Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

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Al di qua e al di là del cinema e della morte: in Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo il vecchio istrione Terry Gilliam si circonda al solito delle sue “maraviglie”, ma alla fine non può che lasciar vincere il reale.

Al di qua dello specchio

Il giovane Anthony “Tony” Shepherd entra a far parte della compagnia teatrale “Imaginarium”, sorta di fiera itinerante comandata dal millenario e immortale Dottor Parnassus. Parnassus offre al pubblico uno spettacolo irripetibile tramite uno specchio magico, unico passaggio per mondi fantastici e sconosciuti, con cui è in grado di guidare l’immaginazione del prossimo. Il potere del personaggio dipende da un antico patto stretto in precedenza dal diavolo Mr. Nick, il quale pretende l’anima della giovane Valentina, figlia di Parnassus. Per evitare di perdere l’amata figlia, Parnassus negozia un nuovo patto: Valentina sarà del primo tra i due in grado di sedurre cinque anime. Deciso ad aiutare Parnassus, Tony si imbarca in un viaggio attraverso mondi paralleli per salvare la ragazza dal maligno. Per attraversare una dimensione all’altra, Tony entrerà nello specchio magico dove, di volta in volta, le sue sembianze cambieranno radicalmente… [sinossi]

L’immaginazione è un limite. Almeno al cinema, dove non si tratta tanto di “lasciare sfogare la propria fantasia”, quanto di saper giocare con le apparenze. Terry Gilliam è uno che di immaginazione ce ne ha sempre avuta troppa, e questo qualche danno al proprio cinema l’ha fatto. Del resto, uno dei suoi film migliori è Lost in La Mancha, documentario (che poi non è neppure suo, a livello di firma) sull’arenarsi di un grande e fantasioso progetto (un visionario Don Chisciotte cinematografico) contro le incontrollabili circostanze esterne (la “realtà”, diciamo). La morte di Heath Ledger, protagonista di questo The Imaginarium of Doctor Parnassus (reintitolato in italiano Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo), in corso di lavorazione, ne ha fatto uno dei suoi film più interessanti.
Un vecchio istrione (in realtà un monaco immortale in eterna competizione con il Demonio) porta in giro nella Londra di oggi uno scalcinato teatrino da prima metà del XIX secolo, attaccato con lo sputo a misere velleità di fiabesco, con fate e maghi di cartapesta e quant’altro. Però lo specchio che sta sul loro palco è vero: entrandoci, si entra in una dimensione parallela che in qualche modo materializza i propri sogni. Ad ogni modo, il Demonio (il solito Tom Waits in una delle sue solite parti) sta sempre dietro l’angolo, e ricorda al vecchio che la figlia al compiere dei sedici anni (cioè di lì a pochi giorni) sarebbe stata sua. Urgono dunque cinque anime da sacrificare per trovare degna merce di scambio. Tutto ciò è origine di una serie di snodi narrativi piuttosto contorti, che troveranno l’innesco della propria risoluzione in… il personaggio di Heath Ledger trovato impiccato a un ponte, fatto miracolosamente resuscitare, e gettato in pasto a una macchina narrativa.

Il vecchio istrione Gilliam, nemmeno lui troppo a suo agio nel suo mondo impolverato di streghe e “maraviglie” assortite (nemmeno quando gagliardamente servite dalla computer grafica come in questo film), scopre che il cinema, da solo, con la propria capacità semplice e automatica di andare contro il tempo e ripeterlo e a suo modo farlo risorgere, è molto più stupefacente del proprio armamentario immaginativo. Che la morte di Ledger e tutto ciò che ne consegue appartenga al tessuto narrativo del film solo per coincidenza, lo si può sostenere, ma bisogna anche riconoscere che, in qualche modo, la decisione di Gilliam di riprendere in mano il film che la morte del protagonista aveva bloccato, per integrarla con le parti in cui lui va di là dallo specchio per ritrovarsi con le fattezze di altri attori (Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell…) qualche corda giusta la azzecca. Perché in questo modo è come riconoscesse che il di qua e il di là dello specchio non sono permeabili, perché è già ciò che sta al di qua (l’apparenza, pura e semplice, che ci si para davanti) è già sufficientemente perturbante. E allora non importa che le goffe volute narrative siano rese ancora più imbarazzanti da una regia drammaticamente incapace di organizzare gli attori dentro lo spazio, che gli gira solo intorno in maniera amorfa piegandosi timidamente di tanto in tanto per affondare qualche angolazione insolita.
Tutto questo non importa più, perché il film stesso si dichiara, attraverso questa medesima imperizia, meno importante delle circostanze che ne hanno generato l’interesse. E allora Gilliam, nel finale, è ancora come il proprio vecchio istrione, che vede la propria creatura (la figlia, il film) al di là di un vetro, appartenente non più al suo capriccio di padre/autore ma, finalmente, alla realtà.

Info
Il trailer di Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo su Youtube.
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