State of Play

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Gli anni Settanta tornano prepotentemente in State of Play, da cui emerge un forte rimpianto per quel giornalismo aggressivo che è stato immortalato da Tutti gli uomini del presidente di Pakula, riferimento dichiarato di Macdonald. La sua ultima fatica, ampiamente godibile da un punto di vista puramente spettacolare, ha il suo punto di forza proprio nella rappresentazione della crisi del giornalismo e, in seconda battuta, nella preoccupata e preoccupante messa in scena della privatizzazione dell’intelligence.

I bravi giornalisti non hanno amici

Cal McAffrey, un esperto reporter di Washington dotato di un’incrollabile determinazione ed energia, riesce a dipanare un fitto mistero che vede coinvolte le figure politiche e imprenditoriali più illustri dell’intera nazione. L’ambizioso e imperturbabile deputato Stephen Collins rappresenta il futuro del suo partito politico e presiede un comitato che supervisiona le spese per la difesa nazionale. Grandi speranze e aspettative sono riposte in un uomo che diventerà una figura di spicco nella storia politica americana, fino al giorno in cui la sua bella assistente muore tragicamente e segreti, a lungo occultati, iniziano improvvisamente ad affiorare… [sinossi]

Il cinema di Kevin Macdonald, giovane regista scozzese dalle nobili origini (è nipote di Emeric Pressburger) e dal curriculum assai corposo (ha vinto l’Oscar con il documentario Un giorno a settembre), ci ha sempre convinto: rigoroso e accurato nei documentari (Il nemico del mio nemico), riesce a confezionare solidi film di genere dai contenuti interessanti (L’ultimo re di Scozia), focalizzando l’attenzione sul quadro politico generale attraverso lo sguardo di un personaggio chiave, come Nicholas Garrigan/James McAvoy in The Last King of Scotland e Cal McAffrey/Russell Crowe in State of Play.

Macdonald sembra molto più vicino a certo cinema anni Settanta – pensiamo ai vari Lumet, Pakula, Pollack – che a molte produzioni recenti: il regista scozzese, non perfettamente allineato alle logiche hollywoodiane, riesce a coniugare intrattenimento e informazione, offrendo spunti di riflessioni e chiavi di lettura. Gli anni Settanta tornano prepotentemente in State of Play, da cui emerge un forte rimpianto per quel giornalismo aggressivo che è stato immortalato da Tutti gli uomini del presidente (1976) di Alan J. Pakula, riferimento dichiarato di Macdonald. La sua ultima fatica, ampiamente godibile da un punto di vista puramente spettacolare, ha il suo punto di forza proprio nella rappresentazione della crisi del giornalismo e, in seconda battuta, nella preoccupata e preoccupante messa in scena della privatizzazione dell’intelligence. State of Play, sulla scia dei già citati documentari, è cinema “politico” che si rivolge in maniera chiara e diretta al grande pubblico, cercando di informare, risvegliare, scuotere.

Interessato soprattutto a sviluppare la psicologia del personaggio principale, paladino oramai logoro di un giornalismo in via di estinzione, ottimamente interpretato da un appesantito e malconcio Russell Crowe, Macdonald limita l’impianto spettacolare ad alcune sequenze, ben realizzate (rimandiamo all’ottimo docu-fiction La morte sospesa, sorta di piccolo saggio sulla costruzione della tensione): dopo la scena iniziale, sostenuta da un ritmo frenetico e da una macchina da presa in continuo movimento, il film scorre più placidamente, poggiandosi sulla vivacità dei dialoghi e sulle dinamiche interpersonali. Macdonald, come già aveva fatto con L’ultimo re di Scozia, dosa la componente action per meglio lavorare sui contenuti: una scelta funzionale che valorizza maggiormente le sequenze più movimentate (si veda il tesissimo confronto nel garage tra l’implacabile killer e il malcapitato McAffrey, comprensibilmente più a suo agio con carta e penna, e l’agguato in ospedale).

Sostenuto da buone interpretazioni – oltre a Crowe e alla sempre intensa Robin Wright Penn, spezziamo una lancia a favore del tanto bistrattato Ben Affleck, spesso sottotono ma in questo caso apprezzabile – e da una confezione accurata, colonna sonora compresa, State of Play è un ottimo esempio di intrattenimento non fine a se stesso. La riflessione sullo stato di salute economico e professionale del giornalismo, della carta stampata e dell’informazione online ci è parsa equilibrata e soprattutto sincera. McAffrey, giornalista d’assalto con troppe ferite e con amicizie ingombranti, deve riuscire a seguire i suoi solidi principi nonostante il coinvolgimento personale e sentimentale, mentre la sua professione, in primis la carta stampata, sembra soccombere sotto i colpi dell’indifferenza, delle nuove tecnologie, della corruzione. McAffrey è un eroe non privo di difetti che sembra essere stato catapultato da un altro tempo: gli anni Settanta sembrano davvero lontani e il futuro non promette nulla di buono.
Libera trasposizione di una nota serie televisiva inglese (avremmo preferito la conferma anche sul grande schermo di Bill Nighy nel ruolo di direttore del giornale), State of Play ci racconta questa preoccupazione, legandola ai giochi di potere della politica, sempre più libera di essere impunemente corrotta.

Info
State of Play sul sito della Universal.
Il trailer italiano di State of Play.
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