo che ci sarebbero state anche le testimonianze di alcuni ex brigatisti. Quando l’ha visto è rimasto un po’ scosso e se ne è allontanato. Peccato veramente.
Una domanda per Gianfranco Pannone: Come vedi il futuro del documentario in Italia?
Gianfranco Pannone: Il documentario in Italia non esplode perché il clima di censura e autocensura che viviamo quasi rifiuta la forza del reale. Zavattini, non senza ingenuità, ha provato a dirlo per decenni, ma erano in pochi a dargli ascolto. La verità è che il “cinema di finzione” è tenuto d’occhio sin dalle prime fasi di lavorazione: c’è la produzione, ci sono i soldi, c’è la sceneggiatura di ferro, ci sono gli attori… Tutto questo lo sottopone a un maggiore controllo. Premettendo che io adoro i film a soggetto (così li si definva un tempo) – sono un onnivoro che può passare senza problemi da un b-movie ad un film di Anghelopoulos – ritengo che il documentario abbia una forza maggiore, specie di questi tempi, perché, restituendoci segmenti di realtà, sbatte in faccia la verità delle cose senza troppi filtri e dunque finisce con l’essere più provocatorio, più disturbante. Oggi si parla tanto di documentario, ma le possibilità economiche sono compresse, non c’è quasi un euro per il documentario in Italia; ma prima di tutto non ci sono strategie reali sul piano istituzionale e produttivo. L’intervento delle film commission, per esempio, è positivo se viene gestito con lungimiranza e apertura mentale, altrimenti siamo alla fascistizzazione dell’estetica perché, se si finanziano film solo per fare promozione turistica del territorio, è ovvio che si cercherà a tutti i costi l’agreable, il piacevole, e di conseguenza ai film che affrontano temi più problematici non sarà data la possibilità di esistere. Non condivido allora tutta questa enfasi sulle film commission, perché di fatto non garantiscono la totale imparzialità nella distribuzione dei fondi e bisogna sperare solo che ci si imbatta in persone intelligenti. Per fortuna realtà come quelle piemontese, laziale e friulana fanno ben sperare. Ma è sul Ministero dei beni culturali e sul servizio pubblico televisivo che bisogna agire prima di ogni cosa. In Italia bisognerebbe pensare a costruire un’industria del cinema che, non solo con i fondi statali, inneschi un movimento virtuoso dove il produttore sia indotto a cercare l’idea coraggiosa e originale senza autocensure. Perché se da un lato è giusto che il cinema, come parte della cultura, sia sostenuto dai fondi pubblici, dall’altra è un problema se il pubblico finisce per costituire un limite alla libertà di espressione. Un cinema che vive di solo denaro pubblico è minato già alla base! Oggi bisogna considerare il fatto che la cosiddetta non-fiction gode del vantaggio di poter essere realizzata anche con pochi soldi. Questo naturalmente non basta, ma è vero che a me il documentario di creazione, che fosse a medio o a basso budget, mi ha dato una libertà di espressione e di linguaggio che probabilmente con un film di finzione non mi sarei potuto permettere.
Una domanda per Giovanni Fasanella: allargando il discorso, il vostro film pone il problema della memoria in un paese che pur avendo vissuto una intensa e dolorosa fare di terrorismo, oggi tende a rimuoverne il ricordo. Cosa è successo in Italia? Come e perché è avvenuta questa rimozione?
Giovanni Fasanella: Ci sono diversi modi di rimuovere un trauma, uno è quello di cancellarlo dalla memoria collettiva, e questo è stato fatto per il caso delle stragi di matrice fascista di cui oggi non si parla più. L’altro è quello di demonizzare i protagonisti, perché più si demonizzano e più li si allontana evitando di fare i conti con la loro storia. Vederne il lato umano ti costringe a porti delle domande a chiederti perché un giovane di vent’anni ad un certo punto decide di imbracciare un mitra o impugnare una pistola per ammazzare un’altra persona. Ci può essere stata un’esplosione di follia, ma quando lo fanno tanti giovani, quando diventa un fenomeno con seguito di massa, quando l’idea della lotta armata, della rivoluzione violenta, contagia quasi una intera generazione, come è accaduto in Italia negli anni ’70, non te la puoi cavare dicendo è una esplosione di follia, c’è anche questa componente naturalmente, ma non spiega tutto. Allora se vuoi provare a capire devi ricostruire tutto nel suo contesto giusto, per comprendere da dove nasce, perché si forma e ti devi porre centinaia di domande. Evidentemente il nostro è un paese che non ha voglia di interrogarsi perché sa che se si interroga deve trovare delle risposte e per trovarle deve guardare dentro sé stesso, dentro la propria storia, ed è questo che non si ha voglia di fare: guardare dentro la nostra storia, dentro le nostre culture politiche, dentro le ideologie che abbiamo professato nel Novecento. Per capire il terrorismo dovremmo rimetterci tutti in discussione, ma non vogliamo farlo, non abbiamo voglia di scavare. E questo accade non necessariamente perché dietro a queste vicende ci sia un disegno demoniaco, ma molto più semplicemente per un bisogno di non provare più dolore. Questo però non aiuta, da l’illusione di aver eliminato un problema ma il problema resta e ad ogni sollecitazione esterna torna a galla. Centinaia di morti, migliaia di feriti, sono un trauma non solo per coloro che hanno subito direttamente sulla propria pelle tutto questo, ma per una intera collettività. L’Italia però ha pensato di uscire da questa storia semplicemente facendo finta che fosse finita, o addirittura che non fosse mai esistita: è un paese che, per usare un espressione medica, andrebbe messo sul lettino e psicanalizzato, perché avrebbe bisogno di elaborare questo trauma, di farsene una ragione, di capirne le motivazioni. Solo facendo questo percorso si avvierebbe sulla via della guarigione. Ci sono paesi che hanno vissuto nella loro storia eventi traumatici come il nostro ma li hanno saputi affrontare in un modo completamente diverso e ne sono usciti. La Spagna, ad esempio, non solo ha vissuto tutto il problema della guerra civile, il franchismo, ma anche il terrorismo con l’Eta basca. Però ne sono usciti perché lo stato democratico dopo la caduta del franchismo si è fatto carico del problema: le vittime del terrorismo spagnolo, a differenza di quanto è accaduto in Italia, non sono state abbandonate a loro stesse. I loro diritti sono stati riconosciuti, a partire da quelli materiali come le pensioni, i vitalizi, eccetera. Ma lo stato ha fatto di più, perché li ha curati. Chi subisce un trauma di quelle proporzioni non può essere abbandonato a sé stesso, deve essere messo nella condizione di poter fare i conti con quella storia per uscirne. Un altro paese che ha avuto problemi più o meno analoghi è il Sud Africa. Una volta finito il regime di apartheid, il paese era di fronte a due alternative: o le vendette dei neri sui bianchi per tutto quello avevano subito e quindi il bagno di sangue, o il riconoscimento pubblico delle atrocità commesse dai bianche nei confronti dei neri. Il nuovo leader Nelson Mandela, insieme all’arcivescovo Desmond Tutu, ebbe la grande intuizione di inventarsi quello strumento di confessione collettiva e di elaborazione pubblica del trauma che fu la Commissione per la verità e la giustizia: un luogo cioè dove tutti confessavano i crimini o le ingiustizie di cui si erano macchiati ricevendo il perdono automatico. Si è potuto così chiudere quella drammatica pagina della storia del paese senza la vendetta, né di sangue né penale, che avrebbe avuto strascichi notevoli, salvaguardando però la necessità di fissare almeno la memoria collettiva di una nazione sul suo passato. In Italia non abbiamo fatto niente di tutto questo. La soluzione italiana stende un velo pietoso sopra una storia che non accontenta nessuno perché lascia ovunque zone di insoddisfazione, di insofferenza, di rabbia, che si possono anche rimuovere per un certo periodo ma poi c’è sempre il momento in cui ritornano a galla. Con Gianfranco vorremmo realizzare il seguito di questo film ricostruendo la seconda parte della storia delle Brigate rosse. Speriamo di riuscirci.
