One Million Yen Girl

One Million Yen Girl

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Con One Million Yen Girl di Yuki Tanada il cinema giapponese al Far East di Udine si conferma in un eccellente stato di forma.

Looking for Something…

Suzuko Sato è una giovane adolescente insignificante che ha problemi di adattamento. Mentre il fratello minore è spesso elogiato per la sua intelligenza, la sua famiglia e il vicinato non hanno nulla da dire su Suzuko. Un giorno una collega di lavoro di Suzuko le propone di diventare coinquiline. Suzuko coglie l’opportunità per uscire dalla casa dei genitori… [sinossi]

Di tutte le cinematografie ospitate in questa undicesima edizione del Far East Film Festival di Udine, quella che sembra godere del miglior stato di salute è senza dubbio la giapponese: e non solo per il voto che vedete riportato in alto in questa pagina, e neanche per le convinte risate che sono scaturite dalla visione di The Handsome Suit di Tsutomo Hanabusa. In verità sono anni che si continua ad affermare la straordinaria forma dell’industria della Settima Arte di stanza a Tokyo. Dopotutto anche la fredda matematica sembra confermare questa impressione, una volta tanto: nel corso del 2008 sono stati distribuiti in Giappone 418 film battenti bandiera del Sol Levante. Non uno scherzo, insomma. I motivi perché questo miracolo si compia sono di carattere storico, economico e sociale, e in questo momento non interessa più di tanto sviscerarli. Ciò che preme portare all’attenzione di chi legge, semmai, sono due dei tratti distintivi da sempre riconosciuti come essenziali nel percorso da compiere per comprendere la grandezza e l’importanza della cinematografia giapponese: gli esordi e la palingenesi. Il cinema a Tokyo sembra materia in perenne e inevitabile trasformazione, rimodellata/scomposta/ricreata di volta in volta da registi sempre più giovani; e già, perché da quelle parti si investe ancora sugli esordienti, o giù di lì.

È giovane anche Yuki Tanada, trentaquattrenne nativa di Kitakyushu, ma alle spalle ha già un curriculum di un certo interesse: in ordine di tempo, l’ultimo progetto l’ha vista lavorare alla sceneggiatura del bel Sakuran di Miwa Ninagawa, bizzarra creatura, ibrido tra pop e classicità. Con One Million Yen Girl, Tanada affronta una sfida di non facile soluzione: cercare di dare un nuovo senso al road-movie, genere tra i più statici e dogmatici dell’intera storia del cinema. Nel raccontare la storia di una ventunenne di Tokyo che, finita in prigione per breve tempo per una denuncia abbastanza discutibile, decide di abbandonare la casa dei genitori per vivere in vari posti diversi, ponendo come termine di tempo della permanenza nei siti in cui si ferma il raggiungimento di un guadagno di un milione di yen, Tanada decide di tenere i punti fermi del genere (la fuga dalla società, la ricerca di sé, la nostalgia del luogo natìo) ma di assoggettarli a una messa in scena che non potrebbe essere più distante dalla prassi. In One Million Yen Girl non esiste un camera-car, non si vede mai la linea di mezzeria di una strada, non si osservano paesaggi scorrere dai finestrini di un’automobile: non abbiamo alcuna percezione del viaggio in sé e per sé, ma solo ed esclusivamente dell’approdo. È anche per questo, con ogni probabilità, che il percorso compiuto da Suzuko acquista un valore squisitamente introspettivo, e la pellicola vira da timbriche da pura commedia verso uno spaccato umanista e trattenuto del Giappone contemporaneo.

Yuki Tanada, che nello script di Sakuran si era lasciata andare a un caleidoscopio di idee variopinte e volutamente eccessive – coadiuvata com’era dal notevole estro visionario della Ninagawa – qui ragiona con sguardo decisamente più minimale: come molto cinema “giovane” giapponese, non c’è frenesia in One Million Yen Girl. Il ritmo è quello compassato e a suo modo gioioso di un falò notturno sulla spiaggia, di una piantagione di pesche pronte per la raccolta, di un amore timido sbocciato in una serra: questo “piccolo mondo antico”, contrapposto al rutilare perfino violento di Tokyo (che viene mostrata per seguire da vicino anche le vicende del fratellino di Suzuko, vittima del bullismo dei compagni di classe), rappresenta la scelta poetica di Tanada. Ed è interessante andare a scoprire che mentre i cineasti della generazione precedente guardavano con passione e inventiva al cinema eversivo dei vari Nagisa Oshima, Shuji Terayama, Seijun Suzuki, Kenji Fukasaku, i giovani che si affacciano in questo momento alla ribalta sembrano più interessati a racconti sussurrati, sguardi appena accennati. Non senza personalità, sia chiaro: quell’incrocio di sguardi impossibile, perso e ritrovato, che accompagna la splendida sequenza finale di One Million Yen Girl ne è paradigma perfetto. Corpi in movimento in un mondo sempre più immobile.
Potere del cinema, a volte.

Info
Il trailer di One Million Yen Girl.
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