The Way We Are

The Way We Are

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Approfittando della rassegna retrospettiva dedicata in maniera esclusiva ai lavori televisivi diretti sul finire degli anni ’70, il Far East ha inserito in palinsesto anche la penultima opera della cineasta di Hong Kong, The Way We Are. Un lavoro minimale e pieno di vitalità, dolcissimo e in grado di raccontare la città-stato di oggi.

La famiglia

Kwai alleva il figlio Cheung Ka-on in una casa popolare a Tin Shui Wai. La vita è fatta di duro lavoro per l’affezionatissima madre: le faccende domestiche, un lavoro al supermercato, e non molto altro. Il figli intanto sta aspettando che escano i risultati degli scrutini scolastici e passa il tempo con la mamma e gli amici, unendosi di tanto in tanto ad un gruppo cristiano, malgrado sia ateo, e si innamora della più grande Miss Tsui. Madre e figlio fanno amicizia con una vicina di casa anziana inizialmente testarda, che lentamente si fa convincere ad andare a casa loro. [sinossi]

È con enorme piacere che si torna a frequentare il cinema di Ann Hui, universalmente considerata la “madrina” della New Wave hongkonghese degli anni ’80: ultimamente, dopo anni di colpevole silenzio critico nei confronti della sua opera (anche rispetto ai già sporadici contributi sul cinema orientale), sembra che l’Italia si sia decisa alla fine a donare lo spazio che merita alla regista della città-stato tornata nel 1997 in mano al governo cinese. Prima l’Asian Film Festival di Roma e quindi il Far East Film Festival di Udine si sono adoperati per far sì che il cinema della Hui potesse raggiungere un pubblico che nella stragrande maggioranza dei casi ne ignorava completamente l’esistenza.

Approfittando della rassegna retrospettiva dedicata in maniera esclusiva ai lavori televisivi diretti sul finire degli anni ’70, il FEFF ha inserito in palinsesto anche la penultima opera della cineasta di Hong Kong; a The Way We Are, su cui tra un istante ci si soffermerà, è infatti seguito (anche da un punto di vista prettamente narrativo) da Night and Fog. La trama raccontata in The Way WeAre – e ve ne sarete resi conto perfettamente da soli nel leggerla in apertura di recensione – è estremamente semplice, quasi basica nella sua mancanza di reali elementi climatici: la Hui si dimostra dunque per l’ennesima volta regista attenta più allo sviluppo umano dei personaggi che mette in scena che alla progressione narrativa intesa in senso classico. Dopotutto il suo curriculum artistico parla da solo: dai primissimi lavori (The Secret, il superbo Boat People) fino a The Postmodern Life of My Aunt, passando per i vari Song of the Exile e Ordinary Heroes, la poetica della Hui si è sempre mossa in direzione di un umanesimo sofferto, difficilmente consolatorio, onesto e partecipato.
Non esula da questa linea artistica neanche The Way We Are, progetto inizialmente pensato per la televisione e divenuto, una volta uscito in sala, un piccolo caso cinematografico: nell’ipertrofica produzione hongkonghese, di cui si è avuto modo di testare la qualità anche quest’anno a Udine con titoli come Connected e The Beast Stalker, un film piccolo e minimale come The Way We Are è subito stato letto come la più classica delle mosche bianche, conquistandosi le simpatie del pubblico e l’apprezzamento della critica locale. Questa comunione di pensiero tra spettatori e critica, pratica non proprio all’ordine del giorno nel panorama contemporaneo – e non solo del sud-est asiatico, sia chiaro – testimonia il fatto che il penultimo parto creativo della Hui sia anche una delle sue opere più sincere e compatte. A prima vista probabilmente si potrebbe pensare a una semplice scelta di povertà estetica, riconducendola a quella poetica della sincerità e della naturalezza della messa in scena cui facevamo cenno poc’anzi, ma a nostro modesto avviso c’è ben altro da annotarsi. Si parta innanzitutto dalla location: Tin Shui Wai  è alla periferia di Hong Kong. Dimenticate dunque i palazzoni ultramoderni della city, scordatevi quelle immagini che hanno fissato nella mente decine di registi nel corso degli ultimi venti anni: in The Way We Are Ann Hui conduce lo spettatore in una Hong Kong nascosta, celata ai suoi sguardi probabilmente perché considerata poco d’effetto, perfino noiosa nella sua neutra piattezza. Qui si sviluppa la vita, monotona e a suo modo quasi rituale – gesti e convenzioni che tornano, si riciclano, dettando il ritmo di un’intera esistenza – di Kwai e di suo figlio.

Una vita composta di pochi gesti e ancor meno azioni o luoghi: il centro commerciale, lo stabile in cui abita la famigliola, la scuola in cui studia Cheung Ka-on e l’ospedale in cui è ricoverata la madre di Kwai. Pochi gli esterni concessi, e sempre ripresi con un ostacolo a frapporsi tra la realtà e la macchina da presa: la Hui sembra voler rendere partecipe il pubblico di un modello di vita che tende perennemente, e in maniera quasi incoscia, a rinchiudersi in sé stesso. Forse per preservarsi, o magari per la paura di un contagio con l’aridità che si respira a pieni polmoni al di fuori di Tin Shui Wai (la splendida e atroce sequenza dell’incontro fallimentare tra l’anziana vicina di casa e il figlio è in questo senso puntualmente esplicativa). Ciononostante The Way We Are non è un film cupo: al contrario, trasmette una carica vitale anche nei passaggi più funesti (e in questo il titolo inglese, con il suo mood che riporta alla mente, in maniera vaga, la Hollywood classica, aderisce perfettamente al senso della pellicola): lo sguardo della Hui è orizzontale, alla stessa altezza di quello dei suoi personaggi. Diventa francamente arduo non immedesimarsi nei protagonisti, affezionandosi alle loro miserie umane e soffrendo con loro. E quando, sul finire del film, la Hui abbandona finalmente gli interni confusionari dei piccoli appartamenti e si apre a Hong Kong, mostrando le immagini della festa della luna di metà autunno, ci si rende conto di come The WayWe Are abbia agito sottopelle per la sua intera durata, riuscendo a dire qualcosa di assolutamente non banale sulla Hong Kong di oggi. Senza inseguimenti, senza morti violente, senza sparatorie, senza polizia e triade. Solo, si fa per dire, con un campo medio su una madre e un figlio che mangiano funghi a tavola, scherzando amabilmente tra loro.

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