Far East 2009 – Bilancio

Far East 2009 – Bilancio

Il Far East 2009 si è chiuso nel modo più prevedibile, vale a dire con il trionfo di Departures di Yōjirō Takita, già vincitore dell’Oscar come miglior film straniero. Al di là di questo l’undicesima edizione della kermesse friulana ha mostrato una volta di più lo strapotere della produzione giapponese, ma soprattutto uno sguardo a trecentosessanta gradi sul cinema popolare asiatico.

L’undicesima edizione del Far East, svoltasi come d’abitudine nello splendido scenario del Teatro Nuovo Giovanni da Udine (con l’aggiunta di alcune proiezioni mattutine al Visionario, luogo che ha accolto anche il workshop Ties That Bind), si è conclusa con una vittoria annunciata: il trionfo di Departures di Yōjirō Takita, già vincitore dell’Oscar come miglior film straniero – nonché di un’altra trentina di premi, sparsi qua e là per il mondo –, era difatti nell’aria già prima dell’inizio del festival, e l’ipotesi di una sua affermazione era stata decisamente rafforzata dall’applauso scrosciante che aveva accompagnato i titoli di coda. Inutile stupirsi più di tanto, dopotutto: Departures è un film perfettamente in grado di mettere d’accordo critica e pubblico, per la cura della confezione e la capacità di far leva sulle emozioni più basilari di ogni essere umano. Ciò che non deve trarre in inganno, semmai, è la semplicità con cui il film di Takita si è affermato, staccando nettamente secondo e terzo classificato (rispettivamente, Scandal Makers di Kang Hyoung-chul e The Rainbow Troops di Riri Riza): l’edizione 2009 della kermesse friulana ha posto sul piatto della bilancia una serie di titoli che sarà il caso di andarsi a recuperare.

E se a metà festival ci dichiaravamo decisamente soddisfatti del livello medio delle pellicole presentate, senz’ombra di dubbio più alto rispetto al solito (le opere irrimediabilmente pessime, come Fireball di Thanakorn Pongsuwan, The Forbidden Legend: Sex & Chopsticks di Cash Chin e Lalapipo – A Lot of People di Masayuki Miyano, si contano davvero sulle dita di una mano), ma recriminavamo la mancanza di quei capolavori sovversivi, eretici, annichilenti e imperdibili che da sempre associamo al Far East (esempi? Solo per restare negli ultimissimi anni Sick Nurses di Piraphan Laoyont e Thospol Sirivivat, Linda Linda Linda di Nobuhiro Yamashita, Fine, Totally Fine di Yosuke Fujita, Imprint di Takashi Miike, Beyond Our Ken di Pang Ho-cheung), alla fin fine torniamo a casa anche quest’anno con il nostro buon numero di certezze. Due le opere che, più di tutte, ci hanno sconvolto e ammaliato, ed entrambi provenienti dal Giappone: la mastodontica creatura pop Love Exposure di Sion Sono e lo splendido affresco di un’apocalissi possibile Fish Story di Yoshihiro Nakamura – presente al festival con il ben più ‘normalizzato’ The Triumphant General Rouge – sono i due volti più luccicanti di un palinsesto che ha visto il paese del Sol Levante fare comunque la parte del leone, e non solo da un punto di vista strettamente numerico. Ai due film appena citati e a Departures sarebbe infatti il caso di aggiungere quantomeno l’atipico e delicato road-movie (ma sarebbe più giusto definirlo “film di fuga”) One Million Yen Girl di Yuki Tanada e il cult-movie Yattaman di Takashi Miike, che ha infiammato i cuori della platea udinese durante la serata conclusiva, grazie a una seconda parte divertentissima e genialoide e, perché no?, alla spassosa introduzione fatta sul palco dal produttore del film.

Ma al di là del Giappone, storicamente uno dei polmoni verdi del festival (nonché l’industria più imponente del sud-est asiatico, con più di quattrocento film prodotti all’anno), ha fatto piacere trovare conferme nella produzione popolare thailandese, riscoprire un cinema da sempre amato come quello di Hong Kong – che negli ultimi anni era apparso vagamente in crisi – e gettare un primo sguardo su quell’Indonesia che si era affacciata timidamente dalle parti di Udine solo lo scorso anno. Da Bangkok, dopo lo scorno del film d’apertura Ong bak 2 (delusione del festival insieme a Instant Swamp di Satoshi Miki, Coming Soon di Sophon Sakdaphisat e The Good, the Bad, the Weird di Kim Jee-won) dal quale ci aspettavamo decisamente di più, sono arrivati un action geniale ed estremamente coinvolgente (Chocolate di Prachya Pinkaew, che pure non è andato incontro ai favori di buona parte della critica), un secondo film d’azione in odore di thai boxe autoironico e tenero (Somtum di Nontakorn Taweesuk), una gentile e delicata commedia romantica (Best of Times di Yongyoot Thongkongtoon) e l’ottimo film a episodi 4BIA, apice dell’intero Horror Day, quest’anno particolarmente sotto tono.

Hong Kong, pur proponendo solo sette film – escludendo la retrospettiva dedicata ai lavori televisivi di Ann Hui – ha piazzato l’adrenalinico rifacimento dell’anodino Cellular (Connected di Benny Chan), il buon action con vagheggiamenti melodrammatici The Beast Stalker di Dante Lam, il bel biopic Ip Man di Wilson Yip, incentrato sull’uomo che rivoluzionò le arti marziali in Cina e, per l’appunto, l’ultimo bellissimo film di Ann Hui, The Way We Are; insomma, una ripresa netta rispetto al passato recente. Ma la vera scoperta del Far East 2009 è stata senza dubbio la cinematografia Indonesiana, che finora conoscevamo soprattutto per l’apparato più direttamente autoriale – con lo straordinario Garin Nugroho in testa –: grazie al lavoro di Paolo Bertolin è stato possibile portare alla luce la varietà della produzione di Jakarta, magari non sempre eccelsa ma senza dubbio mai banale. E in grado di regalarci almeno un colpo di fulmine, Fiction. di Mouly Surya, teorica riflessione sulla narrazione, densa di significato e in odore di thriller malato al femminile – ed è interessante notare come molti dei film arrivati dall’Indonesia fossero diretti da donne. Se è comprensibile passare rapidamente sui film provenienti da Filippine, Taiwan e Singapore, sia per la qualità media delle opere sia per l’oggettiva estemporeanità della proposta – tre titoli per le Filippine, e uno solo a testa per le altre due nazioni – lo stesso comportamento non si può avallare se si ha intenzione di parlare della Cina continentale (la cosiddetta Mainland China, tanto per intenderci): da Tsui Hark a Feng Xiaogang, dalla nuova scoperta Cao Baoping, di cui si sentirà ancora parlare in futuro, alla consolidata realtà Ma Liwen, il cinema cinese continua a mostrare palingenesi continue, alla ricerca di una postura che lo rappresenti al meglio. Non tutto ancora torna, e per evidenti problematiche sociali e politiche e per l’immaturità – per lo meno parziale – di alcuni dei cineasti, ma l’impressione è che ben presto il mondo del cinema dovrà confrontarsi in maniera seria con le produzioni cinesi. Chiudiamo facendo riferimento alla Corea del sud, lo stato che fino a pochissimi anni fa si dimostrava come quello più in forma a livello mondiale: la sbornia di allora è finita, e l’ubriacatura ha lasciato un profondo mal di testa, che il cinema prodotto a Seul riesce francamente ad arginare a fatica. Certo, colpi di coda sorprendenti come l’ottima commedia My Dear Enemy di Lee Yoon-ki (forse la miglior sceneggiatura vista al festival) ci sono sempre, ma il panorama si sta senza dubbio facendo più arido: e doversi accontentare dei pur interessanti Crush and Blush di Lee Kyoung-mi e Life is Cool di Equan Choe non è cosa semplice. In attesa, si spera, che torni l’età dell’oro…

Ma, al di là di tutto, come si sarà potuto facilmente notare, non sono state certo poche le occasioni per divertirsi e lasciarsi ammaliare dal potere del cinema durante le nove giornate su cui si è dipanato il festival: dimostrazione della continua opera di rinnovamento, senza mai smentire il passato, che sta operando il Far East. Tra tutte le realtà festivaliere italiane, escludendo dal lotto dei partecipanti eccezioni extralarge quali Venezia e Torino, quella di Udine continua a rimanere la più luccicante, la più esaltante e innovativa. Il Far East non è più “solo” un’occasione per allargare i propri orizzonti nell’andare a scoprire il cinema popolare prodotto in nazioni che solitamente il nostro sistema distributivo non prende neanche lontanamente in considerazione, ma è anche e soprattutto il modo migliore per rendersi conto come l’estremo oriente sia tutt’ora un’inesauribile fucina di talenti. Perché il crimine forse più grave che si può perpetrare verso il cinema orientale è quello di considerarlo strano, stravagante, esotico, senza comprenderne la naturale, e splendida, semplicità: un festival come quello di Udine ci ricorda come il cinema sia sempre e solo un’opera composta di ventiquattro fotogrammi al secondo, che sia esso girato a Jakarta o a New York, a Seul o a Parigi, a Tokyo o a Johannesburg. E questo, lasciatecelo dire, non è certo cosa da poco.

Ps. se dovessimo trovare un trait d’union tra i cinquanta e passa film selezionati dalla direzione del festival, punteremo forse l’accento sull’utilizzo del rock, sia come motore portante della narrazione (Fish Story) che come semplice corollario alle immagini. Ci faceva piacere sottolinearlo.

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  • Far East 2009

    connected recensioneConnected

    di Chi ha detto che un remake sia sempre inferiore all'originale? Connected, che Benny Chan dirige con grande intelligenza rifacendo Cellular di David R. Ellis, dimostra il contrario. Un thriller d'azione dinamitardo, carico di tensione e al fulmicotone.

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