17 Again – Ritorno al liceo

17 Again – Ritorno al liceo

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17 Again non è altro che una versione annacquata e sottilmente bigotta di film dallo standard qualitativo decisamente superiore. Come vorrebbe far intendere il sottotitolo scelto per l’uscita italiana, lo sguardo è rivolto in maniera anche spudorata all’universo cinematografico degli anni Ottanta.

Mike O’Donnell si è sposato

Deluso dalla vita e con un matrimonio che sta cadendo a pezzi, Mike O’Donnell, all’età di 37 anni viene catapultato indietro nel tempo e si ritrova ad avere 17 anni nel 2009. A diciassette anni Mike era un idolo nella sua scuola ed un promettente giocatore di basket, ma ora ai giorni nostri tutto é cambiato. Mike si ritrova ad avere una seconda possibilità: come si comporterà? [sinossi]

Può una commedia senza arte né parte e dal sapore inequivocabilmente commerciale rivelarsi una delle più cocenti delusioni dell’anno per un animo cinefilo? La risposta è ovviamente sì, per quanto paradossale possa apparire il tutto, e 17 Again ne è il paradigma perfetto. Ma forse conviene procedere con ordine…
Il 22 maggio del 2002 un allora esordiente Burr Steers sedusse il pubblico del Seattle International Film Festival con una strana e ammaliante figura, metà Wes Anderson metà Sidney Lumet, che rispondeva al nome di Igby Goes Down: la più classica delle creature indie, come il cinema statunitense è stato in grado di sfornare da venti anni a questa parte, eppure carica di una potenza visiva e di una finezza di scrittura che la elevavano decisamente al di sopra della media. Il nome di Steers rimbalzò dunque ai quattro angoli del mondo, con partecipazioni a festival più o meno importanti e uscite in sala: se ne parlò talmente tanto che riuscì ad arrivare perfino nella nostra miseranda penisola, seppur con due anni di ritardo e solo grazie a una distribuzione (ben poco strombazzata) in DVD. Di Steers non è che si sapesse granché: attore in pochi selezionati film (Le iene e Pulp Fiction di Quentin Tarantino e The Last Days of Disco di Whit Stillman), ma non molto di più nel dorato mondo hollywoodiano.

Compiamo ora un triplice balzo in avanti, tornando ai giorni nostri: Steers ha rimpolpato il curriculm registico con qualche episodio di serial televisivi di successo (The L World, Weeds), e accetta l’incarico di dirigere 17 Again, commedia con cui la Warner Bros. vuole sfruttare la gallina dalle uova d’oro Zac Efron fino all’ultima piuma: certo, il prodotto si presenta per quello che è, ma veder affidare la messa in scena nelle mani di Steers ci fa sobbalzare il cuore, improvvisamente speranzosi di riuscire ad assistere a chissà quale miracolo cinematografico. Pia illusione, a conti fatti: 17 Again non è altro che una versione annacquata e sottilmente bigotta di film dallo standard qualitativo decisamente superiore. Come vorrebbe far intendere il sottotitolo scelto per l’uscita italiana, lo sguardo è rivolto in maniera anche spudorata all’universo cinematografico degli anni Ottanta: ma più che allo straordinario Ritorno al futuro di zemeckisiana memoria, lo sceneggiatore Jason Filardi (la non indimenticabile commedia Un ciclone in casa, con Steve Martin, e il misconosciuto thriller Drum le frecce nel suo arco) sembra aver voluto guardare, aggiornandolo, al bello e sottostimato Peggy Sue si è sposata, opera intimista di un Francis Ford Coppola dedito al minimale. Ma mentre Coppola metteva in scena un sovvertimento spazio-temporale a suo modo doloroso e tutt’altro che ricomponibile – per quanto l’happy end finale cercasse di risolvere la questione – Filardi e Steers pigiano il piede sul pedale del demenziale senza alcun ritegno. E, cosa ancor più grave, senza alcuna capacità di gestire un registro comico.

17 Again è un film che non fa ridere mai: non è divertente il personaggio del quarantenne fallito interpretato da un bolso Matthew Perry (quanto sono lontani i tempi di Friends!), né tantomeno lo è quello di un diciassettenne saputello e reazionario come Zac Efron – che avrà anche un bel faccino, ma di spessore attoriale non è che qui ne dimostri molto –, e non fanno ridere neanche quelle che sono state costruite fin dal primo istante come spalle comiche (su tutte, la ridicola macchietta del nerd miliardario che ci regala un Thomas Lennon davvero spaesato). La vera tara che grava su 17 Again è che manca completamente, perfino nei personaggi più reietti, l’indole alla sovversione della prassi costituita: la falsa gentilezza che il film cerca di donarci appiana qualsiasi diversivo alla norma, recidendo le radici del comico e allo stesso tempo incapace di raggiungere vertici di pathos che sarebbero magari fuori luogo ma permetterebbero quantomeno di entrare in empatia con una pellicola che è altresì respingente. La progressione narrativa è altalenante, il finale inutilmente sbrigativo (perché i due figli, all’apparenza motori dell’intera vicenda, vengono abbandonati al loro destino senza alcuna esplicazione?), la regia si barcamena alla bene e meglio senza alcun guizzo che ne giustifichi l’assoluzione. Oltre a essere una mediocre commedia destinata a non lasciare molta traccia di sé, 17 Again riesce anche nell’ingrato compito di affossare un nome che ci era parso tra i più interessanti della nuova generazione di cineasti a stelle e strisce: tutto questo mentre lancia preoccupanti segnali di un incancrenimento del meccanismo comico all’interno delle major. Speriamo che resti un caso isolato, ma temiamo che il retrogusto bacchettone e pedante ci resterà in bocca per un bel po’.

Info
Il trailer italiano di 17 Again.
La pagina facebook di 17 Again.
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