The Forbidden Door

The Forbidden Door

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The Forbidden Door, presentato al Far East Film Festival di Udine, conferma il talento del giovane Joko Anwar; un thriller non privo di difetti e di passaggi a vuoto ma che ha il coraggio di osare, e di cercare un immaginario proprio, personale e in grado di mescolare raffinatezza e violenza.

La mente gravida

Un giovane artista raggiunge la notorietà con una serie di sculture che nascondono al loro interno un atroce segreto, condiviso con la bella moglie; sempre più a disagio con l’improvviso successo, l’uomo scopre che qualcuno gli sta lanciando messaggi che racchiudono richieste di aiuto. Investigando si scontra con misteri spaventosi: un locale che permette ai suoi soci di assistere a degli snuff-movie, possibili relazioni extraconiugali della consorte e soprattutto una porta celata nella sua stessa casa che tutti vorrebbero restasse chiusa. E se alla fin fine tutti questi elementi fossero collegabili tra loro? [sinossi]

Per chiunque si avvicinasse alla cinematografia indonesiana da neofita, ignorandone completamente storia e sviluppo economico, sarà il caso di specificare che Joko Anwar è una delle figure chiave di questa industria a conti fatti piuttosto recente. Se Garin Nugroho può essere considerato il vero e proprio guru del movimento cinematografico di Jakarta e dintorni, visto che il suo esordio Love is a Slice of Bread (1991) segnò una ripresa della produzione dopo decenni di silenzio e da allora ogni suo film ha permesso alla bandiera indonesiana di sventolare in ogni manifestazione di rilievo internazionale dedicata alla settima arte, Joko Anwar rappresenta l’anima più commerciale del quarto stato più popoloso del mondo. Che risulti come regista, sceneggiatore, produttore (e qui al Far East lo si è visto ricoprire tutti e tre i ruoli) o persino attore, i film su cui lavora si rivelano in maniera puntuale e immancabile stupefacenti successi al botteghino: questo trionfo si deve, per lo meno in parte, all’innata capacità di Anwar di muoversi con estrema disinvoltura tra i diversi generi. Insomma, laddove Nugroho è la personificazione stessa dell’auteur nell’interpretazione più classica del termine, Anwar rappresenta l’artigiano, l’onesto mestierante pronto a barcamenarsi di fronte a ogni difficoltà. Eppure…

The Forbidden Door è un film strano, probabilmente il più ambizioso tra quelli portati a termine da Anwar nel corso della sua breve carriera (si era dimenticato di segnalarlo, ma Anwar è un uomo di appena trentatré anni): inguainato in una confezione estremamente elegante, con rimandi tanto a Hitchcock, in particolar modo nell’utilizzo di una colonna sonora dalle timbriche spudoratamente hermanniane, quanto ad autori contemporanei come David Lynch e David Cronenberg, il film acquista ben presto le movenze di un’opera ostica, in cui lo spettatore ha forte la continua sensazione di essere tenuto all’oscuro di ciò che veramente conta. A un primo impatto questa imitazione del gioco che il gatto pratica con il topo può lasciare freddo il pubblico, allontanandolo da sé: poco per volta ci si rende conto però che (quasi) tutte le tessere del puzzle tornano miracolosamente a posto, portando alla luce il disegno che Anwar stava tessendo con cura fin dalle primissime sequenze. Non si può negare a The Forbidden Door una volontà pervicace a percorrere sentieri selvaggi, aree non protette dove si corre seriamente il rischio di crollare miseramente: già solo il fatto che la pellicola eviti con cura ogni caduta nel cattivo gusto, è un dato che sarebbe ingiusto a nostro modesto avviso sottovalutare.

Non tutto torna, in The Forbidden Door, e se non fosse per una compattezza visiva in alcuni casi addirittura sfavillante (l’esplosione di violenza a cena, per esempio, porta con sé una carica di eversione catartica che è impossibile non applaudire) probabilmente si userebbero termini meno comprensivi. Come ogni regista alle prime armi che si rispetti, anche il pur volenteroso Anwar deve pagare il prezzo dell’inesperienza: si ha la sensazione che un prodotto come questo debba vivere, per risultare credibile, in perenne bilico sulla linea di mezzeria che divide il cervello dalla pancia. Ecco, in alcune occasioni sembra che il primo prenda il potere sulla seconda, soffocandone le potenzialità d’espressione. È come se, dopo aver lavorato in maniera certosina sull’afflato ambientale di The Forbidden Door – l’utilizzo degli spazi è davvero rimarchevole – Anwar si sia improvvisamente spaventato di non aver spiegato fin nei minimi particolari ciò che intendeva dire con questa sceneggiatura.
Si va incontro insomma a una quadratura del cerchio che non ci serviva, e che francamente appesantisce anche il respiro retorico della vicenda; sarebbe forse stato meglio, per Anwar, prendere ispirazione da un film da lui co-sceneggiato e visto sempre durante le giornate dedicate da Udine al cinema popolare asiatico, Fiksi. dell’esordiente Mouly Surya. Ma forse è proprio vero che, di quando in quando, gli allievi superano il maestro…

Info
Il trailer di The Forbidden Door.
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