Takut: Faces of Fear

Nonostante la presenza come produttore e mentore di una figura fondamentale dell’horror mondiale come Brian Yuzna, Takut: Faces of Fear si segnala come un buco nell’acqua, un insieme di episodi che non possiedono la forza per spaventare, o anche solo turbare, lo sguardo dello spettatore. Al Far East 2009.

I sei volti della noia

Sei episodi, diretti da vari registi indonesiani, la cui trama ruota attorno al concetto di paura, di orrore, di spavento puro. [sinossi]

In numerologia il 6 simboleggia l’armonia e la bellezza. Rappresenta il perfetto equilibrio e l’amore assoluto. È il più piccolo tra i numeri perfetti, visto che può essere diviso per 1, 2 e 3, ovvero le cifre che sommate insieme danno come risultato proprio 6. Fa parte sia della serie di Fibonacci sia del Triangolo di Tartaglia (o di Khayyam/Pascal che dir si voglia).
Da quest’anno probabilmente il sei inizierà a divenire un numero studiato, venerato e temuto anche in Indonesia, per lo meno per ciò che concerne l’ambito cinematografico: sei sono infatti i film prodotti a Jakarta selezionati nel programma ufficiale dell’ XI Far East Film Festival, e sei sono gli episodi di cui è composto Takut:Faces of Fear, esordio ufficiale dell’arcipelago asiatico nell’Horror Day, appuntamento fisso per gli amanti del genere che ha tagliato perfettamente a metà il palinsesto udinese. Al di là di questi divertenti giochi cabalistici, il dato realmente interessante risiedeva nell’occasione di confrontarsi con un’opera del genere che forse più di tutti ha segnato il mercato del sud-est asiatico nel corso dell’ultimo decennio: tutte le nazioni che si sono affacciate sul panorama internazionale, uscendo spesso e volentieri da decenni di oblio, sono partite da una robusta produzione nel campo orrorifico. Fu così per la Thailandia (al momento la cinematografia più prolifica, anche da un punto di vista strettamente qualitativo, nel campo: valore ribadito dal bellissimo 4BIA, passato anch’esso sullo schermo friulano), ma anche per Filippine e Malesia: se il punto di riferimento continua a rimanere, anche per ovvie ragioni storiche ed economiche, il cinema giapponese, è indubbio che sia necessario allargare la visuale.

A un primo sguardo si può affermare, in attesa di smentita, che l’horror in Indonesia vive ancora l’instabilità propria di una produzione decisamente in fieri: se da un lato si è avuto modo di apprezzare il thriller psicologico – e psicopatico – Fiction. di Mouly Surya, e ed è stato difeso lo sforzo profuso da Joko Anwar nell’incompiuto ma affascinante The Forbidden Door, dall’altro è stato davvero impossibile non scuotere vigorosamente la testa durante la visione di Takut. Operazione quantomai bizzarra di patchwork tra cortometraggi già prodotti e andati in giro per festival nazionali e oltre i confini e altri ideati appositamente per l’occasione, Takut era il titolo che, dopo una prima rapida scorsa al programma, era stato segnato come il più interessante. I motivi per arrivare a una tale conclusione erano molteplici: innanzitutto la particolarità della proposta (il cinema horror è letteralmente infarcito di film a episodi, ma difficilmente si tratta di semplici opere di assemblaggio e implemento di materiale preesistente), in secondo luogo la varietà di approcci al genere, dal cinema cannibalesco al film di zombie e, last but not least, la presenza come produttore e mentore niente di meno che di Brian Yuzna. Il geniale autore di Society – The Horror, nonché produttore di un gioiello indimenticato come Re-Animator di Stuart Gordon, sembrava la persona più adatta per sfidare le convenzioni della produzione indonesiana, spingendola in un’operazione di palingenesi salvifica e senza precedenti. Inutile stare a specificare come tutte queste speranze si siano rivelate decisamente mal riposte. Forse sarebbe convenuto prendere più sul serio il declino autoriale di Yuzna nel corso degli ultimi quindici anni – alcuni titoli? TheDentist, Faust e Dal profondo delle tenebre – e non lasciarsi abbindolare da chissà quale promessa da marinaio.

E già. Perché Takut, oltre a dimostrarsi rozzo e inefficace da un punto di vista narrativo e stilistico – in alcuni segmenti, come Peeper di Ray Naoyan e il deludentissimo Incarnation of Naya diretto da un Riri Riza lontano anni luce da The Rainbow Troops, sembra di essere tornati alla preistoria del cinema – si rivela anche un prodotto assolutamente privo di coraggio per quel che riguarda l’esplosione di violenza che era lecito immaginare: quasi tutte le storie, abbozzi di favole morali piuttosto prevedibili, si risolvono con una messa in scena che sembra voler evitare in tutti i modi l’evidenza della tortura, del corpo martoriato, del fatto. Si assiste a delle architetture narrative edificate all’unico scopo di giungere a un finale disturbante, e poi questo finale viene narrato spesso e volentieri nel fuori campo. Non si pretende il rutilare del grand guignol a ogni pie’ sospinto, ma allo stesso tempo non è facile accettare una soluzione così di comodo, del tutto estranea ai dettami del genere. 
Forse vi starete chiedendo, a questo punto, perché il voto all’interno di questa disamina si sia limitato a un modesto, ma certo non distruttivo, simbolo di mediocrità: la risposta risiede un pochino nel divertente, ma estremamente esile, The List, diretto da Robby Ertanto ma scritto in prima persona da Brian Yuzna, e molto in Dara dei Mo Brothers (Kimo Stamboel e Timothy Tjahjanto), dove finalmente si assiste a un horror crudele, privo di compromessi e capace di evadere dal semplicismo narrativo e retorico da cui sono afflitti gli altri cortometraggi. Ecco, se si deve trovare una nota positiva nella visione di Takut, questa è la possibilità di fare la conoscenza con due registi che potrebbero realmente avere qualcosa di non banale da dire nello sviluppo dell’horror contemporaneo. In attesa di conferme e smentite, la speranza è quella nelle future occasioni di riuscire a provare, anche solo per pochi istanti, qualche brivido percorrere la schiena.

Info
Il trailer di Takut: Faces of Fear.

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